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Libia, ritorno al caos

© Sputnik . Andrey SteninLa crisi in Libia
La crisi in Libia - Sputnik Italia, 1920, 29.11.2021
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Il voto per l’elezione di un presidente fissato per il 24 dicembre si preannuncia sempre più problematico e minaccia di segnare il ritorno alle violenze e agli scontri.
La cancellazione della candidatura del figlio di Gheddafi e la condanna a morte del candidato Haftar sono i segnali più evidenti del fallimento degli sforzi dell’Onu che puntava sulle urne per riportare alla normalità il paese. Una sconfitta confermata anche dalle impreviste dimissioni dell’inviato del Palazzo di Vetro Jan Kubis.
Mano alle urne o ai kalashnikov? Difficile dirlo, ma una cosa è certa, le elezioni presidenziali libiche previste per il 24 dicembre, se mai si voterà, minacciano di riportare il paese al consueto disordine anziché alla desiderata stabilità.
Ad innescare il caos ci ha pensato Saif Al Islam, 49enne figlio di Gheddafi, ricomparso in pubblico il 19 novembre scorso quando s’è presentato negli uffici della commissione elettorale di Sabha, nel sud del paese, per registrare la sua candidatura alle presidenziali. La riapparizione, annunciata da un’intervista al New York Times, ha immediatamente riacceso gli odi e le rivalità apparentemente sopiti dopo il cessate il fuoco tra le forze di Haftar e quelle Tripoli dell’ottobre 2020 e la nomina, grazie alla mediazione dell’Onu, del premier Abdul Hamid Dbeiba. Ma il ritorno sulla scena di un Saif Al Islam, già designato come suo erede politico dal Colonnello, ha avuto l’effetto di una bomba ad orologeria.
L'accoglienza a Mario Draghi in Libia - Sputnik Italia, 1920, 27.11.2021
Libia, elezioni a rischio. Per le presidenziali 98 candidati: no al figlio di Gheddafi
Nel giro di pochi giorni l’Alta Commissione elettorale libica (Hnec) di Tripoli, ha decretato la cancellazione della candidatura del figlio del “rais” ritenuta inconciliabile con la condanna a morte emessa durante il processo farsa organizzato nel 2015 mentre la capitale era sotto il controllo delle milizie jihadiste. Da quel momento un susseguirsi di mosse e contromosse degna di una partita di domino ha propiziato il ritorno al caos.
Per molti dietro la mossa della Commissione elettorale di Tripoli ci sarebbero la Turchia, e le forze islamiste sue alleate, decise a metter fuori gioco un candidato su cui puntano non soltanto i nostalgici del passato regime, ma tanti libici delusi e disgustati dalla “rivoluzione” del 2011. La decisione ha anche fatto divampare le contraddizioni che serpeggiavano nelle regioni orientali e meridionali feudi incontrastati, un tempo, del generale Haftar.
Khalifa Haftar - Sputnik Italia, 1920, 16.11.2021
Libia, generale Haftar si candida alle presidenziali
In Cirenaica, e ancor più nel Fezzan, il ritorno di un Saif Al Islam, appoggiato dalle tribù gheddafiane, potrebbe sottrarre molti voti ad un generale che sogna di guidare il paese fin da quando, negli anni 80, fu protagonista di golpe anti-Gheddafi. Non appena la corte d’appello di Sabha si è riunita per esaminare il ricorso contro la sentenza di Tripoli presentato dagli avvocati di Saif Al Islam un commando armato della Brigata Tariq bin Ziyad, controllata da un figlio di Haftar, ha costretto giudici e delegati ad interrompere la sessione.
Nel frattempo a mettere in dubbio la candidatura di Haftar ci ha pensato la corte marziale di Misurata, città chiave del campo filo turco, emettendo una condanna a morte contro il generale accusato di aver ordinato l’attacco aereo costato la vita, nel 2019, ad un cadetto all’Accademia Aeronautica. E a rendere il tutto più confuso s’è aggiunto il via libera alla candidatura del premier Abdul Hamid Dbeiba.
Un scelta in aperta contraddizione con l’articolo 12 della legge elettorale secondo il quale i candidati devono dimettersi da ogni incarico, civile o militari, novanta giorni prima del voto. E in tutto questo, come se non bastasse, è arrivato l’abbandono di Jan Kubis, l’inviato dell’Onu per la Libia che il 23 novembre ha annunciato le proprie dimissioni. Una retromarcia quanto mai inopportuna a solo un mese da un voto presentato da Kubis e dai vertici dell’Onu come cruciale per il ritorno alla normalità del paese.
 Jan Kubis, diplomatico slovacco - Sputnik Italia, 1920, 24.11.2021
Libia verso le elezioni, si dimette l’inviato speciale dell’Onu
Secondo accuse provenienti dal campo libico l’inviato ceco si sarebbe dimostrato incapace di gestire la complessa transizione. Un’incapacità aggravata da rifiuto di trasferirsi a Tripoli. Le dimissioni nasconderebbero dunque un allontanamento in vista della nomina di un nuovo inviato (si parla dell’inglese Nicholas Kay) più energico e in grado di gestire la complessa situazione. Ma è chiaro, l’accumularsi di tante e tali incognite a meno di un mese dal voto fa temere che in verità non si arrivi neppure all’apertura delle urne. O peggio che prima del voto tornino in campo le milizie.
A rendere ancor più incerto sia il voto per le presidenziali, sia quello per il Parlamento previsto nei 60 giorni successivi, s’aggiunge la mancanza di una Costituzione. Un vuoto giuridico che trasforma le elezioni in una partita senza principi rendendo assai complessa qualsiasi decisione finale sulla legittimità delle candidature. Alla complessità politica s’aggiunge quella militare. A fianco dei miliziani di Tripoli e Misurata da una parte, e a quelli di Haftar dall’altra, operano migliaia di mercenari turchi fronteggiati in campo avverso da altrettanti contractor russi. La richiesta di un immediato ritiro, reiterata durante la Conferenza di Parigi, è stata liquidata come “erronea” da Ankara.
“Se considerate il ritiro delle forze straniere dalla Libia come la più importante delle questioni allora rispondiamo che sbagliate” — ha spiegato Ibrahim Kaln, ascoltato consigliere del presidente Recep Tayyp Erdogan in un’intervista ad Al Jazeera.
E per capire il possibile ruolo di quelle forze non va dimenticato che Erdogan, ai primi di novembre, ha ricevuto sia il premier Dbeiba, sia il presidente dell’Alto Consiglio di Stato Khalid Al Mishri, membro della Fratellanza Musulmana, per concordare con loro una strategia elettorale.
Sull’altro fronte i russi forti dei contatti intrattenuti anche con il precedente governo di Tripoli stanno intessendo relazioni sia con il premier Dbeiba, sia con Muhammad Menfi, il leader del Consiglio Presidenziale da cui dipendono le forze libiche schierate in Tripolitania e contrapposte alle forze di Haftar.
Le bandiere di Libia e di Unione Europea - Sputnik Italia, 1920, 21.10.2021
Tripoli, oggi incontro internazionale dei ministri per stabilizzare la Libia
Da tempo il generale non è più il punto di riferimento di Mosca che lo considera, a causa delle sue ambizioni personali, politicamente inaffidabile. E neppure Said Al Islam, per quanto dipinto come il preferito da Mosca, soddisfa il Cremlino che lo reputa troppo legato a specifiche tribù. Mosca punta, insomma, a privilegiare le intese politiche anche a costo di rimandare le elezioni. Anche perché solo una soluzione politica garantirà gli obbiettivi di Tatneft e di Gazprom, le due grandi compagnie energetiche russe da poco riaffacciatesi sul mercato del petrolio e del gas libico. Proprio per questo Mosca fa sapere di non opporsi, se necessario, ad un rinvio delle elezioni. Perché rinunciare all’appuntamento con le urne e garantire un cessate il fuoco stabile è meglio dell’illusione di una democrazia apparente governata non dal voto, ma dalle milizie e dai loro kalashnikov.
L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.
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