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Morire di carcere: tante le motivazioni e poche misure preventive

© AP Photo / Antonio CalanniRivolta in carcere San Vittore a Milano
Rivolta in carcere San Vittore a Milano - Sputnik Italia, 1920, 17.12.2021
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“Il grado di civiltà di un Paese si misura osservando la condizione delle sue carceri”, diceva tanti secoli fa Voltaire.
Purtroppo i problemi nelle carceri italiane non mancano – l’alto tasso di affollamento, le persone straniere detenute che aspettano la condanna definitiva in carcere in percentuale maggiore rispetto agli italiani e il suicidio che è spesso la causa più comune di morte nelle istituzioni penitenziarie.
In un solo mese, tra il 25 ottobre e il 30 novembre, nel carcere di Torre del Gallo, a Pavia sono state registrate 3 suicidi. Si tratta di 3 detenuti che scontavano una condanna definitiva: un italiano di 36 anni condannato per estorsione, un uomo 47enne condannato per violenze familiari e infine un romeno di 36 anni che avrebbe dovuto scontare ancora 14 mesi.
Cosa si può fare per affrontare la questione dell’affollamento nelle carceri? Per un approfondimento Sputnik Italia ha raggiunto Valeria Verdolini, Sociologa dell’Università di Milano-Bicocca e responsabile di Antigone Lombardia che era una delle osservatrici che ha effettuato la visita nel carcere di Torre del Gallo pochi giorni fa.
— Dott.ssa Verdolini, quali sono le difficoltà nell'esercitare il controllo che deve essere garantito ai detenuti?
— Il suicidio è un’azione dolorosa di cui difficilmente si possono individuare le cause. Noi non abbiamo la facoltà di indagare in tal senso, soprattutto perché si tratta di gesti individuali. Tuttavia questo tipo di azioni sono per noi dei sintomi di un malessere. Come l’Associazione ci interessa comprendere se ci sono dei “fattori ambientali” o comunque un tasso di sofferenza che in qualche modo ci ritorna da questo dato. Il suicidio potrebbe accadere per mille motivi differenti ma noi vogliamo capire come questo fenomeno si inserisce in un quadro generale di una struttura che rappresenta di una serie di problematiche.
Il carcere di Pavia è una struttura sovraffollata, è una struttura con una fortissima presenza di detenuti protetti (300), una delle più alte del Nord Italia. A questo si aggiunge la presenza della più grande articolazione di salute mentale a livello regionale (12 persone), una struttura che comporta un aumento di psichiatri in organico, e che ha come conseguenza diretta che Pavia sia spesso la destinazione per molti detenuti in una condizione di fragilità psichica. Poi ci sono altri aspetti che non entrano direttamente come possibili cause inferenziali ma che sicuramente non migliorano la qualità della vita nella struttura, come fattori ambientali quali l'assenza di riscaldamento, la fatiscenza delle strutture, la mancanza di attività e di spazi ricreativi.
— Le cifre sono in crescita paragonando con l’anno scorso?
— Anche il 2020 è stato un anno particolare per la pandemia da Covid. In generale i numeri sono molto alti – hanno superato 50 suicidi nei 190 istituti. Solo tre di questi a Pavia in un mese rappresentano un dato molto significativo.
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— Dopo il calo registrato nel 2020, torna ad aumentare anche il sovraffollamento dei penitenziari italiani citato spesso come uno dei fattori che incidono sul tasso dei suicidi. È così?
— È sicuramente una delle ragioni che peggiora la qualità della vita nel penitenziario, però c’è da dire che nel passato sono stati i dati peggiori, che hanno poi portato alla condanna per il sovraffollamento con la sentenza Torreggiani. Per quel che riguarda il presente, nel carcere di Pavia si contano 598 presenze rispetto ai 505 posti. A mio avviso, la sommatoria di molteplici fattori, tra cui quelli sopraelencati, ci restituisce una generale sofferenza nella vita quotidiana negli istituti italiani e in quell'istituto in particolare.
— Secondo il Consiglio d’Europa le carceri italiane sono le più sovraffollate dell'Unione europea. Il reale tasso di affollamento nazionale (105,6%) è tuttavia superiore a quello ufficiale in quanto, come ricordato dal Garante Nazionale delle persone private della libertà personale, a metà giugno 2021 i posti effettivamente disponibili erano 47.445 per un tasso di affollamento reale del 113,1%. Come si può risolvere questo problema: bisogna ridurre la durata delle pene o magari costruire più prigioni, come propongono alcuni esperti?
— Se vengono costruite nuove istituzioni penitenziarie, verranno subito riempite, come è già accaduto nel 2014. Quindi, questa opzione non funzionerebbe nella pratica. Bisogna ragionare sulle pene possibili e anche su quali possono essere le soluzioni migliori. Dobbiamo tenere in considerazione che il 50% della popolazione carceraria ha una pena inferiore a 5 anni. Quindi, in realtà sarebbe possibile attivare una serie di misure alternative che permetterebbero non solo una migliore integrazione dei carcerati dal punto di vista sociale ma anche una minore sofferenza per coloro che sono costretti a trascorrere la loro vita in carcere.
— Il carcere in Italia ai tempi del Covid… Com'è gestita la pandemia e soprattutto la crescita dei contagi nelle carceri dove il distanziamento non può essere garantito sempre per il sovraffollamento?
— Devo ammettere che il sistema penitenziario ha saputo rispondere in maniera efficace alla pandemia. Per come poteva andare è andata abbastanza bene. C’è stata una riorganizzazione degli spazi, delle attività e delle procedure soprattutto durante la seconda ondata. In Lombardia, per esempio, sono stati organizzati gli hub Covid per contenere il tasso dei contagi e centralizzare malati e gestione sanitaria. Dove è possibile, la maggior parte dei detenuti sono stati vaccinati a tappeto già a partire dal mese di marzo. E quindi al momento la situazione è abbastanza sotto controllo…
— Com’è cambiata la “composizione” sociale del mondo del carcere negli ultimi anni? Qual è il percentuale delle donne e degli stranieri della popolazione carceraria?
— La percentuale degli stranieri negli ultimi 10 anni a livello nazionale si aggira attorno al 34-35%. Nelle regioni del nord questo dato sale fino a oltre 50%. Nel carcere di Cremona, per esempio, si arriva anche al 70%. Una percentuale così alta è dovuta a molteplici fattori, tra questi possiamo annoverare la minore accessibilità agli strumenti concreti della difesa, la qualità della testimonianza, la capacità di esprimersi in un italiano corretto, la capacità di richiedere una difesa di fiducia, ecc. Per quel che riguarda invece la presenza femminile, questo dato è costante e si attesta attorno al 4% della popolazione penitenziaria.
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— E quali sono i reati i quali in Italia si va in carcere più spesso?
— Tornando al discorso precedente, ci sono molti detenuti che si trovano nel carcere per i reati connessi alla distribuzione e spaccio delle sostanze stupefacenti. È evidente che se dovesse passare il referendum sulle sostanze in corso di approvazione, ci potrebbe essere un alleggerimento del sistema penale e penitenziario. In generale la maggior parte sono i reati contro la proprietà, quindi raccontano di una sofferenza sociale che non ha nulla a che fare con la pericolosità in senso stretto. In generale, più del 50% dei detenuti ha pene brevi, inferiori ai 5 anni.
L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.
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