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La crisi soffoca le imprese italiane, il 36% ha un profilo a rischio elevato

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Avatar digitale per gli italiani: nipote di Berlusconi lancia la prima 'fabbrica' di avatar in 3D - Sputnik Italia, 1920, 06.12.2021
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Secondo un report su 69mila aziende con fatturato tra i cinque e i 50 milioni di euro. Focus sullo sblocco dei licenziamenti e l’esaurirsi dei sostegni statali introdotti per la pandemia.
L’impatto della crisi sanitaria legata all’emergenza coronavirus si fa sentire sulle aziende italiane, nonostante le misure di sostegno adottate dal governo per superare le criticità.
Il 36% delle imprese italiane, con fatturato che varia dai cinque ai 50 milioni di euro, ha un rating con profilo di rischio elevato, secondo un report dell'osservatorio di Studio Temporary Manager, che ha elaborato i bilanci del 2020 depositati presso la Camera di commercio di circa 69 mila imprese italiane.
La situazione, inoltre, non è stabilizzata e potrebbe risentire dell’esaurirsi delle misure di sostegno e dello sblocco dei licenziamenti, di cui ancora non si vedono tutti gli effetti.
“I dati della Banca d'Italia indicano che dal 2019 sono saliti del 40% i finanziamenti bancari alle imprese con un significativo aumento del rischio di credito”, ha spiegato Alberto Cerini, responsabile corporate turnaround & restructuring di Studio Temporary Manager.
Il vero stato di salute delle imprese italiane sarà verificabile dopo la fine reale del divieto di licenziamenti e “l’imminente conclusione delle moratorie”.

Rischio più alto in Sardegna, più basso in Trentino

Secondo il report dell’osservatorio il rating di rischio più alto è quello della Sardegna, con il 42%. Parimerito il Lazio, poco sotto il Molise, l’Abruzzo, la Sicilia e la Toscana con il 40%.
Al 39% si attestano le aziende in Calabria in Basilicata, l'Emilia Romagna segue con il 38%, stesso valore per la Liguria (38%).
Poco sotto Puglia e Umbria, 37%, Lombardia (36%), Piemonte (35%), Friuli-Venezia Giulia e Valle d'Aosta (34%).
Le aziende con un rating positivo, di contro, si trovano prevalentemente in Trentino Alto Adige (70%), Veneto (68%) e Campania e Marche (67%).
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