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Cosa può fare il governo Draghi per gestire il boom di sbarchi? Parola all’Ammiraglio De Felice

© SputnikUna barca di migranti
Una barca di migranti - Sputnik Italia, 1920, 01.12.2021
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L’Italia sta di nuovo affrontando l’emergenza sbarchi, che sembra infinita.
I dati di Frontex (l'Agenzia europea della guardia di frontiera), che riflettono i flussi illegali nell’anno in corso, parlano chiaro.
"Tra gennaio e ottobre le autorità europee hanno segnalato 55mila attraversamenti illegali delle frontiere sulla rotta del Mediterraneo centrale che interessa l'Italia e Malta, e nel solo mese di ottobre sono stati segnalati 6.240 attraversamenti illegali, l'85 per cento in più rispetto all'anno precedente sotto le restrizioni legate al Covid e il 186 per cento in più rispetto al 2019", — si legge nel rapporto dell’Agenzia.
Circa due settimane fa, il premier Mario Draghi ha alzato la voce e ha chiesto all’Europa di aiutare l’Italia, per far fronte ai continui sbarchi di migranti sulle coste della Penisola. Il presidente del Consiglio ha sottolineato che adesso occorre intervenire, per affrontare una situazione diventata ormai insostenibile.
Il governo Draghi potrà finalmente convincere l’Europa che si tratta di un problema non solo italiano, ma che riguarda tutti i Paesi dell’UE? Cosa si può fare per contrastare questo fenomeno, che è diventato ormai una tendenza preoccupante? Per parlarne, Sputnik Italia ha raggiunto Nicola De Felice, Membro Anziano del Centro Studi Machiavelli, Ammiraglio di divisione (ris.), già comandante di cacciatorpediniere e fregata, che ha svolto importanti incarichi diplomatici, finanziari, tecnici e strategici per gli Stati Maggiori della Difesa e della Marina Militare, sia in Patria che all’estero, in mare e a terra, perseguendo l'applicazione di capacità tese a rendere efficace la politica di difesa e di sicurezza italiana.
© Foto : Nicola De FeliceNicola De Felice
Nicola De Felice - Sputnik Italia, 1920, 01.12.2021
Nicola De Felice
Ammiraglio, i dati ufficiali indicano in maniera esplicita che l’Italia sta di nuovo vivendo un vero boom di sbarchi. Potrebbe analizzarli? È una situazione eccezionale o comunque gestibile?
— La situazione relativa al numero dei migranti sbarcati in Italia a decorrere dal 1° gennaio 2021 ad oggi — comparati con i dati riferiti allo stesso periodo degli anni 2019 e 2020 – è estremamente allarmante: 62.236, cioè il doppio circa rispetto al 2020 (32.542) e sei volte di più rispetto al 2019 (10.707), quando c’era il Sen. Salvini come Ministro dell’Interno. In questo mese di novembre ne sono sbarcati di più che nel mese di luglio scorso (8.797 vs8.603), ribaltando clamorosamente il tradizionale andazzo che vede aumentare in estate le partenze dall’Africa, facilitate dal mare calmo e dal buon tempo. La tendenza, quindi, è in aumento e mai era successo che gli sbarchi in inverno fossero di più che in estate. Le nazionalità dichiarate all’atto dello sbarco sono, nell’ordine: il 24% di tunisini (15.052), il 12% di egiziani (7.352), un altro 12% di bengalesi (7.257), il 6% di iraniani (3.665) e via via tutte le altre nazionalità – dalle subsahariane alle asiatiche — con percentuali minori. Da questi dati si evince che la situazione continua ad essere drammatica, poiché è sintomatico che se ci sono più partenze d’inverno, ci sono più morti in mare.
Dal tipo di etnie sbarcate, si deducono agevolmente tre considerevoli fattori:
Il primo è che i migranti clandestini non provengono da zone di guerra (quindi non sono da considerare profughi e non hanno conseguentemente diritto all’asilo politico).
Il secondo, poco meno della metà dei clandestini provengono dall’Asia, confermando quello sporco giro di affari controllato da organizzazioni criminali ben strutturate che assicurano, a chi vuole andare in Libia per poi sbarcare in Italia, un servizio di voli, a caro prezzo. Mi risulta, infatti, che i bengalesi arrivano a pagare sino a 30.000 euro a persona.
Terzo fattore, non possiamo considerare questi poveri sventurati dei naufraghi, poiché sono loro stessi che pagano i trafficanti di esseri umani per essere portati in mare e accompagnati sottobordo alle navi ONG, in “trepida attesa” lungo le coste libiche, in una sorta di sostegno indiretto a tale mercimonio. Il concetto di soccorso in mare è quindi fuorviante e pretestuoso per chi, come le ONG, sfrutta la situazione in mare dei “finti naufraghi” per motivi non umanitari, ma di altro genere, tra i quali quello politico.
Perché, a Suo avviso, le ONG non si arrendono?
— Le ONG sono mosse da precisi motivi politico/sociali, che prevedono di sostenere temi globalisti, anti-sovranisti, anti-identitari, anti-storici e vetero comunisti sulla pelle dei clandestini attirati dal mondo occidentale, prevalentemente per motivi economici.
Gli obiettivi che si pongono le ONG non sono realmente legati alla speranza di un futuro più roseo per i migranti – considerati dal mercato i nuovi schiavi del XXI secolo — ma sulla base di ciniche ed ipocrite argomentazioni legate all’utilizzazione del fenomeno clandestino come strumento per l’affermazione del proprio credo politico o pseudo ecumenico. Non per nulla, la stragrande maggioranza delle dieci navi e degli equipaggi ONG presenti nel Mediterraneo centrale sono finanziati dalla Chiesa Protestante tedesca e dal partito di estrema sinistra Die Linke (l’ex partito comunista della Germania dell’Est), che speculano sul consenso di parte della popolazione, ignara delle reali motivazioni e emotivamente condotta a pensare di fare del bene (e a mettersi a posto con la coscienza), con il finanziamento delle operazioni di soccorso in mare.
Il governo italiano fa presto a bloccare i voli dai paesi sudafricani per arginare la diffusione della nuova variante sudafricana Omicron, e anche la Commissione europea ha tirato il "freno d'emergenza" per frenare gli arrivi via aria. E perché non si può fare una mossa simile, a livello europeo, per gestire i flussi migratori illegali?
La variante omicron del coronavirus SARS-CoV-2 - Sputnik Italia, 1920, 30.11.2021
Il ceppo Omicron e cosa se ne sa
— Una parte del Governo italiano, come altri governi europei, quali lo spagnolo, il tedesco, il francese ed il norvegese, punta a dimostrarsi “politicamente corretto”, allo scopo di mantenere il consenso elettorale di quella classe borghese e radical chic di sinistra che vive nei quartieri “bene” delle grandi città e che non è toccata dalle drammatiche situazioni di estrema violenza, spaccio, prostituzione, abuso e precarietà delle periferie, dovute alla presenza degli extracomunitari illegali. Ma la differenza tra l’Italia e gli altri Paesi è nell’accoglienza, nella fantomatica ricollocazione e distribuzione in Europa.
I porti dove queste navi ONG trovano difatti rifugio, dopo aver scaricato la loro mercanzia in Italia, sono normalmente Burriana (in Catalogna), Barcellona e Marsiglia, ma le ONG non si azzardano minimamente a portare i migranti illegali in quelle città, pena il sequestro della nave, l’arresto dell’equipaggio e una sonora multa da centinaia di migliaia di euro per il Comandante e l’armatore. Il ricollocamento negli altri Paesi europei non è mai di fatto attuato, se non in percentuale infinitesimale. E pensare che il regolamento internazionale marittimo dell’ONU, denominato United Nations Convention Law of the Sea (UNCLOS), ed il Trattato UE di Dublino sui flussi migratori impongono agli Stati di Bandiera di quelle navi di portarseli a casa loro, assicurando così quanto di competenza in termini di protezione internazionale ed asilo politico agli illegali presenti a bordo, essendo gli stessi “in primo passaggio illegale” sul territorio giurisdizionale di quegli Stati.
Un gruppo di migranti libici a bordo del battello di salvataggio Aita Mari  - Sputnik Italia, 1920, 15.07.2021
L’accordo Italia-Libia sui migranti verso il rinnovo. Le Ong contrarie
Inoltre, questi Stati infrangono i principi di solidarietà e di mutuo sostegno dettati dal Trattato di Lisbona, che impone precisi compiti e doveri ad ogni membro UE, anche nei casi di immigrazione clandestina.
— L’immigrazione è tornata ad essere un tema pressante sui tavoli europei, ma purtroppo non grazie ai rappresentanti italiani Di Maio e Lamorgese, ma ai rappresentanti della Polonia e della Lituania. Come mai?
— Mentre i governi di Polonia, Ungheria e dei Paesi baltici affermano giustamente il diritto di difendere la propria sovranità, anche a costo di perseguire politiche divergenti da quella dell’UE, l’Italia soffre purtroppo di incapacità gestionale della problematica ed insiste sulla politica dei porti aperti, non rendendosi evidentemente conto che avrebbe tutte le ragioni per imporre agli Stati di Bandiera il rispetto delle norme internazionali, e quindi il trasporto degli illegali in quegli Stati. Una politica più determinata, a tutela degli interessi nazionali e nel rispetto della sicurezza, potrebbe e dovrebbe essere attuata nei confronti della Tunisia, della Libia, dell’Algeria e della Turchia, ma anche verso quegli Stati, come la Croazia e la Slovenia (membri UE), che non rispettano il blocco dei migranti nei loro Paesi, come invece fa la Francia verso l’Italia a Ventimiglia.
Per mitigare il flusso migratorio clandestino occorre una politica estera che metta in gioco tutti gli strumenti del potere nazionale, quindi non solo l’Interno, ma anche il Diplomatico, il Militare, l’Intelligence ed in particolare l’Economico. La responsabilità di una tale problematica non può e non deve essere delegata ad un singolo Ministero, ma deve essere affrontata secondo una strategia di sicurezza nazionale di diretta competenza e responsabilità del Presidente del Consiglio dei ministri.
— L'autorevolezza di Draghi, potrebbe aiutare a far finalmente sentire la voce dell’Italia? Cosa può fare il primo ministro a livello diplomatico per sbloccare la situazione?
— All’atto del suo insediamento, il Presidente Draghi ha enunciato la sua politica migratoria, sottolineando il rispetto dei diritti sovrani dell’Italia nelle sue acque territoriali. Recentemente, ha definito il problema del flusso migratorio clandestino dalla Libia “insostenibile”. Deduco che egli abbia chiare le ragioni, le cause e gli effetti, nonché le potenziali azioni da prendere per mitigare il fenomeno del flusso migratorio incontrollato, nel rispetto del diritto internazionale.
A livello diplomatico, dovrebbe, secondo il mio modesto parere, affrontare il problema delle navi ONG, imponendo una moral suasion verso quegli Stati di Bandiera che sostengono le navi ONG, convincendoli a ritirare la propria bandiera dagli alberi maestri, negando in questo modo il diritto alla navigazione, oppure facendo applicare il Regolamento UE di Dublino, che individua in quei ponti il territorio sovrano e giuridico degli Stati di Bandiera, assegnandone così la responsabilità della protezione internazionale a casa loro.
Con i Paesi di origine o di transito, occorrerebbe attuare – anche attraverso la costituzione di una Task force diplomatico/militare e la nomina di un Commissario straordinario ad hoc – degli accordi bilaterali di rimpatrio e di sostegno alla sicurezza e sorveglianza delle coste africane, attraverso la presenza di mezzi ed esperti delle nostre Forze dell’ordine e Forze Armate, in cooperazione delle locali Forze dedicate al controllo dei traffici illeciti e delle coste. Lo si è fatto nel 2009 con il Patto di Amicizia italo-libico tra Berlusconi e Gheddafi ed anche in Somalia, durante la lotta alla Pirateria. In entrambi i casi gli accordi hanno funzionato con successo.
— È stato appena siglato lo storico accordo tra la Francia e l’Italia che copre anche la questione sicurezza. A Suo avviso, con la firma del patto, si possono accelerare i temi del dibattito europeo che languono da tempo e soprattutto la questione migratoria?
— I termini sulla questione migratoria presenti nell’accordo siglato tra la Francia e l’Italia appaiono blandi e poco assertivi, riferiti a vaghe assicurazioni di collaborazione, soprattutto in termini di ricollocazione di profughi (e non di illegali). Di cooperare sull’arresto del flusso clandestino non se ne parla. Ritengo da sempre che il problema migratorio clandestino non possa essere stroncato con la ridistribuzione nel suolo europeo dei soli profughi che, come già dimostrato, sono meno del 10% dei clandestini sbarcati in Italia.

Il problema va affrontato in Africa, attraverso la presenza europea sulle coste magrebine, in cooperazione con gli Stati costieri, al fine di avviare una vera politica di rimpatri, partendo da centri allestiti, organizzati e gestiti dall’ONU o dall’UE, dove si possa discernere chi ha diritto all’asilo politico da chi, invece, non ne ha diritto e, di conseguenza, rispedirlo a casa. Gli strumenti del potere nazionale di Francia e Italia — quali quello diplomatico, militare ed economico — dovranno essere utilizzati per sollecitare l’Europa a collaborare in tal senso ed appoggiare ogni iniziativa in tal senso.

Migranti al confine con la Francia - Sputnik Italia, 1920, 05.05.2021
Aiutiamoli a casa loro o arrestiamoli a casa nostra
È inutile, ad esempio, attivare una flotta militare europea per combattere i trafficanti di esseri umani se poi l’UE non dà l’autorizzazione ad entrare nelle acque territoriali africane. Il fattore economico dovrà fare la sua parte, premiando gli Stati di origine e di transito che collaborano e negando privilegi a chi invece non collabora. Ad esempio, è giusto permettere alla Tunisia di esportare l’olio d’oliva in Europa senza pagare i dazi, quando non c’è collaborazione nel controllo delle partenze dalle sue coste? È corretto vendere sistemi sofisticati di controllo delle persone all’Egitto e poi continuare ad avere clandestini egiziani in prima fila negli sbarchi in Italia? Se l’accordo italo-francese darà risposte convincenti a questi ed altri interrogativi, allora sarà un bene, altrimenti sarà una bolla di sapone alla “marsigliese”.
L'opinione dell'autore può non riflettere la posizione della redazione
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