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Libia, se l’elezione è una maledizione

© Sputnik . Andrey Stenin / Vai alla galleria fotograficaLa bandiera della Libia
La bandiera della Libia - Sputnik Italia, 1920, 20.12.2021
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La pretesa dell’Onu e dell’Occidente di riportare l’ordine e la stabilità nel paese attraverso un voto presidenziale si è rivelata un completo fallimento.
Andare alle urne in una nazione dove non esistono una Costituzione e una legge elettorale mentre le milizie continuano a dettare legge grazie anche all’appoggio di molti attori esterni era una missione decisamente velleitaria. E i fatti l’hanno puntualmente dimostrato.
Elezione in Libia fa rima con maledizione. Per capirlo non occorreva attendere il naufragio delle presidenziali previste per il prossimo 24 dicembre. Bastavano i precedenti. Il voto per il rinnovo del Parlamento del 2014 innescò, pochi mesi dopo, il colpo di mano delle milizie islamiste che occuparono Tripoli e costrinsero i deputati appena eletti a ritirarsi in quell’esilio di Tobruk da cui non sono mai rientrati. E quando, nel dicembre 2018, si tornò a favoleggiare di un possibile voto la situazione non tardò a peggiorare. L’assalto a Tripoli, lanciato a marzo 2019 dal generale Khalifa Haftar, scatenò la guerra civile conclusasi soltanto con il cessate il fuoco del settembre 2020.
Nelle intenzioni dell’Onu, ma soprattutto della comunità occidentale che ne indirizza l’operato, le elezioni - fissate simbolicamente per il 24 dicembre anniversario dell’indipendenza del paese - rappresentavano un indispensabile passo verso la stabilità. Le precedenti esperienze libiche, come peraltro quelle afghane ed irachene, sarebbero dovute bastare a evitare l’illusione di un voto capace di garantire, da solo, la genesi della democrazia. Soprattutto in un paese che non l’ha mai conosciuta. Invece l’Occidente si è avvitato ancora una volta nel precipizio delle proprie illusioni finendo con il vanificare anche l’esigua stabilità raggiunta dopo il cessate il fuoco del settembre del 2020.
Conferenza sulla Libia a Parigi - Sputnik Italia, 1920, 14.12.2021
Libia, la camera chiusa dei rappresentanti decide il destino delle elezioni
I segnali dell’inevitabile fallimento erano, peraltro, evidenti. Pretendere di svolgere un’elezione in un paese diviso, dove non vigono nè una Costituzione, nè una legge elettorale mentre una qualsiasi banda armata può disconoscere l’autorità costituita e imporre nuove regole è semplicemente velleitario. E lo si è visto giovedì scorso quando la “Brigata 444” di Mahmoud Hamsa, una delle tante milizie islamiste manovrate surrettiziamente dalla Turchia, ha occupato il centro di Tripoli e imposto al presidente del Consiglio presidenziale, Mohammed al Menfi, la destituzione del responsabile militare della capitale, Abdel Basset Marwan.
A quel punto il temuto rinvio del voto è diventato realtà. E Abu Bakr Marada, membro dell'Alta commissione elettorale libica non ha potuto far altro che confermarlo “Votare nella data del 24 dicembre - ha sentenziato - sarà semplicemente impossibile”. In verità gli eventi di giovedì 16 sono stati soltanto la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso evidenziando l’illusorietà di un voto senza regole nel contesto di un paese senza leggi. Il rischio di una rapida ricaduta nel caos era emerso con estrema evidenza sin dalla presentazione dei candidati.
La prima vera bomba era esplosa quando Saif al-Islam, il figlio di Gheddafi considerato dal Colonello il suo unico vero erede, s’era presentato negli uffici elettorali di Sebha candidandosi alla presidenza. Avere tra i candidati un ricercato dalla corte internazionale per di più condannato a morte, seppur nel corso di un processo farsa organizzato da un tribunale di Tripoli, bastava a gettare pesanti incognite sull’intero processo elettorale. Anche perché un eventuale successo di Saif, considerato tra i favoriti vista la dilagante disillusione dei libici, avrebbe rappresentato il colpo di grazia per la cosiddetta “rivoluzione” e i suoi protagonisti.
Saif al-Islam Gheddafi - Sputnik Italia, 1920, 02.12.2021
In Libia tribunale riammette la candidatura del figlio di Gheddafi alle elezioni presidenziali
Da Tripoli, non a caso, era immediatamente arrivata la richiesta di cancellarne la candidatura. Ma la mossa del rampollo di Gheddafi rappresentava un’ insidia anche per un generale Khalifa Haftar convinto di poter contare sul voto di tutti coloro che detestavano gruppi islamisti e le milizie armate di Misurata e Tripoli. Non a caso una brigata agli ordini di uno dei figli del generale aveva minacciato e intimidito i giudici di Sebha incaricati di valutare la legittimità della candidatura di Saif al-Islam. Alla farsa avevano contribuito la condanna a morte dello stesso Haftar, emessa da un tribunale di Misurata, e la candidatura del premier Abdul Hamid Dbeiba in aperta contraddizione con la regola che impone ai contendenti di non ricoprire cariche pubbliche nei sei mesi precedenti il voto.
Il paradossale intreccio di eventi rendeva evidente l’azzardo di un Europa, Italia compresa, convinta grazie all’appoggio statunitense di poter usare le Nazioni Unite per guidare surrettiziamente il paese.

Un tentativo denunciato dal ministro degli esteri russo Sergey Lavrov che il 15 dicembre aveva diffidato “americani ed europei dal tentare di decidere il destino di un altro popolo e in particolare quello libico”.

In verità le Nazioni Unite, anche in virtù del fallimentare mandato dell’inviato Jan Kubis, non sono riuscite a scalfire l’influenza di attori esterni come Qatar, Turchia, Egitto, Russia ed Emirati Arabi i veri protagonisti, ormai da anni, del risiko libico.
E alla fine anche il ritorno dell’Italia, pronta a guidare la promessa ricostruzione finanziata dall’Unione Europea, si è rivelato assolutamente ininfluente. E senza molte prospettive sembra anche la riesumazione, in veste d’inviato speciale dell’Onu, di Stephanie Williams l’ex incaricata d’affari americana a Tripoli nominata, nel 2018, numero due della missione Onu per la Libia. A quel tempo la Williams fu la vera protagonista dell’accordo per il cessate tra Tripoli e Khalifa Haftar. Dietro quel successo c’era però lo zampino di un’amministrazione Trump decisa ad usare tutto il proprio peso per favorire una soluzione del conflitto libico e arginare così la presenza di Russia e Turchia.
Militari turchi in Iraq - Sputnik Italia, 1920, 04.12.2021
Turchia ritirerà le proprie truppe dalla Libia, a patto che si ritirino anche i mercenari stranieri
Oggi con un Amministrazione Biden sempre più lontana dalle coordinate nord-africane il ritorno della Williams rischia di rivelarsi ininfluente. Assai più attente restano invece le mosse della Russia. Per nulla infastidita dalla pretesa statunitense, e in parte europea, di sloggiarla da quell’avamposto sul Mediterraneo Mosca continua a puntare su una strategia di lungo periodo. Una strategia basata sia sul consolidamento dei rapporti con il governo di Tripoli sia con i principali attori della Cirenaica. In questa prospettiva Mosca punta sulla creazione di strutture militari comuni riconosciute sia dal governo di Tripoli sia dal Parlamento di Tobruk.
Solo quelle strutture potranno, infatti, garantire quel passo fondamentale verso la stabilità rappresentato dal disarmo le milizie e dall’integrazione dei loro militanti in un esercito nazionale. E l’aver partecipato alla creazione di quelle strutture anziché puntare su un irrealizzabile processo elettorale è, nei piani di Mosca, la carta migliore per garantire non solo la stabilità del paese, ma anche il proprio ruolo nel contesto libico.
L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.
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