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Covid, basta dare la colpa ai giovani

© AP Photo / Gregorio BorgiaAlunni all'ingresso della scuola, Roma
Alunni all'ingresso della scuola, Roma - Sputnik Italia, 1920, 12.12.2021
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Se ne fregano delle regole, a causa della movida crescono i contagi e muoiono sempre più anziani. È stato il ritornello che durante i mesi di pandemia ha incolpato i giovani della diffusione del virus e della morte dei nonni. Una narrativa ingiusta e inutile che ha solo contrapposto due generazioni ignorando totalmente le sofferenze dei ragazzi.
Ce lo ricordiamo benissimo: fin dai primi giorni di pandemia i media e la società hanno puntato il dito contro di loro, i più giovani, rei di diffondere il Covid e di infischiarsi delle regole. “Gioventù smarrita. Restituire il futuro a una generazione incolpevole” è il recente saggio dell’economista Galasso che, assolutamente contro corrente, mette i puntini sulle “i” e smonta la narrazione ufficiale sulla pandemia contro i giovani.
Ancor prima della pandemia l’Italia era famosa per essere un Paese per vecchi, in cui le difficoltà e le sofferenze dei giovani vengono ignorate. Perché essere giovane in Italia è una colpa? Perché i giovani vengono considerati come un peso e non come una risorsa? Sputnik Italia ha raggiunto per un’intervista Vincenzo Galasso, professore di economia alla Bocconi di Milano, autore del libro “Gioventù smarrita (Egea Editore).
— Professore Galasso, parliamo dei giovani e di come sono stati trattati durante la pandemia.
È emersa fin da subito l’idea che la pandemia fosse stata causata dai giovani, i quali sono stati colpevolizzati e anche ignorati. Le loro sofferenze non sono state prese assolutamente in considerazione. Questa narrativa in Italia è nata da subito, la sera stessa in cui si è cominciato a parlare di Covid. Durante la sua prima conferenza stampa l’allora premier Giuseppe Conte ha dichiarato che i giovani devono tutelare i propri genitori e i propri nonni e che non è il momento di fare i furbi.
La narrativa che abbiamo visto in merito alla movida e alle colpe dei giovani è stata falsa, perché si moriva altrove e non nei posti dove andavano i giovani, si moriva negli ospedali e nelle case di cura. È stata una narrativa ingiusta, perché i dati che abbiamo preso dal progetto Repeat (Representations Perceptions and Attitudes on the Covid-19) mostrano che i giovani sono stati molto ligi a seguire le regole. I giovani non se ne sono fregati, sono stati bravi. È stata anche una narrativa dannosa, perché i giovani hanno sofferto di questa pandemia anche loro e tanto.
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— I giovani, soprattutto gli adolescenti, porteranno addosso a lungo queste cicatrici rispetto ad altri, che cosa ne pensa?
Ci sono state delle sofferenze legate al lockdown e alla Dad. I giovani si sono trovati chiusi in casa e quindi senza poter fare sport, senza poter vedere i loro coetanei. Niente gite scolastiche e maturità, lauree festeggiate in casa. Tutto questo è stato sottovalutato. Questi fattori non sono stati presi in considerazione ritenendo che tanto i giovani hanno tutta la vita davanti a loro, mentre le persone anziane stanno morendo. Si è utilizzata una contrapposizione spiacevole. È vero che le persone anziane hanno vissuto in maniera drammatica il Covid, perché erano loro le vittime maggiori, però è allo stesso tempo vero che la sofferenza c’è stata anche fra i giovani. Non è chiaro perché una cosa escluda l’altra.
In Italia si sono quasi dimenticate le sofferenze da parte dei giovani. Al di là delle sofferenze psicologiche ci sono anche delle conseguenze tangibili di lungo periodo, perché c’è stato un aumento della dispersione scolastica, a cui si aggiunge il fatto che sul mercato del lavoro i giovani hanno sofferto in maniera sostanziale.
— Ancora prima del Covid di giovani non si parlava mai, né della disoccupazione giovanile, che in Italia è fra le più alte d’Europa. Perché essere giovane è una colpa? Perché essere giovani rappresenta un peso e non una risorsa?
Con il collega Tito Boeri nel 2007 ho scritto un libro che si chiama “Contro i giovani” e il sottotitolo è Come l’Italia sta tradendo le giovani generazioni. Non è una novità, questo problema viene effettivamente da lontano. L’Italia è un Paese che ha sempre guardato di più alle persone anziane che ai giovani. Questo dipende dal fatto che l’Italia è un Paese anziano, vecchio. Non possiamo dire che in Italia i giovani come figli non siano considerati importanti. C’è un grande interesse all’interno delle famiglie per i propri figli e poi vi è una rilevanza minore nei confronti della generazione giovane. Vi è un altruismo solo famigliare nei confronti dei giovani.
— Il suo libro più recente “Gioventù smarrita” è quanto mai attuale. È una lettura destinata ai giovani o è utile anche per i più anziani per rendersi conto della situazione dei giovani nel Paese?
Dal mio punto di vista il libro nasce da un’esigenza di raccontare ciò che come docente universitario e padre ho visto nel corso di questi mesi: una sofferenza che secondo me i genitori hanno registrato nei loro figli. Ho avuto accesso a dei dati di un progetto internazionale, questo mi ha dato la possibilità di affrontare il tema dal punto di vista del ricercatore. Mettendo tutto insieme ho deciso di raccontare una storia un po’diversa rispetto alla narrativa ufficiale nel Paese, perché credo che siano necessari dei correttivi per aiutare i giovani a superare un momento di crisi. La speranza è che il libro dia un po’di consapevolezza su questo aspetto e quindi spinga ad aiutare i ragazzi.
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