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Improbabile una guerra russo-ucraina anche se forse qualcuno la vorrebbe

© Sputnik . Andrey Iglov / Vai alla galleria fotograficaValico di frontiera tra Russia e Ucraina
Valico di frontiera tra Russia e Ucraina - Sputnik Italia, 1920, 10.12.2021
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Novembre è stato caratterizzato da un crescente senso di allarme per quanto sta accadendo a ridosso del confine russo-ucraino. Le autorità di Kiev hanno accusato Mosca di ammassare truppe in prossimità delle sue frontiere in vista di una possibile invasione che scatterebbe il prossimo gennaio.
Nello stesso mese, il presidente ucraino Zelensky ha addirittura dato per imminente un colpo di stato ai suoi danni che avrebbe dovuto aver luogo il 2 dicembre scorso. Si è fatta sentire anche l’Alleanza Atlantica, confermando la presenza di un gran numero di militari russi nelle aree già indicate da Kiev.
Hanno inoltre preso a girare sulla stampa e nel web mappe dettagliate sulla dislocazione dei reparti russi e ricostruzioni ipotetiche delle loro possibili direttrici di attacco. Naturalmente, ha generato forte sensazione anche la stima secondo la quale sarebbero ormai 175mila gli uomini dell’Esercito di Mosca pronti a sferrare il colpo.
Ma è davvero realistico pensare che la Russia pensi attualmente ad un’offensiva in grande stile in territorio ucraino? Cosa avrebbe da guadagnare e cosa rischierebbe di perdere?
In realtà, l’analisi disponibile sembra riconducibile a due filoni nettamente distinti. Una parte dei commentatori e degli stakeholder, quelli più preoccupati, sembrano esprimersi in vista di un obiettivo politico evidente: deteriorare ulteriormente i rapporti tra l’Europa e la Russia, forzando contestualmente le tappe del processo di avvicinamento ed accessione dell’Ucraina alla Nato.
Porre in luce il persistente squilibrio delle forze esistente tra russi ed ucraini ad esempio è funzionale ad incoraggiare l’invio di rinforzi e aiuti verso Kiev, creando progressivamente dei fatti compiuti, che potrebbero rendere persino superflua la successiva eventuale adesione ucraina all’Alleanza Atlantica.
In Ucraina stanno giungendo droni dalla Turchia. I tedeschi hanno considerato di trasferire dei mezzi corazzati, mentre gli Stati Uniti hanno da tempo iniziato a rifornire Kiev di armi e munizionamento letale. Si parla anche dello stabilimento di una base militare americana sul suolo ucraino. La tensione giustificherebbe le misure. Ma occorre, naturalmente, che il gioco non sfugga di mano.
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Perché una cosa è generare la paura, un’altra è sostenere un vero e proprio conflitto. Proprio per questo motivo, i movimenti di mezzi, materiali e soldati russi verso il confine ucraino hanno verosimilmente altre ragioni, riconducibili alla fattispecie della diplomazia armata.
Al contrario di quanto si legge fin troppo spesso, a Mosca non occorre affatto un corridoio per collegare meglio la Crimea al resto della Federazione. Esiste già un ponte che assicura la connessione. Desidera invece esercitare una funzione dissuasiva nei confronti di chi a Kiev immagina di riconquistare il Donbass con strumenti militari.
Non è neanche molto credibile che la Russia attacchi di propria iniziativa in pieno inverno, quando le condizioni ambientali sono proibitive ed agevolano intrinsecamente il compito di chi deve difendersi rispetto a quello di chi deve invece farsi largo in un paese presumibilmente ostile.
È invece vero che le forze armate russe si esercitano periodicamente a combattere anche nei mesi invernali, ma per difendere più efficacemente il proprio territorio.
È peraltro possibile che ci sia qualcuno che speri in un passo falso russo, magari qualche incidente, per poi poter sottoporre il Cremlino ad un nuovo giro di vite e soprattutto impedire che la Russia possa trarre eccessivi vantaggi dal rincaro delle materie prime in corso. Per questo, le possibili provocazioni costituiscono un rischio che non può essere sottovalutato.
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Tutto questo è certamente chiaro ai vertici politico-militari della Federazione Russa, che certamente non desiderano un conflitto che ne deteriorerebbe la posizione internazionale, come riconoscono anche gli analisti più realisti di cui gli Stati Uniti dispongono: persone come Ian Bremmer, che non credono allo scenario della guerra, pur non esternando alcuna particolare simpatia per Mosca.
Tutto ciò significa che è in atto una partita a scacchi. La Russia vuol proteggere l’autonomia del Donbass e la sicurezza dei propri confini, che ritiene posta grave in pericolo dall’ipotesi che l’Ucraina diventi un avamposto armato dell’Occidente, distante da Mosca appena 500 chilometri di pianura priva di ostacoli naturali.
Mosca necessita altresì di esportare senza eccessivi problemi le materie prime di cui dispone, ora che può farlo a prezzi migliori di un anno fa e in un momento in cui anche la pandemia sta generando difficoltà economico-sociali significative.
Una campagna in Ucraina non sarebbe verosimilmente neppure popolare tra i russi. Non è quindi verosimile che la concentrazione di truppe di cui si parla prepari un’invasione che era giudicata irrealistica anche nel 2014. È utile invece a formare percezioni, veicolare messaggi e negoziare.
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Biden sembra disponibile ad un confronto che potrebbe anche anticipare la de-escalation delle tensioni. Sarebbe però ingenuo attendersi risultati decisivi, data la differenza di fondo degli obiettivi comunque perseguiti. Mosca desidera garanzie a lungo termine che probabilmente gli Stati Uniti non sono disposti a concedere. La finestra di opportunità si è chiusa con la sconfitta di Trump.
Washington ambisce a consolidare l’ingresso dell’Ucraina nel sistema di sicurezza occidentale ed invoca la libertà di Kiev di decidere da che parte stare e in che modo. Per la Russia questa aspirazione costituisce invece una minaccia quasi esistenziale, che dovrebbe essere tenuta in debito conto.
È strano che proprio il paese che nel 1962 agitò lo spettro dello scontro con l’Unione Sovietica per i missili a Cuba non comprenda oggi le preoccupazioni dei russi. Che sono invece naturali e derivano da una cultura strategica profonda e stratificata nel tempo, di cui sono parte decisiva non solo le esperienze fatte durante le guerre napoleoniche, ampiamente descritte in quello che è tuttora il romanzo nazionale dei russi, ovvero Guerra e Pace, ma anche con la Polonia un secolo fa, e poi con Hitler.
Le divergenze di interessi e di vedute sopravvivranno certamente a qualsiasi forma di dialogo. Ma l’auspicio è che si trovi il modo di gestirle politicamente in modo non rovinoso. Una nuova guerra anche limitata in Europa sarebbe davvero una tragedia.
L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.
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