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I robot possono provare empatia? Parola al Prof. Sgorbissa, “papà” di Pepper

© REUTERS / Stringer Due robot scelgono il cibo
Due robot scelgono il cibo - Sputnik Italia, 1920, 15.12.2021
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Così come l’uomo può mettersi nei panni degli altri per comprenderne le azioni, anche i robot sono in grado di replicabile questo comportamento.
Nell’ambito di una sanità interamente dematerializzata e virtualizzata, non esisteranno più solo e genericamente i robot, ma i "care-robot": macchine specializzate nell’assistenza, impiantate su dispositivi fisici e utilizzate per fare compagnia ad anziani, persone con deficit cognitivo o con mobilità limitata. L’Università degli Studi di Genova è capofila del progetto di ricerca CARESSES, che esplora le nuove frontiere della robotica e dell’intelligenza artificiale, attraverso la realizzazione di robot di assistenza domestica, il cui comportamento si adatta alla cultura delle persone assistite.
I robot "empatici" potranno aiutare gli anziani a sentirsi meno soli e a proprio agio? Le persone sarebbero pronte ad affidare i propri nonni ad un robot? Per parlarne, Sputnik Italia ha incontrato Antonio Sgorbissa, Professore di Robotica all’Università di Genova, che con il progetto Caresses Robots sta creando il primo robot capace di “adattarsi” alle radici culturali degli anziani.
© Foto : Antonio SgorbissaAntonio Sgorbissa
Antonio Sgorbissa - Sputnik Italia, 1920, 15.12.2021
Antonio Sgorbissa
Professore, come è partito il progetto “robot empatici” e con quale obiettivo?
— Il progetto è partito in seguito a un bando della Comunità Europea, finalizzato alla collaborazione Europa-Giappone sul tema dell’assistenza agli anziani.
In seguito alla mia esperienza ventennale nella realizzazione di sistemi intelligenti autonomi, ho pensato che si trattasse di una grande opportunità per mettere in gioco le competenze mie e dei miei colleghi. In particolare, abbiamo pensato che fosse fondamentale realizzare robot in grado di stabilire un legame affettivo con le persone: per questo ci siamo prefissi l'obiettivo di realizzare per la prima volta robot “culturalmente competenti”, in grado cioè di adattarsi al background culturale della persona con cui interagiscono.
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— Chi fa parte della Sua squadra, immagino che non siano solo ingegneri? Come si svolge in pratica il lavoro di un laboratorio che si occupa della creazione di un’intelligenza artificiale?
— La squadra dell’Università di Genova è principalmente composta da esperti di robotica, intelligenza artificiale e informatica. Nel gruppo è però presente anche un’esperta di bioetica, fondamentale per garantire che l’uomo sia al centro del processo di sviluppo tecnologico. Il progetto vedeva poi la collaborazione di altri paesi, con competenze in robotica, ma anche in infermieristica transculturale, psicologia, salute Pubblica.
© Foto : Antonio SgorbissaUn "care-robot"
Un care-robot - Sputnik Italia, 1920, 15.12.2021
Un "care-robot"
Il lavoro di laboratorio prevede una fase di studio dello stato dell’arte, ovvero ciò che altri ricercatori hanno fatto nello stesso ambito prima di noi. Si passa poi alla realizzazione di “modelli”, che descrivono come ci aspettiamo che il robot si comporti in diverse situazioni. Infine, segue l’implementazione dei modelli in software. Questa è la parte più faticosa, quando si parla di robot autonomi: le cose che possono succedere nel “mondo reale” sono imprevedibili. Gli esseri umani hanno imparato a rispondere correttamente agli stimoli del mondo esterno in seguito a un lunghissimo processo evolutivo; i robot sono decisamente più limitati e tendono a fallire spesso a fronte di situazioni inattese.
— Potrebbe spiegarci, cosa vuol dire “robot sociale” in generale? E che cosa sa fare Pepper?
— Un robot sociale è un robot che interagisce con le persone non sul piano fisico, ma sul piano sociale: deve essere in grado di conversare, ma anche di usare i suoi sensori per capire la situazione e reagire nella maniera corretta. Nel campo dell’assistenza agli anziani, un robot sociale non si occupa di riabilitazione o di fornire un supporto fisico: può però ridurre il senso di solitudine, stimolare le persone ad avere una vita attiva, fornire un supporto sul piano cognitivo, o anche accorgersi di situazioni di emergenza. Pepper, sviluppato da SoftBank Robotics, è un esempio di robot sociale di successo: ha una grande espressività che lo rende immediatamente simpatico, ma non può svolgere compiti fisici. È però importante tenere presente che Pepper, senza un’intelligenza artificiale come quella sviluppata da noi, può fare ben poco: è come un computer su cui nessuno abbia installato nessun programma.
— I robot socialmente intelligenti potrebbero essere utilizzati anche per fornire assistenza a bambini e ragazzi che soffrono di disturbi dello spettro autistico?
— Ci sono già numerose ricerche in questo campo: i robot sociali possono favorire la comunicazione con bambini e ragazzi con disturbi dello spettro autistico, svolgendo anche il ruolo di “mediatori” con gli altri ragazzi.
Uno dei robot più noti in questa area di ricerca è Kaspar: si tratta di un robot con le sembianze di un bambino, con comportamenti semplici e prevedibili che, dicono i ricercatori, risultano rassicuranti per il suo interlocutore. Altri esempi di robot usati in questo campo sono NAO, il fratello minore di Pepper, e la foca Paro, usata anche per persone anziane affette da demenza.
— La solitudine, che Lei ha già citato, è un grave effetto collaterale della pandemia per gli anziani delle RSA e per le persone malate. Il robot sociale può completamente sostituire l’essere umano, può mettersi nei panni degli altri per anticiparne le azioni, può suscitare emozioni e stabilire un rapporto con le persone con diversi background? Che cosa dicono i test a questo proposito?
— Il robot sociale non può sostituire completamente l’essere umano, se non altro per le enormi limitazioni sul piano fisico. Un robot sociale non può aiutare una persona ad alzarsi dal letto, e molto difficilmente potrà andare in cucina a prendere le medicine o un bicchier d’acqua. Potrà sicuramente aiutare la persona a passare il tempo in maniera meno passiva rispetto alla televisione, o metterla in contatto con i propri cari. Ricordiamo che non tutte le persone anziane sono abili nell’usare strumenti tecnologici: tra le cose che un robot sociale può fare, c’è aiutare le persone a usare la tecnologia.
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Noi crediamo che i robot sociali non possano sostituire i “caregiver”, ma che possano “aiutare le persone ad aiutare”. Nell’ambito del progetto CARESSES abbiamo svolto test con residenti delle case di cura del Regno Unito, riscontrando un miglioramento nel benessere mentale ed emotivo nelle persone cui veniva assegnato un robot. Si tratta però di gruppi di persone troppo piccoli per trarre conclusioni generali.
© Antonio SgorbissaUn "care-robot"
Un care-robot - Sputnik Italia, 1920, 15.12.2021
Un "care-robot"
— Ci sono ancora ostacoli da superare e studi da completare? O il vostro Pepper è già completo?
— Ricordo ancora che il robot Pepper non è stato sviluppato da noi, ma dall’azienda SoftBank Robotics: noi abbiamo però sviluppato la sua intelligenza artificiale, dotata di competenza culturale, che lo rende in grado di interagire con le persone nella maniera corretta. C’è ancora molto da fare, ovviamente: la ricerca non si ferma mai e, in ogni caso, sviluppare un prototipo non è la stessa cosa che preparare un prodotto per il mercato.
La nostra ambizione è, nel prossimo futuro, sviluppare un sistema sul Cloud che renda capace di interazione “empatica” e “culturalmente competente” non solo Pepper, ma qualunque robot voglia usufruire della nostra esperienza.
Secondo il rapporto della International Federation of Robotics, quello dei robot per anziani e disabili è un mercato che “crescerà sostanzialmente nei prossimi 20 anni”. La robotica è stata inclusa nel PNNR. Secondo Lei, questo capitolo potrebbe dare una spinta alla ricerca italiana a beneficio della società intera?
— La robotica è stata inserita nel PNRR, ma come una parte dell’intelligenza artificiale, campo di ricerca più vasto, che non include solo i robot, ma qualunque sistema in grado di apprendere, comprendere, e prendere decisioni. Credo che questa fase darà un impulso a tutta la ricerca italiana nel campo dell’intelligenza artificiale, sia essa dotata di corpo o sia semplicemente un programma eseguito su un calcolatore.
Sicuramente i robot, per assistere le persone anziane, avranno un ruolo importante, anche perché, diversamente da quanto si potrebbe pensare, un’altissima percentuale di persone accoglierebbe molto volentieri un robot in casa propria per assisterlo. Purché sia sufficientemente “amichevole” e in grado di capire a fondo le loro abitudini, i loro bisogni, e quello che conta davvero per loro.
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