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Caos libico, Ruvinetti (Med-Or): "Così andare al voto è impossibile"

© Sputnik . Andrey SteninLa crisi in Libia
La crisi in Libia - Sputnik Italia, 1920, 17.12.2021
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La nuova escalation di violenza a Tripoli mette a rischio il voto a cui è appesa la stabilizzazione delle istituzioni libiche. Per l'analista Daniele Ruvinetti, intervistato da Sputnik Italia, è molto probabile che già domenica si decida per il rinvio.
Ad una settimana dalle elezioni presidenziali in Libia scoppiano nuovi disordini a Tripoli che rischiano di allontanare le prospettive di stabilizzazione del Paese. Ma chi è che rema contro il voto? Sputnik Italia ha fatto il punto della situazione con Daniele Ruvinetti, analista geopolitico e Senior Advisor della Fondazione Med-Or di Leonardo.
— Nella notte tra mercoledì e giovedì delle milizie armate hanno circondato gli uffici governativi a Tripoli, a cosa è dovuta questa nuova escalation?
— L'escalation che c'è stata si lega alla sostituzione del comandante del distretto militare di Tripoli. La rivolta è stata guidata da milizie anti-islamiste, le quali protestavano sulla nomina per quel ruolo di un generale considerato troppo vicino alle posizioni che osteggiano. Se vogliamo pensar male, possiamo arrivare a supporre che quella stessa nomina sia stata concepita col pensiero di creare un po' di caos, sapendo che avrebbe prodotto un certo genere di reazione e che avrebbe aggiunto complessità e confusione alla fase elettorale. E in effetti così è stato, se si considera che una figura come Salah Badi, noto capo-miliziano misuratino sempre pronto a cavalcare situazioni caotiche, ha sfruttato il momento anche questa volta per unirsi alla protesta e diffondere un po' di disinformazione.
— Le elezioni del prossimo 24 dicembre sono a rischio?
— Sì, lo sono. È evidente dai fatti di questi giorni e da tutta una serie di situazioni con cui le divisioni profonde del Paese sono tornate a galla. D'altronde è stata la Commissione elettorale stessa ad esprimersi molto chiaramente giovedì 16 dicembre, definendo il voto "impossibile".
È davvero molto difficile pensare che la scadenza fissata per il 24 dicembre dal processo di Berlino e dalle risoluzioni della Nazioni Unite verrà rispettata. Domenica, dopo la riunione tra la Commissione elettorale, la Commissione parlamentare per le elezioni e il Consiglio supremo della magistratura è molto probabile che si deciderà per il rinvio.
Sarà anche interessante capire chi affronterà l'imbarazzo di comunicare che non si voterà: teoricamente toccherebbe all'alta Commissione elettorale, driver delle elezioni, sotto input del Parlamento.
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— Ma chi è che ha interesse a “sabotare” il voto?
— Dobbiamo dire prima di tutto che ci sono due scenari. Il primo è un rinvio di breve termine, e questo sarebbe il modo con cui i libici possono salvare un percorso che è stato portato avanti dall'Onu. L'altro, un ritardo di lungo periodo, che riguarderebbe però la formazione di un nuovo governo, perché ricordiamo che dal 24 dicembre l'attuale esecutivo decade e perde la fiducia ricevuta dal Parlamento.
Dunque, quello che potrebbe accadere in questo caso è che si crei un nuovo governo ad interim; e su questo in molti stanno già lavorando. La possibilità è che il ritorno di Stephanie Williams come inviato speciale dell'Onu per la Libia possa portarsi dietro una nuova intesa, perché fu lei che costruì l'attuale Governo di unità nazionale.
Difficilmente invece sarà possibile un rinnovo al premier Dbeibah, visti i rapporti tesi con varie parti del Parlamento, e dunque le difficoltà che potrebbe trovare nel ricevere una nuova fiducia.
Ora tornando al punto: chi non vuole le elezioni? Forse chi vuole un nuovo governo transitorio; alcune delle milizie di Tripoli; poi sicuramente gli islamisti, che sono il gruppo più in difficoltà perché si sentono più deboli elettoralmente.
Ma va anche sottolineato quanto l'entrata in scena di Saif al Islam Gheddafi abbia destabilizzato il processo: ha messo in difficoltà l'intero schema pensato dall'Onu e il nome del figlio dell'ex Rais in corsa ha creato non solo questioni politiche e sociali tra i libici, ma anche tecniche, con la corte di Sebha che ha accettato la sua candidatura mandando tutto in tilt.
Saif al Islam è visto molto male sia dalla Tripolitania, dove il premier Dbeibah ha forza per vincere le presidenziali, sia in Cirenaica dove ancora Khalifa Haftar ha un ruolo. Tuttavia va ricordato che ancora può avere seguito nel Paese, e per questo, per certi versi, fa paura ai due principali candidati; fermo restando che il suo nome è divisivo per altrettanta parte della popolazione. Su questo va anche aggiunto, però, che se i libici vogliono davvero guardare al futuro, devono fare pace con il passato.
Le bandiere di Libia e di Unione Europea - Sputnik Italia, 1920, 17.12.2021
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— Nel frattempo proprio a Sebha sono entrate le forze legate all'autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna) del generale Khalifa Haftar, che implicazioni avrà questa mossa?
— Si tratta di una mossa militare tipica haftariana, che serve per dimostrare, in ottica futura – e dunque non strettamente elettorale – che Haftar ha una presa non solo in Cirenaica, ma anche nel sud o centro-sud del paese.
Il generale ha mandato i carri armati a circondare la città per inviare un messaggio puntuale nel luogo geografico che ha dato autorizzazione alla candidatura di Saif al Islam.
Haftar sa benissimo che ci troviamo davanti all'inizio di una nuova fase negoziale, guidata anche in questo caso dall'Onu, dove lui vuole presentarsi come attore che non ha presa solo all'Est, ma anche nella fascia meridionale. E questo potrebbe essergli utile nell'ipotesi in cui partisse una trattativa per un nuovo governo.
— Le tensioni sono destinate a rimanere anche oltre il voto, minacciando la stabilizzazione?
— È possibile. Il tema centrale, infatti non è solo il voto, ma come implementarlo e spingerne il riconoscimento. Ora però il problema che si crea è ciò che succederà dal 25 dicembre in poi, perché grandi attori politici libici potrebbero già iniziare a non riconoscere il governo attuale in modo molto analogo in cui non avrebbero riconosciuto il risultato del voto. Quindi c'è il rischio che – se mancherà una nuova fase negoziale rapida ed efficace – torneranno gli scontri armati.
— Come dovrebbe agire il governo italiano in questo contesto?
— L'Italia non può non occuparsi del tema, e altrettanto l'Europa. Il rischio di una Libia che torna nel caos, che torna nel vacuum in cui le divisioni del Paese si accentuano, è insostenibile per la stabilità del macro-dossier del Mediterraneo allargato, che riveste un interesse strategico sia per Roma che per Bruxelles. Si creerebbe un grosso problema geostrategico, con grossi riflessi negativi su temi come immigrazione e sicurezza.
Vediamo d'altronde che l'Italia non riesce da sola a giocare un ruolo, così come non riesce la Francia, mentre riuscirebbe l'Europa, che però non pare capace di muoversi in modo unito, organico e deciso, e concede così spazi a Turchia e Russia.
L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.
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