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Anoressia e bulimia, boom di casi fra gli adolescenti dopo i lockdown

CC0 / stevepb / Un panino
Un panino - Sputnik Italia, 1920, 02.12.2021
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I lockdown e la pandemia hanno impattato con forza sulla psiche delle persone, soprattutto sui disturbi alimentari. Si è registrano un boom di casi di anoressia e bulimia fra gli adolescenti, in aumento casi gravi fin dai 13 anni di età. Di disturbi alimentari si muore, ma sul territorio manca una rete di assistenza.
I disturbi dell’alimentazione interessavano già prima della pandemia più di 3 milioni di italiani, si tratta di patologie complesse che compromettono la salute psichica e fisica delle persone, soprattutto degli adolescenti. In seguito ai lockdown e alle restrizioni, è aumentato vertiginosamente il numero dei casi di anoressia e bulimia, inoltre si è abbassata l’età dei ragazzi colpiti da tali disturbi.
Nonostante la diffusione dei disturbi alimentari, in Italia non esiste ad oggi una rete consolidata di aiuto e di assistenza: liste d’attesa troppo lunghe, mancano posti letto e ambulatori dedicati. Perché le patologie come l’anoressia e la bulimia vengono sottovalutate e poco affrontate nel dibattito pubblico? Quali sono i campanelli d’allarme che indicano la presenza di questi disturbi? Sputnik Italia ne ha parlato con Leonardo Mendolicchio, medico psichiatra, responsabile riabilitazione Dca (Disturbi del comportamento alimentare) all’Istituto Auxologico Piancavallo.
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— Leonardo Mendolicchio, la pandemia ha fatto aumentare i disturbi alimentari come l’anoressia e la bulimia?
— Sì, oramai sono dati epidemiologici consolidati: si parla di un 40% in più di diagnosi di anoressia e bulimia, soprattutto nella fascia degli adolescenti. È una vera emergenza dal punto di vista della salute pubblica, tanti ragazzi tra i 13 e 14 anni hanno esordito con forme di anoressia anche molto cruente, spesso associate con autolesionismo. C’è un disagio in questa fascia di popolazione molto marcato.
— Qual è l’età, quindi, di chi viene maggiormente colpito da questi disturbi alimentari?
— Fino a prima del lockdown c’era stata una fase in cui questi disturbi riguardavano tutte le fasce di età, con una prevalenza dell’adolescenza. Dopo la pandemia, c’è stata un’esplosione di questi disturbi in pazienti fra i 12 e i 15 anni.
— Perché la pandemia ha provocato quest’impennata fra i più piccoli?
— È una bella domanda, che bisogna porsi, perché è evidente che qualcosa non ha funzionato. Probabilmente i ragazzi si sono sentiti soli, isolati e con regole incerte. La DAD, lo stare chiusi in casa, non vedere gli amici e i professori. Tutto ciò ha accentuato una sensazione di solitudine. Vi è stato anche un utilizzo smodato degli smartphone, con i social media che inneggiavano a fare la palestra in casa. L’iperattività fisica in casa, assieme a dei consigli dietologici sconsiderati, ha creato danni. L’isolamento, la solitudine, un utilizzo esagerato dei social hanno rappresentato un insieme devastante, che ha condizionato la psiche dei ragazzi.
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— Le famiglie che si rivolgono con questi disturbi si scontrano con liste d’attesa lunghissime. Inoltre, ci sono pochi ambulatori dedicati. È difficile trovare aiuto per queste patologie?
— In tutta Italia esistono 900 posti letto, tra cliniche private convenzionate e ospedali pubblici, destinati alla cura di disturbi alimentari. Mediamente, le persone ammalate prima della pandemia erano 3 milioni e mezzo, di loro un 40% ha bisogno di cure intensive. C’è un gap fra la disponibilità di cura sul territorio rispetto alla domanda, già prima del lockdown. Questo gap oggi si è esasperato. Oggi si fa molta fatica a dare risposte di cura a questi ragazzi. Perciò, il risultato sono lunghe liste d’attesa. In Lombardia, per accedere a comunità terapeutiche specifiche alimentari, ci sono due anni di attesa. In due anni, senza essere aiutati e curati, può succedere di tutto.
— Per questi disturbi la tempestività è fondamentale, no?

— Nella salute mentale c’è una regola che è sempre rispettata: prima si fa la diagnosi e prima si inizia la cura, più facile sarà il processo di guarigione. Al contrario, se aspettiamo tanto fra l’esordio della malattia e le terapie specifiche, tutto si complica. I disturbi alimentari sono assoggettati a questa regola, per cui è fondamentale avere la possibilità di fare diagnosi precoce ed offrire la cura adeguata a questi ragazzi, perché solo così si può guarire in tempi brevi.

— Quali sono i campanelli d’allarme che i genitori devono saper intercettare?
— Bisogna essere attenti non solo ai cambiamenti di stile alimentare, ma anche ai cambiamenti emotivi. Se una ragazza inizia a mangiare meno o di più, e questo cambiamento è associato ad una maggiore tristezza o ad un maggiore isolamento, sono campanelli importanti. Quando questi due fattori vanno di pari passo è importante notarlo. Il consiglio è di rivolgersi a specialisti che possano fare una diagnosi.
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— Perché, secondo lei, questi temi vengono poco affrontati e queste patologie sono un po’ sottovalutate, nonostante siano diffuse?
— Perché sono patologie complesse, che hanno un esordio e meccanismi di genesi della psiche. Oltre ad essere disturbi che intaccano la psiche delle persone, hanno un elevato impatto sul corpo, per cui ci vuole un livello di preparazione sull’integrazione somatopsichica elevata e la classe terapeutica di oggi non è preparata ad avere un approccio olistico e integrato sugli aspetti fisici e psichici. Perciò, si tratta di una patologia di confine. È più comodo non occuparsene. Il problema, però, è che, intaccando i più giovani, la malattia incide sulla qualità della vita della popolazione del futuro.
— Quanto è importante istruire sul tema direttamente i ragazzi, magari a scuola?
— Per fortuna, la domanda da parte delle scuole di favorire incontri di prevenzione sta aumentando. Proprio in questi giorni farò un incontro con 400 studenti online di tutta Italia. È una bella cosa: parlare a viso aperto di queste tematiche con i ragazzi li mette in una posizione di maggiore consapevolezza, questo facilita il riconoscimento precoce di questi disturbi.
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