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Brexit e la questione dell'Irlanda del Nord: la patata bollente di Boris Johnson

© AP Photo / Michael ProbstBritain's Foreign Minister Boris Johnson adjusts his hair at the beginning of a working session during the G-20 Foreign Ministers meeting in Bonn, Germany, Thursday, Feb. 16, 2017.
Britain's Foreign Minister Boris Johnson adjusts his hair at the beginning of a working session during the G-20 Foreign Ministers meeting in Bonn, Germany, Thursday, Feb. 16, 2017.  - Sputnik Italia, 1920, 08.12.2021
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Approfondimento
Presto sarà passato esattamente un anno da quando il Regno Unito ha lasciato l'Unione Europea. In questo lasso di tempo molto è cambiato nelle relazioni tra Londra e l'Europa continentale.
Il governo britannico è visto in Europa come un partner inaffidabile, pronto a rinnegare i propri impegni in qualsiasi momento. Il presidente francese Macron definisce il primo ministro britannico un “pagliaccio”, ma questa è soltanto una metà del problema. La cosa peggiore è che Macron sta premendo su un tasto dolente del conflitto di Londra con l'UE, ossia l'Irlanda del Nord.
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Nella capitale di questa regione, Belfast, è in corso un'insolita battaglia legale. Un gruppo di politici locali sta facendo causa al governo Johnson, sostengono che, firmando l'accordo Brexit con l'UE, il consiglio dei ministri abbia violato l'Atto di Unione del 1800, che unì i regni di Gran Bretagna e Irlanda. La pretesa è quantomeno insolita: infatti, da molto tempo, non esiste più questa unione come la si intendeva al momento della stipula dell’Atto, ma nessuno ha mai abrogato la legge. I promotori del processo sono di fatto scontenti del cosiddetto protocollo irlandese.
Questo documento stabilisce che l'Irlanda del Nord rimane all’interno del mercato unico europeo ed è, dunque, soggetta alla normativa commerciale dell'UE. Se l’Irlanda del Nord lasciasse l'Unione doganale europea, sull’isola si verrebbe a ricreare un vero e proprio confine, il che rischierebbe di riaccendere il sopito conflitto tra i lealisti irlandesi, sostenitori dell'unione con l'Inghilterra, e i repubblicani, che sognano di riunire il Paese sotto la guida di Dublino.

Il presidente francese sostiene che il protocollo sull'Irlanda del Nord riveste un'importanza "esistenziale" per il mercato unico europeo e aggiunge: "È una questione di guerra o pace per l'Irlanda. [...] Non credo che dovremmo scherzare su un argomento del genere". Le sue parole giungono in un momento di intensi negoziati tra Londra e l'UE per cambiare il protocollo.

Il governo britannico non è contento del fatto che sia emerso un confine economico de facto all'interno del Regno Unito. Secondo l'accordo con Bruxelles, le aziende britanniche che spediscono le loro merci in Irlanda del Nord devono compilare dichiarazioni, dimostrare di essere conformi agli standard europei e pagare dazi doganali, ove necessario.
Quest'estate, l'insoddisfazione per il protocollo ha portato alla cosiddetta guerra delle salsicce. Secondo la normativa europea, i prodotti a base di carne provenienti da Paesi terzi, fra cui ora figura anche il Regno Unito, possono pervenire soltanto se surgelati. Nei fatti, questo si traduce in un divieto sulle spedizioni di salsicce e pasticci di carne tradizionali britannici verso l'Irlanda del Nord. Il periodo di tolleranza durante il quale queste regole non sono state effettivamente in vigore è terminato il 30 giugno, ma l'UE, alla fine, ha accettato di non imporre ulteriori restrizioni, concedendo al Regno Unito una tregua.
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Londra ha chiesto un intervento radicale sul protocollo, che si traducesse nell’eliminazione di qualsivoglia barriera economica. In caso contrario, il governo britannico minaccia di invocare l'articolo 16 del documento, che prevede un ritiro unilaterale dall'accordo. Una tale decisione porterebbe, come minimo, a una vera e propria guerra commerciale: l'UE minaccia, in risposta, di vendicarsi, imponendo sanzioni ai produttori britannici.
E questo non è nemmeno lo scenario peggiore.
Il confine che separa il nord e il sud dell'Irlanda è ora una linea fittizia sulla mappa: infatti, non ci sono né dogane e né punti di controllo frontalieri. Il passaggio da un Paese all'altro si deduce soltanto dai cartelli stradali: a nord si usano le miglia, a sud i chilometri. Ma questo non significa che non ci sia alcun confine. E la cosa peggiore è che si trova nella capitale dell'Irlanda del Nord.
Infatti, Belfast è ancora divisa da un alto muro di cemento che divide le zone dove vivono i cattolici repubblicani e i protestanti realisti. La cupa struttura è stata ricoperta da graffiti e soprannominata il muro della pace, ma nella realtà si tratta soltanto di modifiche decorative. Infatti, il conflitto è ancora irrisolto. Nell'aprile di quest'anno, l'enorme cancello che separa le due comunità è stato chiuso per scoraggiare i rivoltosi lealisti.

La rottura della Gran Bretagna con l'Unione Europea ha inferto un colpo tangibile al complesso processo di pace in Irlanda del Nord. Le proteste di aprile erano legate, in parte, all'insoddisfazione per l'accordo sulla Brexit. La relativa calma nella regione dipende in gran parte dai cambiamenti che verranno apportati al protocollo irlandese.

L'UE ha fatto delle concessioni, proponendo di semplificare il più possibile e di ridurre dell'80% i controlli sulle merci provenienti dalla Gran Bretagna e dirette verso l'Irlanda del Nord e di fare eccezioni per i prodotti di carne britannici, ponendo così fine alla guerra delle salsicce.
Ma la Gran Bretagna chiede di più: vuole che la clausola sul primato della Corte di giustizia europea (sede presso cui devono essere risolte le controversie) venga rimossa dal protocollo. Londra si oppone anche al fatto che i sussidi pubblici in Irlanda del Nord siano conformi alle norme europee.
Nel dicembre 2020, quando fu firmato il protocollo, il governo britannico lo presentò come un compromesso ragionevole. Boris Johnson, all’epoca, aveva bisogno di "portarsi a casa la Brexit", quindi l'accordo con l'UE fu visto a Londra come un accordo quadro, che lasciava aperti molti spiragli di discussione per un momento successivo. Questo approccio, però, gli si è già ritorto contro.
Secondo il Financial Times, gli Stati Uniti si stanno rifiutando di rimuovere la sanzione del 25% sulle importazioni britanniche di acciaio, a causa della questione irlandese ancora irrisolta. Tale barriera doganale è in vigore sin dal governo Trump. Il suo successore, Biden, ha rimosso queste sanzioni per l'UE, ma ha un atteggiamento diverso nei confronti di Londra. Biden ha ripetutamente chiesto a Johnson di non minare in alcun modo il processo di pace in Irlanda.
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Le circostanze non sembrano buone per il governo Johnson. Tutti, dai lealisti dell'Irlanda del Nord ai funzionari europei e al governo americano, sono scontenti di lui.
Ma il problema principale non è nemmeno questo, ma che le relazioni con l'Unione Europea sono state messe in secondo piano dalla politica interna britannica.
Solo ora a Londra stanno cominciando a rendersi conto delle reali conseguenze della Brexit, viste le numerose difficoltà che stanno affrontando, come la carenza di alcune categorie di lavoratori. E questa è la ragione principale che si cela dietro a salti acrobatici che il primo ministro Johnson sta facendo oggi nell'arena del "circo" britannico, per utilizzare il lessico caustico del presidente francese.
di Alexander Habarov
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