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Con la firma del Trattato del Quirinale l’Italia entra nella sfera d’influenza francese

© Foto : CC-BY-NC-SA 3.0 IT / Governo italianoIncontro Draghi - Macron a Nizza
Incontro Draghi - Macron a Nizza - Sputnik Italia, 1920, 29.11.2021
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Lo scorso 26 novembre Mario Draghi ed Emmanuel Macron hanno firmato a Roma il cosiddetto Trattato del Quirinale, un accordo in seguito al quale Italia e Francia avvieranno una cooperazione bilaterale rafforzata nell’ambito dell’Unione Europea.
Il negoziato è stato lungo, dal momento che di trattative finalizzate a questo risultato si è iniziato a parlare pubblicamente già al tempo del Governo Gentiloni, nel 2017. Tuttavia, il percorso verso l’intesa era stato poi bloccato dalla maggioranza gialloverde insediatasi con Giuseppe Conte a Palazzo Chigi nel maggio 2018, prima di riprendere slancio negli ultimi mesi.
I contenuti del Trattato sono stati tenuti segreti fino alla firma e per la verità ancora poco si sa degli allegati tecnici che lo accompagnano. Su alcuni aspetti dell’intesa, pertanto, sarà opportuno sospendere il giudizio.
Tuttavia, il senso dell’operazione messa in atto e le sue più probabili conseguenze paiono abbastanza evidenti. E meritano una riflessione approfondita.
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Una prima considerazione attiene alle caratteristiche fondamentali del Trattato. Da un punto di vista formale, l’accordo è stretto tra parti di eguali dignità. Di fatto, si tratta invece di un’intesa tra Stati di statura geopolitica completamente differente.
Da un lato, infatti, c’è la Francia: una potenza nucleare, membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dotata di una tradizione e di capacità diplomatiche di assoluta eccellenza.
Dall’altro, invece, si trova una media potenza regionale, l’Italia, che ha finora rimesso buona parte del perseguimento dei propri interessi nazionali alle determinazioni dei principali fori multilaterali di cui è parte.
Le differenze tra i due contraenti non sono soltanto di hardware, ovvero forza materiale, ma anche di software. Al contrario di Roma, infatti, Parigi non ha mai smesso di elaborare una propria autonoma strategia nazionale per preservare il proprio status e tutelare i suoi interessi.
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Gli italiani sono atlantisti ed europeisti, mentre i francesi sono sovranisti che vedono nell’Unione Europea un moltiplicatore della propria potenza e nella Nato un ombrello da aprire solo quando serve e al quale sacrificare la minima autonomia possibile.
Al di là delle apparenze e dei luoghi comuni, si tratta di paesi anche culturalmente molto diversi. Individualismo e particolarismo la fanno da padroni in Italia, mentre in Francia esiste uno Stato centralizzato molto rispettato da chi lo serve, capace di operare in modo efficace una sintesi degli interessi della società che lo esprime.
I francesi dispongono poi in tutte le loro amministrazioni pubbliche di personale tecnicamente preparato, educato ad agire di concerto, sulla base di una concezione condivisa degli obiettivi perseguiti dal paese, che non mutano all’avvicendarsi dei Presidenti che occupano il Palazzo dell’Eliseo.
In queste condizioni, immaginare che gli italiani possano in qualche modo “servirsi” della Francia per rafforzarsi in Europa è poco più di una pia illusione.
Roma e Parigi condividono senza dubbio la necessità di arginare le spinte tedesche dirette a restaurare il rigore delle politiche economiche praticate nell’Eurozona, ma avrebbero coordinato la propria azione contro la loro riproposizione a breve termine anche senza il Trattato del Quirinale.
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L’Italia avrebbe inoltre teoricamente interesse a regolare in termini favorevoli la competizione che in alcune aree geopolitiche e in certi settori economici la oppone alla Francia: si pensi alla questione libica o al controllo di alcuni settori produttivi del Bel Paese, che sono da tempo sotto pressione.
Ma se questo movente spiega in parte la determinazione con la quale alcune parti del sistema politico italiano hanno perseguito la firma del Trattato del Quirinale, non altrettanto può dirsi dei francesi. È quindi molto probabile che alla base dell’intesa raggiunta vi sia qualche equivoco di fondo, almeno dal lato italiano.
La strategia globale di Parigi durante l’intera esperienza della cosiddetta Quinta Repubblica ha avuto alcuni pilastri costanti. La Francia ha cercato da un lato di promuovere il processo d’integrazione europea, pensando di poterlo controllare e di utilizzare lo spazio comunitario per accrescere il proprio spessore geopolitico.
Ed ha visto nella conservazione ed espansione della propria influenza nel Mediterraneo e in Africa lo strumento per bilanciare la forza della Germania mano a mano che i tedeschi ricostruivano il loro paese.
Dopo la riunificazione tedesca e il ripiegamento degli Stati Uniti dal Mediterraneo, questa urgenza si è acuita e per Parigi è diventato importante stabilire un’influenza predominante sull’Italia, in modo da assorbire almeno parte del suo ingente patrimonio manifatturiero per “pesare” di più.
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In vista di questo scopo, sono state messe in atto complesse strategie, di cui è stata parte essenziale anche la cooptazione di parte delle élites italiane, cui in segno di gratitudine l’Eliseo ha poi conferito la Legion d’Onore.
E’ a questo punto assai improbabile che il Trattato del Quirinale serva in modo equilibrato gli interessi delle due parti contraenti, non solo perché l’Italia è tecnicamente impreparata ad utilizzarlo, ma anche perché a Roma non esiste una visione nazionale degli interessi del paese.
L’Accordo apre la via anche all’uso reciproco delle proprie basi militari, ma non si vede in che modo Roma possa valersene, mentre le facilities italiane sono d’indubbio interesse per i francesi che vogliono proiettare forza verso il Medio Oriente ed il Mediterraneo Orientale ai danni dei turchi, con cui l’Italia intrattiene invece rapporti economici e politici importanti.
L’asimmetria sostanziale nascosta dalla parità formale non mancherà quindi di manifestarsi in molti campi e vari dossier non appena Mario Draghi sarà sostituito a Palazzo Chigi da una personalità meno forte internazionalmente. Il pronostico appare scontato: salvo sorprese, l’Italia entrerà da subalterna nella sfera d’influenza che la Francia sta consolidando dove c’erano prima gli americani.
Per sottrarsi ad un condizionamento forte da parte di Parigi, che sembra già palese nel delicato terreno della politica spaziale, alla quale l’Italia sarebbe già in procinto di abdicare, trasferendo risorse dalla propria agenzia nazionale a quella europea che i francesi condizionano significativamente, Roma non potrà fare altro che diversificare i propri forni.
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Dovrà rivolgersi in primo luogo ai tedeschi, nella cui catena del valore si trova del resto parte importante dell’industria italiana, tradendo però così gli scopi dell’accordo stretto con la Francia. E forse anche agli inglesi, con i quali la Marina Militare ha appena condotto un’esercitazione aeronavale assai simbolica, per il coinvolgimento delle rispettive navi ammiraglie, le portaerei Cavour e Queen Elizabeth.
Da Washington, per il momento, non è giunta alcuna reazione apprezzabile, così come da Mosca, che evidentemente attende di vedere le prime conseguenze pratiche della nuova intesa. Francia e Russia sono dallo stesso lato in Egitto e in Libia. Ma competono nel Sahel. Il quadro si complica senza che Roma se ne renda probabilmente conto.
L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.
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