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Libia, il domino italo-turco

ITS San Giorgio - Sputnik Italia, 1920, 11.12.2021
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L’arrivo nel porto di Tripoli della nave San Giorgio e la fornitura di una centrale elettronica per il coordinamento nella lotta ai trafficanti di uomini riapre la partita con la Turchia, pronta a mettere le mani sulla Guardia Costiera e sulla gestione dei flussi migratori nel Mediterraneo centrale.
Una partita fondamentale, perchè, con il controllo di quella rotta, Ankara potrebbe usare l’arma dei migranti anche nel Canale di Sicilia e reiterare il ricatto già esercitato sulla rotta balcanica.
Gli sbarchi si fermano sul bagnasciuga. Il primo a capirlo fu il ministro degli interni Marco Minniti.
Dopo la sua uscita di scena, sia Matteo Salvini sia Luciana Lamorgese sembravano averlo dimenticato. Così, in alcuni momenti, si rischiò che la Guardia Costiera di Tripoli, creata dall’Italia e messa in grado di operare grazie alle motovedette donate dal nostro governo, passasse sotto il controllo della Turchia.
Con l’ arrivo nel porto di Tripoli della nave portaelicotteri San Giorgio e alcune importanti forniture tecniche alla Guardia Costiera di Tripoli, tutto sembra essere nuovamente sotto controllo.
Ma il domino italo-turco, iniziato nel lontano 1911, quando l’Italia sottrasse all’Impero ottomano il controllo dei territori libici, è tutt’altro che terminato. Le mosse italiane sembrano riaprire una partita che ha come posta il controllo delle rotte migratorie del Canale di Sicilia.
Una partita fondamentale per evitare che Ankara possa usare anche lì quell’arma dei migranti, già impiegata con successo sulla rotta balcanica, per ricattare i paesi europei. La nave italiana trasportava un sofisticato sistema elettronico di coordinamento dei salvataggi del valore di circa 15 milioni di euro. La costosa centralina garantirà un doppio vantaggio.
Da una parte, permetterà alla Guardia Costiera libica di coordinare meglio gli interventi delle unità incaricate di impedire le partenze. Dall’altra, consentirà alle nostre autorità di monitorare e coordinare l’operato della Guardia Costiera libica, senza tenere una nave appoggio nella base di Abu Sitta. Quel che però ha destato più scalpore è stato il clima di segretezza in cui si è svolta la missione della San Giorgio.
Il trasferimento del complesso sistema elettronico, racchiuso in vari container, è venuto alla luce solo dopo la diffusione su internet delle foto della porta-elicotteri ormeggiata nel porto della capitale libica. Dietro tanta segretezza ci sono soprattutto le pressioni e le preoccupazioni del Pd.
Enrico Letta teme che il rinnovato sostegno del governo Draghi alla Guardia Costiera Libica ridia voce all’oltranzismo umanitario di quei settori del partito, rappresentati da Laura Boldrini, Matteo Orfini ed Erasmo Palazzoto, che accusano la Guardia Costiera di contribuire alla segregazione e allo sfruttamento dei migranti.
Le divisioni erano state in parte ricomposte a metà luglio, quando un emendamento, votato dalle Commissioni riunite di Esteri e Difesa, aveva sancito il trasferimento alla Missione navale europea Irini, a partire dal 2022, di tutte le attività di sostegno alla Guardia Costiera.
L’emendamento era, in verità, un capolavoro di ipocrisia politica. In primo luogo perchè trasferiva le competenze dall’Italia ad una missione navale finanziata dall'UE, ma guidata dal nostro paese. In secondo luogo perchè, con quell’emendamento, il Partito Democratico costringeva il governo a prender le distanze da una missione inventata da un ministro del Pd come Marco Minniti, durante un governo a guida Pd, come quello di Paolo Gentiloni.
Il formale disimpegno rappresentava, però, una questione fondamentale per Enrico Letta, preoccupato per le reazioni degli ultrà dell’accoglienza, sempre pronti a denunciare il sostegno alla guardia costiera di Tripoli.

"Sulla Libia voto contro… Letta non può dire 'facciamoli torturare ancora per un anno'”, aveva ribadito a luglio Orfini.

In verità, ben poco cambierà. Il coordinamento e l’addestramento della Guardia Costiera passerà a Irini, ma verrà svolto in gran parte sul territorio italiano. E anche sul lato finanziamenti i cambiamenti saranno solo di facciata. Buona parte del sostegno garantito fin qui ai libici è stato già pagato con i fondi del programma di supporto alla gestione integrata del confine e delle migrazioni in Libia, finanziato dall’Unione Europea ed avviato nel dicembre 2017, dopo le intese tra la Commissione Europea e la Direzione Centrale dell’Immigrazione del Ministero dell’Interno italiano.

Per capire come tutto, in verità, resti in capo all’Italia, basta consultare il sito web della Guardia di Finanza. Il sito ha pubblicato un bando per l’individuazione delle aziende in grado di fornire “5 motori MAN potenza 478kw/650Cv e relativi ricambi necessari” destinati alle “unità navali classe P. 100 in dotazione al General Administration for Coastal Security (Gacs)", l’ente del Ministero dell’Interno libico responsabile del controllo delle acque territoriali e della zona Sar (Search and Rescue).

La gara, del valore stimato di 354mila euro, verrà aggiudicata entro l’11 gennaio e le migliori offerte verranno valutate dal Centro Navale della Guardia di Finanza di Formia (Latina). Per fortuna, insomma, non cambierà nulla.
Le incertezze dei precedenti governi avevano fatto temere un passaggio della Guardia Costiera libica sotto il controllo di Ankara.
Le peggiori preoccupazioni si erano registrate nell’ottobre 2020, quando il ministero della Difesa di Ankara annunciò di voler organizzare l’addestramento e i corsi per il personale militare libico, nel quadro degli accordi di cooperazione con il governo di Tripoli.
Subito dopo, alcuni tweet mostrarono le foto, scattate a bordo di alcune motovedette donate dal governo italiano, come la Ubari 660.
Nelle foto si vedevano i consiglieri militari turchi impegnati a istruire il personale della Guardia Costiera di Tripoli.
Il colpo basso non era di poco conto. Scippandoci la Guardia Costiera libica, la Turchia di Erdogan ci avrebbe sottratto anche il controllo dei flussi migratori nel Mediterraneo centrale. In pratica, Ankara sarebbe stata libera di estendere al Canale di Sicilia il ricatto già praticato sulla rotta balcanica, dove ha preteso oltre sei miliardi di euro, seguiti da una richiesta di altri quattro, per impedire il transito in Europa dei migranti.
La minaccia, o l’intenzione, di subentrare all’Italia venne reiterata nell’aprile di quest’anno. Allora, proprio mentre Mario Draghi si recava a Tripoli e ringraziava la Guardia Costiera libica, sfidando le durissime critiche degli oltranzisti Pd, il ministero della Difesa di Ankara annunciava di essersi accollato l’addestramento dei sommozzatori della marina libica.
© Filippo AttiliL'accoglienza a Mario Draghi in Libia
L'accoglienza a Mario Draghi in Libia - Sputnik Italia, 1920, 11.12.2021
L'accoglienza a Mario Draghi in Libia
Una mossa subito rintuzzata dall’Italia, che dalla scorsa estate è tornata ad ospitare nella Scuola nautica della Guardia di Finanza di Gaeta i sommozzatori della Guardia costiera libica. Ma la partita è solo iniziata.
La Turchia, presente militarmente in Libia, ha la forza della armi, l’Italia quella dei fondi garantiti dall’Unione Europea. Vincerà, anche stavolta, chi saprà meglio gestire il caos libico.
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