Registrazione avvenuta con successo!
Per favore, clicca sul link trasmesso nel messaggio inviato a

A Capodanno gli Americani fuori dall'Iraq: chi prenderà il loro posto e perché

© NATOPiloti Americani in un volo della missione contro l'ISIS in Iraq
Piloti Americani in un volo della missione contro l'ISIS in Iraq - Sputnik Italia, 1920, 13.12.2021
Seguici su
Dopo aver abbandonato l’Afghanistan le truppe americane si stanno preparando a lasciare anche l’Iraq. Lo faranno entro il 31 dicembre di quest’anno e nel Paese non resteranno più di 2500 militari, impegnati pressoché soltanto in compiti di istruzione e addestramento per le forze irachene.
I politici e gli analisti di politica internazionale si stanno domandando quali conseguenze si avranno negli equilibri di forza tra gli attori locali.
È bene ricordare che la presenza militare americana era tornata ad aumentare dopo la fine della guerra contro Saddam Hussein per fronteggiare il fenomeno dell’Isis che stava dilagando su tutto il territorio ed era arrivato a sfiorare Bagdad e ad entrare, seppur di poco e per breve tempo, anche nella regione curda.
Che il Paese non sia ancora del tutto pacificato e ancora lontano sia il tempo di poterlo considerare una democrazia assodata lo dimostrano vari fattori:
disordini e manifestazioni violente di piazza
la presenza diffusa di gruppi armati che non obbediscono al governo centrale né fanno parte delle forze curde (i peshmerga)
la bassissima affluenza alle urne nelle elezioni politiche dello scorso ottobre, che non ha superato il 44%

Proprio il risultato di queste elezioni è oggi, paradossalmente, uno dei fattori di destabilizzazione.

Il partito sciita guidato da Muqtada Al Sadr, quello che ha guidato le proteste popolari contro la corruzione e l’invadenza delle potenze straniere, è uscito vincitore conquistando ben 73 posizioni sui 329 seggi del parlamento e i grandi sconfitti sono stati invece i gruppi che fanno riferimento alle milizie pro iraniane, ugualmente di fede sciita.
Costoro hanno visto ridurre i propri esponenti nel Parlamento a soli 16 deputati perdendone quindi ben 17 rispetto alle consultazioni precedenti del 2018. Al primo annuncio dei risultati le milizie hanno subito urlato ai brogli elettorali chiedendo e ottenendo il riconteggio delle schede.
La richiesta è stata accolta e i voti sono stati ricontrollati uno per uno ma i risultati, resi noti solo il 30 Novembre, hanno certificato solo una piccolissima variazione che riguardava per di più solo altri partiti.
Il mondo sciita è fortemente diviso al proprio interno e anche nessuno degli altri partiti è in grado, da solo, di garantire una maggioranza. Si dovrà dunque procedere alla ricerca di una coalizione, così come era stato per la formazione del governo uscente guidato da Mustafà al Kadhimi.
Costui aveva già cercato di affrontare i problemi rappresentati nelle piazze e aveva provato, senza riuscirci, a ridurre la diffusa corruzione e il prevalere degli interessi di gruppi e tribù sopra quelli dello Stato.
Aveva pure tentato di ricondurre sotto il controllo dell’esercito ufficiale l’azione delle bande armate filo-iraniane ma, anche in questo caso, senza risultati.
Questa situazione di scarsa autorità delle Istituzioni ufficiali è poi aggravata da una disoccupazione crescente e da servizi pubblici inefficienti e il tutto ha sicuramente influito sulla disaffezione degli elettori.
La presenza delle truppe americane, contestata da più gruppi locali e benvenuta per altri, non è servita a molto per affrontare i problemi sul tappeto, ma la paura attuale è che il loro definitivo ritiro potrebbe ulteriormente incoraggiare Paesi terzi confinanti ad incrementare la loro intromissione nei fatti interni iracheni.
© Foto : NATODue soldati iracheni durante un addestramento sulla rimozione di mine
Due soldati iracheni durante un addestramento sulla rimozione di mine - Sputnik Italia, 1920, 13.12.2021
Due soldati iracheni durante un addestramento sulla rimozione di mine
Uno dei timori riguarda la possibile risurrezione di frange dell’ISIS e di Al Qaeda, soprattutto dopo il ritiro di tutte le truppe occidentali dall’Afganistan.
Un secondo fattore di possibile instabilità può derivare dalla sensazione, da parte delle milizie pro-iraniane, di avere più spazio d’azione a loro disposizione.
Il nuovo governo, qualunque esso sarà, farà di tutto per cercare di disarmarle e di rompere i legami che li uniscono alle formazioni iraniane di Al Quds.
Se da un lato la pesante sconfitta elettorale riportata da loro alle elezioni può incoraggiare Bagdad verso questa direzione, dall’altro le milizie cercheranno di ottenere con la violenza ciò che le urne hanno loro negato.
Un punto di domanda che resta aperto è come diventeranno i rapporti tra il governo centrale e quello regionale di Erbil.

L'incognita curda

Dopo il referendum per l’indipendenza organizzato dai curdi, le relazioni erano peggiorate fino ad arrivare ad uno scontro armato nei pressi di Kirkuk con il conseguente abbandono della città (strappata all’ISIS) da parte curda.
Con la formazione del governo di Al Kadhimi e un cambio al vertice della presidenza ad Erbil, i rapporti si erano stabilizzati fino a consentire una proficua collaborazione tra le due capitali.
I curdi, fino ad essere smentiti dall’episodio di Kirkuk ove gli americani avevano tacitamente appoggiato il governo centrale, avevano sempre contato su un sostegno USA e, in un certo senso, anche la rappacificazione con Bagdad fu, in qualche modo, garantita dagli americani.
Se, come è probabile, il futuro governo iracheno coinvolgerà pesantemente anche la parte curda è possibile che non nascano nuove tensioni e la collaborazione possa continuare.
Tuttavia, non va dimenticato che proprio nel Kurdistan iracheno Turchia ed Iran giocano una loro competizione mai dichiarata.
Il partito di maggioranza dei curdi, il KDP, controlla agevolmente la parte occidentale della regione è strettamente legato ad Ankara perché la Turchia è il più vicino ed importante punto di passaggio per le importazioni e le esportazioni e costituisce il maggiore partner commerciale.
Nella parte orientale, invece, domina il PUK che ha stretti legami proprio con l’Iran.
Entrambi questi Paesi, ufficialmente in buoni rapporti tra loro, ambiscono a poter in qualche modo controllare la politica irachena e non si può affatto escludere che la partenza degli americani possa spingerli ad accentuare le loro influenze sotterranee per prevalere sull’altro.
Inoltre, è pure possibile che i turchi aumentino le loro incursioni nel Kurdistan iracheno per combattere i ribelli del PKK che vi si rifugiano sulle montagne e gli iraniani facciano lo stesso nella parte ovest della regione contro i curdi iraniani dissidenti.
La formazione del governo richiederà probabilmente un po’ di tempo e solo dalla composizione della maggioranza che lo sosterrà si riuscirà a capire quali saranno i nuovi rapporti di forza e come sarà, con grande probabilità, il futuro della democrazia e dello Stato iracheno.
Notizie
0
Prima i più recentiPrima i più vecchi
loader
Per partecipare alla discussione
accedi o registrati
loader
Chats
Заголовок открываемого материала