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Ministro esteri Ciad a Mosca, colloqui con Lavrov in vista del vertice Russia-Africa

© Servizio stampa del Ministero degli Esteri / Vai alla galleria fotograficaRiunione dei Ministri degli Affari Esteri della Federazione Russa e Chad Sergey Lavrov e Mahamat Zene Cherif
Riunione dei Ministri degli Affari Esteri della Federazione Russa e Chad Sergey Lavrov e Mahamat Zene Cherif - Sputnik Italia, 1920, 17.12.2021
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Approfondimento
A Mosca è arrivato in visita, per svolgere dei colloqui con il suo omologo russo Sergey Lavrov, il ministro degli affari Esteri della Repubblica del Ciad, Mahamat Zene Cherif.
Per l’occasione, ha rilasciato la sua prima intervista a Sputnik, nella quale ha condiviso i piani ciadiani per lo sviluppo della cooperazione economica con la Russia, della continuazione del servizio di manutenzione dei mezzi militari di fattura russa e della preparazione dei pacificatori. Infine, ha parlato di aspettative del Ciad in merito all’imminente vertice Russia-Africa.
— Lei ha recentemente discusso con il ministro Lavrov sul tema della collaborazione bilaterale per lo sviluppo delle relazioni economiche e commerciali. In quale settore il Ciad desidera sviluppare questa cooperazione con la Russia?
— Penso di dover ricordare innanzitutto che la visita si inserisce nel quadro del rafforzamento delle relazioni bilaterali. Non c'è un tema specifico che è stato oggetto delle nostre discussioni. La cooperazione, infatti, copre diversi settori e abbiamo scoperto che sul piano commerciale ed economico non vi sono progressi a livello bilaterale.
E questa visita risponde anche agli impegni presi da entrambe le parti, di cui al memorandum d'intesa firmato dai due Ministeri degli esteri nel settembre 2013, a latere dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite, il quale prevede lo svolgimento di consultazioni periodiche tra i due Paesi.
Quindi la visita si inserisce appunto in questo quadro e proprio in questa prospettiva abbiamo intrattenuto scambi reciprocamente interessanti. Abbiamo sottolineato la necessità di rafforzare questa cooperazione, attraverso investimenti concreti in aree di interesse comune. Dovremo forse trovare degli ambiti in cui identificare queste aree, per il momento non c'è un ambito preciso.
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— Avete parlato anche dell’istituzione di una commissione congiunta, o di visite di investitori russi in Ciad, per identificare aree di collaborazione specifiche?
— Sì, credo che sia stato riferito che ci sono effettivamente degli investitori interessati a visitare il Ciad. In ogni caso, siamo aperti a qualsiasi manifestazione di interesse. Dunque, gli investitori eventualmente interessati a investire in un dato settore, una volta in loco, discuteranno con noi le modalità di investimento, per capire insieme in quali settori facilitare le operazioni.
In generale, abbiamo sottolineato la necessità di stabilire legami tra i settori privati. Penso che questo possa facilitare gli scambi economici e commerciali. Al momento questi scambi non sfruttano affatto il loro pieno potenziale.
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— Il settore petrolifero è il più promettente o ce ne sono altri?
— Al momento non posso dire che un settore sia più promettente di un altro. Infatti, penso che prima dovremo comprendere l'interesse degli investitori russi e poi intersecarlo con le opportunità che offre il Ciad. Questo richiede, credo, un lavoro sul campo, che ci accingiamo a fare. Poi vedremo anche quali sono i settori più promettenti.
Non siamo ancora pronti per parlare di risultati concreti o di settori, o ancora di investimenti. Ma tutti i settori sono potenzialmente d’interesse per qualsiasi investitore. Il Ciad è un paese incontaminato e ricco di risorse naturali, che aspettano solo di essere utilizzate.
— Avete parlato anche del debito africano nei confronti della Russia?
— No, è stata la parte russa che ci ha informato che, in relazione al debito che alcuni Paesi africani hanno nei suoi confronti, i russi stanno considerando la possibilità di cancellare questo debito, trasformandolo, cioè, in risorse che tali Paesi possono destinare al finanziamento di progetti di sviluppo.
Hanno detto che questa agevolazione è già stata concessa a 5 Paesi. Chiaramente, anche il Ciad ha espresso il desiderio di rientrare in questo gruppo.
— Potrebbe approfondire un po’ questo tema?
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— Ci sono anche altri Paesi creditori che hanno concesso questo tipo di agevolazione, a favore di alcuni Paesi in via di sviluppo: la nazione debitrice, invece di ripagare il debito alla nazione creditrice, si vede concessa l’opportunità di destinare la somma del debito a uno o più progetti di suo sviluppo nel proprio territorio. Di fatto, in questo modo, il debito non viene ripagato al creditore.
La Russia di fatto cancella il debito, anche se non totalmente. Ma “dal momento che sappiamo che ci dovete un certo importo, lo potete usare per finanziare progetti di sviluppo”. È un modo per aiutare i Paesi indebitati con la Russia.
— Quindi ora anche il Ciad ne beneficerà?
— Il tema sarà comunque oggetto di ulteriore disamina, ma ci è stato promesso che sarà fatto.
— Nel prossimo futuro o in data da destinarsi?
— Sì, sì, nel prossimo futuro.
— Per il vertice Russia-Africa 2022, quali questioni prioritarie dovrebbero essere all'ordine del giorno, secondo il Ciad?
— Penso che l'agenda del vertice Russia-Africa sia spesso determinata di comune accordo con l'Unione Africana e i Paesi che la presiedono. Il Ciad non deve pensare che questo o quell'elemento debbano essere una priorità, ma tutto quello che so è che ci stiamo preparando per il secondo vertice. Il primo ha già avuto luogo nel 2019 a Sochi. Penso che questo vertice abbia già aperto la strada all'intensificazione degli scambi economici e commerciali per promuovere lo sviluppo dei Paesi africani.
A questo proposito, penso che le questioni economiche e commerciali la faranno da padrone. Ma comunque ci sono ancora degli aspetti che devono essere decisi tra la Russia e l’Unione Africana.
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— Vista la situazione pandemica in cui ci troviamo, il Ciad preferisce partecipare al vertice in modalità virtuale?
— No, il Ciad non ha una preferenza specifica per quanto riguarda il formato di questo vertice, quindi se la Russia e i paesi africani interessati decidono che si terrà virtualmente, il Ciad farà certamente come gli altri, ma se decidono di tenerlo in presenza, ci sarà anche il Ciad.
— Russia e Ciad hanno firmato degli accordi intergovernativi sulla cooperazione tecnico-militare. E il 90% delle armi e delle attrezzature militari dell'esercito ciadiano provengono dalla Russia. Sono previste visite di esperti russi che si occupino della manutenzione di queste attrezzature nel prossimo futuro? Se sì, quando?
— Penso che questa domanda non sia all'ordine del giorno per il momento. Non ne abbiamo discusso. È vero che c'è un accordo di cooperazione militare, come lei dice: infatti, il 90% dell'arsenale dell'esercito ciadiano è di produzione russa. Naturalmente, anche molto prima della sigla di questo accordo la manutenzione veniva effettuata dai russi. Credo che chi di competenza troverà il modo per manutenere questo arsenale.
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— L'acquisizione di nuove attrezzature militari russe è stata oggetto di discussione?
— No, non ne abbiamo discusso.
— E quanto alla formazione dei quadri militari ciadiani da parte della Russia, il ministro Lavrov ha annunciato che la Russia è pronta a fornire supporto nella formazione di queste figure. Come si svolgerà l’addestramento? Il Ciad inviterà istruttori russi?
— Penso che la formazione dei quadri ciadiani, in linea generale, sia faccia sin dai tempi dell'ex Unione Sovietica. Anche oggi i giovani ciadiani ricevono borse di studio dallo stato russo. Vengono concesse circa 70 borse di studio all'anno, comprese quelle per la formazione in campo militare.
Infatti, dal momento che il Ciad possiede elicotteri russi, c’è bisogno che i relativi tecnici e piloti vengano addestrati.
La formazione specifica, di cui Lavrov ha parlato alla conferenza stampa, è quella di pacificazione nell’ambito delle operazioni dell’ONU. Il Ciad, infatti, è uno dei Paesi che partecipa a queste operazioni e, più nello specifico, alla MINUSMA (la missione delle Nazioni Unite in Mali), dove vantiamo uno dei contingenti più grandi, con più di 1.200 soldati. In questo campo, la Russia ha una grande esperienza e Lavrov ha promesso che i funzionari russi competenti potrebbero aiutare il Ciad a formare questo contingente. Ne abbiamo sicuramente bisogno.
— Dove avrà luogo questa formazione? In Ciad o in Russia?
— In Russia, perché c’è bisogno di una scuola di formazione per le operazioni di pacificazione.
— Quindi verranno invitati in Ciad degli istruttori russi?
— Questo punto non è stato discusso e non era all'ordine del giorno.
— È possibile che ci saranno pressioni da parte della Francia, o di altri Paesi, per tenere il Ciad lontano da un riavvicinamento con la Russia?
— Per il momento non abbiamo ricevuto alcuna pressione da nessuno.
— Lei ha discusso con il ministro Lavrov in merito al consolidamento degli sforzi per combattere la minaccia terroristica nella regione del lago Ciad e nella regione del Sahara-Sahel. Quali punti di accordo avete raggiunto sul tema?
— Credo che ci sia una convergenza di vedute sull'estensione e la gravità della minaccia terroristica nelle due regioni: il bacino del lago Ciad e il Sahel. Sono lieto che il ministro Lavrov ci abbia informato del sostegno della Russia alla persistente richiesta dei capi di Stato del G5-Sahel che la forza congiunta istituita nel quadro di questo raggruppamento venga finanziata dal bilancio dell'ONU. Questo tema è all'ordine del giorno del G5-Sahel e tutti i nostri partner stanno cercando di aiutarci.
Ma a livello del Consiglio di Sicurezza non c'è apparentemente unanimità tra i membri permanenti. La Russia ha dato il suo pieno sostegno all'approccio G5-Sahel, in modo che la forza congiunta G5-Sahel possa essere sostenuta, anche se solo parzialmente, dal bilancio delle Nazioni Unite.
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Penso che questa sia una questione estremamente importante per noi e speriamo che anche gli altri membri permanenti del Consiglio di Sicurezza prestino altrettanta attenzione a questo tema. So che anche la Francia è favorevole a sostenere questa forza.
La Russia ha fatto una proposta concreta, di cui eravamo a conoscenza. Lavrov ha anche promesso di vedere quali provvedimenti adottare in futuro. In ogni caso, la Russia è pronta a sostenere i Paesi che combattono contro questa minaccia.
E ci tengo a ricordare che questa minaccia si è diffusa in tutto il Sahel e ora va oltre il Sahel, per colpire Paesi costieri come il Benin, la Costa d'Avorio, per poi spingersi anche in Africa centrale. Si parla oggi della presenza di gruppi terroristici nella Repubblica Centrafricana e nella Repubblica Democratica del Congo, e questo è grave e preoccupante.
La Russia ne è consapevole. Questa minaccia si è diffusa a causa della crisi libica, va detto, e l'Africa non è responsabile di ciò che è successo in Libia. Oggi le conseguenze sono quelle che sappiamo.
Come Ciad, siamo il Paese più colpito dalla crisi libica e la prova è che lo scorso aprile, in seguito a un attacco di assalitori armati provenienti dal sud della Libia, abbiamo perso il nostro presidente. Gli assalitori, durante i combattimenti, sono stati fortunatamente sconfitti, ma alcuni di loro sono tornati nel sud della Libia.
Così abbiamo anche chiesto al ministro Lavrov il supporto della Russia nel supervisionare e coordinare adeguatamente la partenza dei mercenari dai paesi vicini, perché la comunità internazionale esige appunto la loro immediata partenza. Questo fenomeno, però, non dovrebbe costituire una nuova fonte di destabilizzazione per i Paesi vicini. E penso che Lavrov sia consapevole della situazione e ha infatti promesso di fare del suo meglio per garantire che la partenza dei mercenari crei ulteriori destabilizzazioni. La crisi libica non deve essere risolta per crearne un'altra.
— Durante la decima riunione del Comitato militare congiunto libico (5+5) al Cairo, è stato annunciato che il Ciad è pronto a cooperare nel processo di ritiro dei mercenari ciadiani dal territorio libico. Qual è il numero stimato di mercenari ciadiani presenti in Libia? Quando è previsto questo ritiro e come verrà effettuato?
— Il numero, secondo le nostre stime, è compreso tra le 8.000 e 11.000 unità, reclutate per la guerra in Libia. Erano persone che svolgevano la funzione di ausiliari. Per quanto riguarda la data della loro partenza, non ne sappiamo nulla, perché la comunità internazionale, il Consiglio di Sicurezza, ha chiesto che tutti i mercenari e i combattenti stranieri lascino la Libia.
È vero che alla riunione del Comitato Militare Congiunto (5+5) hanno partecipato tutti i Paesi vicini (il Ciad, l'Egitto, il Sudan e il Niger) e hanno concordato di seguire il processo di questo ritiro, ma volevamo che ci fosse un meccanismo internazionale guidato dall'ONU che coinvolgesse i Paesi vicini, affinché questi mercenari fossero identificati, contati, disarmati, smobilitati e affinché si lavorasse poi sulla possibilità di una loro reintegrazione, una volta tornati nel loro Paese d'origine. Perché non ci sono solo cittadini ciadiani, ma anche di altre nazionalità.
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Siamo quindi favorevoli a questo ritiro, ma a condizione che si tenga conto di ciò che ho appena esposto. Vale a dire un ritiro ben monitorato e coordinato, tenendo conto dei rischi di minacce poste dalla partenza precipitosa di questi mercenari.
— Per quanto riguarda la Repubblica centrafricana (RCA), alcune fonti accusano il Ciad e la Francia di sostenere e preparare la Coalizione dei Patrioti del cambiamento (CPC) per un assalto alla RCA. La situazione attuale potrebbe forse portare a tensioni nella regione?
— Penso che coloro che parlano di tensioni forse vogliono davvero che ci siano. Né la Francia né il Ciad, né nessun altro, hanno interesse a tensioni in questa regione. Vi dirò che il Ciad è stato attaccato lo scorso maggio all'interno dei propri confini. A 5 km all'interno dei nostri confini si trovava una postazione dell'esercito ciadiano, che è stata attaccata dalle forze centrafricane. La mattina, alle 5, abbiamo registrato dei morti e alcuni soldati sono stati fatti prigionieri, per essere giustiziati dall'altra parte; ma non abbiamo risposto con la violenza.
Così ci siamo messi d'accordo con la RCA, che ha inviato immediatamente una delegazione, affinché si trovassero i modi e i mezzi per stabilire i responsabili. Abbiamo accettato di ricorrere a una commissione internazionale d'inchiesta, per stabilire i fatti e rintracciare i responsabili dell’accaduto.
Coloro che parlano di potenze straniere che vorrebbero spingerci verso una tensione, penso che stiano solo giocando con l’immaginazione. Non c'è nessuna base che spieghi queste illazioni e la prova è che, malgrado questa aggressione, non abbiamo ceduto alla tentazione di provocare altre destabilizzazioni.
Perché siamo in una situazione estremamente delicata. Siamo un Paese circondato da crisi molto gravi. In RCA sapete com’è la situazione. Il Sud è un Paese relativamente stabile, ma sulla frontiera con il Ciad si verificano spesso dei conflitti intercomunitari, che generano flussi di rifugiati. A nord c’è la Libia, dove regna il caos: infatti, il Paese è frammentato e sotto il controllo di forze diverse, l’una contro l’altra. Il sud della Libia non è più ormai sotto il controllo del governo e ospita gruppi terroristici, mercenari e trafficanti di stupefacenti e di esseri umani. Il Ciad è stato vittima di incursioni provenienti da queste aree già diverse volte. L’ultimo attacco ha causato la morte del presidente, ma ancor prima di questo evento abbiamo registrato altri attacchi altrettanto gravi, che hanno provocato perdite in termini di uomini e risorse.
Dunque, in questa situazione, il Ciad non è affatto quel Paese che vuole creare tensioni. È proprio per questo che vogliamo facilitare il dialogo. Siamo i primi a parlare con i nostri fratelli e vicini centrafricani delle situazioni che preoccupano il loro Paese.
Ricordo, inoltre, che in passato il Ciad ha contribuito in maniera significativa alla stabilità della RCA, inviando truppe su richiesta della Comunità Economica degli Stati dell'Africa Centrale (ECCAS) e assumendosi persino la responsabilità, per un certo lasso di tempo, di corrispondere i compensi ai funzionari centrafricani, per consentire lo svolgimento delle elezioni.
Dal 2014, il Ciad ha ritirato il suo contingente dalla missione dell'UA dispiegata in RCA. Abbiamo chiuso la nostra frontiera, che è aperta solo ai rifugiati, su richiesta dell'UHCR.
Quindi siamo molto aperti, capiamo cosa sta succedendo in RCA e speriamo che i nostri fratelli centrafricani trovino una soluzione pacifica.
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Quanto alla CPC, c'è stata un'iniziativa congiunta tra la Conferenza Internazionale sulla Regione dei Grandi Laghi (ICGLR) sotto la guida dell'Angola e l'ECCAS. Sul punto stiamo profondendo diversi sforzi. I membri dell’iniziativa si sono riuniti tre settimane fa in Ruanda. Lo stesso presidente centrafricano ha partecipato. Anche il Ciad è stato invitato e tutti i paesi membri dell'ICGLR sono stati invitati. Un certo numero di responsabili dei gruppi militari è stato obbligato all’esilio e ai Paesi vicini è stato chiesto di accogliere i leader ribelli. È proprio per questa domanda di mediazioni che l’ex presidente Bozizé è stato accolto in Ciad. Ma non è stato fatto per destabilizzare la RCA, ma per aiutarla a trovare la pace. E se la mediazione, per avere successo, dovrà seguire un altro corso, per il Ciad questo non è un problema.
Quindi non abbiamo niente a che fare con la CPC e non abbiamo niente a che fare con quello che sta succedendo in RCA. Al contrario, siamo vittime di ciò che sta accadendo lì, non solo abbiamo registrato il ritorno di 100.000 ciadiani fuggiti dalla RCA, ma contiamo anche circa 150-200.000 rifugiati centrafricani in Ciad al momento. E come se non bastasse, lo scorso maggio siamo stati attaccati da uomini pesantemente armati, anche con veicoli blindati, all'interno dei nostri confini. Quindi, questo significa che non siamo noi a provocare situazioni di tensione, ma apparentemente ci sono altre figure che vogliono destabilizzare il Ciad. E penso che questo non sia una buona cosa, né per il Ciad né per i nostri vicini. Stiamo facendo tutto il possibile per assicurare che la pace possa essere mantenuta in Ciad e nelle relative regioni.
E infatti, per mantenere la pace, abbiamo istituito una forza congiunta con il Sudan, per mettere in sicurezza i confini ed evitare che uomini armati, che circolano da una parte e dall'altra, possano creare tensioni nei nostri stati. Stiamo anche lavorando con i libici per capire come possiamo rendere sicuri i confini insieme. Stiamo facendo la stessa cosa con i Paesi del bacino del lago Ciad (Niger, Camerun e Nigeria), nel quadro della forza multinazionale mista, per combattere non solo contro la minaccia terrorista, ma anche contro i traffici criminali di ogni tipo che si verificano lungo le nostre frontiere.
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In questo contesto, non è di certo il Ciad che vuole provocare situazioni destabilizzanti.
— Quali progressi ha fatto il Consiglio militare di transizione in Ciad nel rafforzare le relazioni con altri Paesi del continente?
— Penso che la transizione in Ciad sia avvenuta nelle circostanze che conoscete, dopo la morte improvvisa e brutale dell'ex presidente Idriss Deby Itno. Ma il Consiglio militare di transizione ha dimostrato grande saggezza. Prima di tutto, cercando di riunire tutti i ciadiani nel quadro di un processo di transizione inclusivo. Vi dirò che oggi la maggior parte di coloro che erano in esilio stanno cominciando a tornare, molti sono già tornati senza alcun timore. I partiti politici dell'opposizione più radicale, che hanno rifiutato di collaborare per 30 anni, fanno oggi parte del governo e del Consiglio Nazionale di Transizione, che funge da parlamento provvisorio.
Il figlio del defunto presidente del Ciad Idriss Déby, Mahamat Idriss Déby Itno (noto anche come Mahamat Kaka) e gli ufficiali dell'esercito ciadiano si riuniscono nella città nord-orientale di Kidal, Mali, 7 febbraio 2013 - Sputnik Italia, 1920, 21.04.2021
Mahamat Idriss Déby, figlio del defunto leader, nominato presidente della Repubblica del Ciad
Queste figure, politiche e miliari, hanno accettato, attraverso il comitato guidato dall'ex presidente Goukouni Oueddei, di partecipare al dialogo nazionale, dopo una trattativa svoltasi in un Paese straniero. Inoltre, un comitato preposto a instaurare il dialogo nazionale ha visitato tutto il Paese e anche fuori dai suoi confini, nei luoghi della diaspora, per integrare tutti i cittadini ciadiani nell’alveo di questo processo inclusivo.
Penso che questa transizione sia un'opportunità storica e unica per tutti i ciadiani di rendere la pace una realtà palpabile e duratura. E senza pace, non si può certo parlare di sviluppo, stabilità o sicurezza.
Approfitto della vostra telecamera e di questa opportunità per chiedere a tutti i ciadiani che ancora non sono tornati nel loro Paese di prendere parte a questa salutare opera di costruzione del Ciad.
— Per quanto riguarda il dialogo nazionale previsto per la fine del mese, qual è la data precisa in cui terrà questo dialogo? Ci sarà un mediatore esterno, come la Francia per esempio?
— Mi sorprende sempre che si parli della Francia, quando la Francia non ha nulla a che fare con questo processo. È un processo nazionale e, come ho detto, è guidato dal governo di transizione, che è guidato dal primo ministro, appartenente all'opposizione. Non è del partito di governo, è dell'opposizione. Questo processo è condotto in modo inclusivo e trasparente. Nemmeno il governo impone quando si terrà questo dialogo. Sono i due comitati che decidono.
Ora, in linea di principio, secondo la tabella di marcia della transizione era previsto che il dialogo nazionale inclusivo si svolgesse tra dicembre e gennaio. Ma molti degli attori politici credevano che non avrebbe avuto senso intavolare un dialogo senza la partecipazione dell'opposizione militare. Infatti, per permettere all'opposizione militare di partecipare a questo dialogo, si dovrebbe prima tenere un “pre-dialogo” in un paese straniero neutro.
Dunque, in questa fase del processo, ci potrebbero essere dei ritardi nelle tempistiche.
All’inizio pensavamo di poter fare come in Sudan: un processo politico interno con gli attori politici civili, da una parte, e poi un altro processo parallelo con i militari. Man mano che i militari firmano accordi di pace, hanno facoltà di unirsi al processo di dialogo. Ma altri ritenevano che questo approccio non fosse una buona cosa, soprattutto i partiti dell'opposizione civile. Ritenevano che ci dovesse essere un unico dialogo inclusivo, quindi i militari dovevano prima essere convinti a deporre le armi e ad unirsi.
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Quindi, questo ha portato alla collaborazione di due diversi comitati: quello incaricato della partecipazione dei militari e quello preposto al dialogo nazionale inclusivo, che si occupa dei civili all’interno del Paese e nei luoghi della diaspora.
Ma crediamo che le scadenze fissate dalla transizione saranno rispettate, anche se con un leggero ritardo di uno o due mesi. All'inizio del dialogo, ci assicureremo che le scadenze siano rispettate.
Dobbiamo però riconoscere che il rispetto di queste scadenze non dipende solo dal governo. Perchè per organizzare le elezioni, per organizzare il dialogo nazionale, per organizzare il processo di messa in atto di una nuova costituzione, c’è bisogno di risorse. E queste risorse... il Ciad non può mobilitarle da solo. Si tratta di enormi quantità di denaro. La tabella di marcia è stata studiata nei minimi dettagli, per un totale di 1,3 miliardi di dollari. Si tratta di una cifra molto importante, viste le gravi conseguenze della pandemia sulla nostra economia e sulle emergenze, in termini di sicurezza, che il Ciad deve affrontare. Per vostra informazione, il Ciad destina il 32% del suo bilancio alla sicurezza delle frontiere e per contrastare il terrorismo nel bacino del lago Ciad e nella zona delle 3 frontiere nell’ambito della collaborazione del G5-Sahel.
Quindi speriamo che la comunità internazionale ci supporti nel reperimento delle risorse necessarie, per tenere le elezioni nelle tempistiche annunciate. E se non troviamo le risorse e non teniamo le elezioni, non credo che ci accuseranno di malafede.
Per il momento, sono state prese tutte le misure per assicurare che le elezioni si tengano entro la scadenza annunciata. E il governo ci sta lavorando incessantemente: tutto quello che è stato fatto, le diverse missioni inviate per le consultazioni a livello della diaspora, all'interno del paese, la commissione tecnica speciale incaricata della partecipazione politico-militare che sta facendo missioni per incontrare i capi militari in diversi paesi, tutto questo l’abbiamo fatto con le nostre risorse. Nessuno ci ha ancora dato niente. Ma aspettiamo almeno che una parte del budget venga elargito dalla comunità internazionale.
— L'Unione Europea aveva finanziato una parte di questo processo, corretto?
— L'Unione Europea ha promesso... Ho avuto il privilegio di accompagnare il primo ministro, due settimane fa, a Bruxelles. Abbiamo incontrato i funzionari dell'UE. Hanno messo da parte 100 milioni di euro per la transizione, ma nulla è stato ancora erogato. E di questi 100 milioni di euro, una parte dovrebbe essere stanziata per le procedure di dialogo, ma non è ancora stata erogata.
Quindi va bene ricevere risorse, ma bisogna riceverle in tempo. Se non le riceviamo in tempo, non possiamo rispettare le scadenze previste.
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— Quando riceverete questi fondi?
— Siamo stati rassicurati che le procedure saranno accelerate, in modo che almeno ciò che è previsto per la fase di dialogo possa essere sviluppato. In ogni caso, stiamo aspettando, ma siamo stati rassicurati che dei 100 milioni previsti, la tranche prevista per le procedure di dialogo sarà erogata. E con l'avanzare del processo, seguiranno anche le altre tranche.
— Quindi, di questi 1,3 miliardi di dollari, di quanto avete bisogno precisamente? E quanto tempo avete bisogno per raccogliere questa somma?
— In questo pacchetto, ciò che costa di più è il processo di smobilitazione, disarmo e reintegrazione di circa 8-11.000 persone. Bisognerà capire chi reinserire nell’esercito, chi invece non è più adatto, e quindi dovrà essere formato a un’altra professione. Si tratta di un processo molto costoso.
Le Nazioni Unite stanno promettendo di mobilitare risorse, ma abbiamo anche partner bilaterali che hanno promesso di sostenerci. Speriamo che ci aiutino ad affrontare questa sfida.
Ma la cosa più importante è l'organizzazione del dialogo, la definizione della nuova costituzione e l'organizzazione delle elezioni presidenziali e legislative. È questa la sfida principale. Certamente, se le scadenze non vengono rispettate, questo potrebbe generare tensioni, interpretazioni e sviluppi spiacevoli. Le risorse oggi sono la nostra sfida più grande. Spero nel supporto di tutta la comunità internazionale, come hanno promesso l'UE, l'ONU e i nostri partner bilaterali.
Il 2 dicembre si è tenuta una videoconferenza tra il primo ministro e la commissione ONU per la costruzione della pace, che ha contattato anche alcuni dei nostri partner. Speriamo che entro la fine di questo mese, o all'inizio di gennaio, ci saranno segnali di incoraggiamento per il nostro governo.
Tuttavia, consapevoli delle nostre responsabilità, non abbiamo aspettato che gli altri ci aiutassero per cominciare a lavorare. Abbiamo già iniziato e stiamo continuando. Penso che tutti i partner siano unanimi nel dire che per il momento "tutto sta andando bene e siete nei tempi previsti", il che è molto incoraggiante per noi e spero che questo sia un motivo per incoraggiarci ulteriormente e aiutarci a reperire le risorse necessarie per completare la transizione nel periodo previsto.
— Il Fronte per l'alternanza e la concordia (FACT) parteciperà a questo dialogo nazionale?
— Nessuno è escluso. Il comitato tecnico speciale, presieduto dall'ex presidente Goukouni Oueddei, è incaricato di contattare tutti i politico-militari, compreso il FACT. Non è più il governo, è questa commissione che sta negoziando. Quando tutte queste figure saranno d'accordo sulla data dell'incontro, ci sarà un incontro fuori dal Ciad, in un Paese terzo, e la commissione riferirà le conclusioni di questo incontro, che noi chiamiamo “pre-dialogo”.
Su questa base, valuteremo le condizioni per la partecipazione di questi militari al dialogo. Stiamo aspettando proprio questo.
— Ci sono date previste per questo pre-dialogo?
— Come dicevo, la data di avviamento delle procedure di dialogo può essere cambiata, in relazione al pre-dialogo con le parti militari. Quindi siamo in attesa. Se facciamo pressioni sulla commissione tecnica speciale, ci verrà detto che il governo sta facendo un pasticcio. Quindi abbiamo preferito rispettare l'indipendenza di questa commissione, affinché la loro relazione possa essere presentata il più presto possibile.
— Oltre alle date del dialogo, la minaccia alla sicurezza potrebbe essere una ragione per rimandare le elezioni?
— Per il momento, non c'è motivo di pensare che la situazione della sicurezza possa essere una ragione per rinviare le elezioni. Ma nessuno sa cosa ci riserva il futuro. Se tutti coloro che sono attualmente identificati come militari si riveleranno sinceri nel loro impegno al dialogo, non ci dovrebbe essere alcuna ragione per rinviare le elezioni. Ma se, a sorpresa, optassero per la guerra e cominciassero ad attaccare, come accaduto l'ultima volta, certamente sarà difficile organizzare le elezioni in un Paese in guerra. Ma, per il momento, speriamo che questo non accada, perché, essendo noi sinceri nel nostro impegno, pensiamo che anche gli altri lo siano e continueranno a favorire il dialogo. Il governo, infatti, ha intrapreso tutte le azioni che dimostrano il suo forte impegno, con la creazione di commissioni che lavorano in modo indipendente, soddisfacendo le condizioni stabilite nella tabella di marcia della transizione. Tutto questo dimostra che il governo è impegnato per la pace e la riconciliazione nazionale. La guerra non ha mai risolto nulla, solo il dialogo, la riconciliazione nazionale possono farlo... Le differenze sono perfettamente normali tra le persone, tra i gruppi, tra le comunità, ma devono sempre essere risolte attraverso il dialogo. Se noi, e quando dico "noi" intendo tutti i ciadiani, facciamo parte di questa prospettiva, credo che non ci sia motivo di pensare che le elezioni saranno rinviate.
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— Quali sono le altre sfide della transizione in Ciad?
— Penso che per il momento non ci siano sfide specifiche che posso menzionare. La sfida principale, per il momento, è la mancanza di risorse finanziarie per l'organizzazione di eventi futuri. La seconda grande sfida è rappresentata dall’eventualità che i militari si rifiutino di impegnarsi nel dialogo.
Ma, per il momento, siamo ottimisti, pensiamo che le risorse promesse saranno mobilitate con l'aiuto della comunità internazionale, di tutti i nostri partner, compresi quelli bilaterali.
Anche i militari, nonostante dicano di non aver avuto la possibilità di esprimersi in passato, ora che il dialogo è aperto, non hanno più ragioni per continuare la loro logica distruttiva.
Per questo, rimango ottimista e spero che la transizione porti agli obiettivi desiderati e attesi da tutti i ciadiani, ossia avere organizzazioni libere, trasparenti e democratiche che possano portare definitivamente la pace in Ciad e che questo Paese, sfregiato per decenni dalla guerra civile, possa dedicarsi al suo sviluppo e dare ai bambini ciadiani la possibilità di andare a scuola, di ricevere cure mediche e di vivere normalmente, come in tutti gli altri paesi del mondo.
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