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Il coronavirus e la coagulazione sanguigna: rischi e complicazioni da COVID-19

© REUTERS / Violeta Santos MouraUn ospedale covid in Portogallo
Un ospedale covid in Portogallo - Sputnik Italia, 1920, 28.11.2021
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Nella maggior parte dei casi, le infezioni da coronavirus sono ben tollerate e i pazienti guariscono rapidamente. Tuttavia, in alcuni soggetti il COVID-19 progredisce verso una forma grave.
Gli scienziati credono che questo sia dovuto a una risposta immunitaria troppo forte. Una delle conseguenze è l'alterazione della coagulazione del sangue e le relative complicazioni, come la trombosi.

Il coronavirus danneggia i polmoni

L'infezione inizia nella mucosa nasofaringea, le cui cellule producono molti recettori ACE2, speciali molecole superficiali con il compito di attaccarsi ad altre molecole. Questi recettori vengono sfruttati dal SARS-CoV-2 per penetrare all’interno della membrana cellulare.
Nella maggior parte dei casi, l'infezione provoca l'infiammazione delle vie respiratorie superiori e non si spinge oltre, ma nel 20% dei casi viaggia lungo la trachea, fino a raggiungere i polmoni. Come sottolineano gli scienziati dell'Istituto di Ricerche farmacologiche Mario Negri, le cellule epiteliali negli alveoli presentano sia recettori ACE2 sia enzimi TMPRSS2, che consentono ai virus di attraversare la membrana e moltiplicarsi.
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La cellula, così tramutata in fabbrica di replicazione del coronavirus, percepisce che qualcosa non va e accende il meccanismo di autodistruzione, l'apoptosi. Si sviluppa così il processo infiammatorio. Le cellule immunitarie si precipitano nei polmoni e amplificano la reazione. È così che si produce la forma grave della patologia, che presenta un tasso di mortalità del 10%.

L’impatto del SARS-CoV-2 sui vasi sanguigni

L'agente patogeno COVID-19 colpisce anche i vasi sanguigni, come è stato notato all'inizio della pandemia nei casi gravi, compresi quelli di pazienti con meno di 50 anni. Le vene e le arterie si infiammano e nei bambini, anche se molto raramente, si verifica una condizione simile alla sindrome di Kawasaki, chiamata sindrome infiammatoria multisistemica.
I vasi sono rivestiti internamente dall’endotelio, una speciale tipologia di cellule squamose. In pratica si tratta di un organo indipendente in contatto diretto con il sangue, che produce diverse molecole e crea nuovi vasi sanguigni. Le cellule endoteliali secernono il recettore ACE2 e sono quindi vulnerabili al coronavirus.
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L'infezione colpisce l'endotelio su una vasta area, il vaso viene letteralmente perforato, il sangue fuoriesce, quindi si innesca il meccanismo di riparazione: le piastrine fluiscono verso i fori, si raggruppano e si rivestono di fibrina proteica. Si forma un coagulo, che viene poi sciolto da appositi enzimi. In caso contrario, il flusso sanguigno sarebbe compromesso. Tuttavia, nei casi di COVID-19 grave si creano troppi coaguli, il corpo non riesce a farvi fronte, i vasi sanguigni sono sopraffatti dalla fibrina e il flusso sanguigno si blocca. Questo accade sia a livello alveolare sia polmonare, se il virus è arrivato fino al torace. Si verifica, quindi, un'insufficienza respiratoria.

I pericoli delle trombosi associata al COVID-19 e il loro trattamento

I coaguli di sangue sono molto pericolosi, interrompono il flusso sanguigno e possono causare un ictus. Ai pazienti vengono quindi prescritti degli anticoagulanti, cioè farmaci che diluiscono il sangue. Così è stato possibile ridurre significativamente il tasso di mortalità dei pazienti con COVID-19 nelle unità di terapia intensiva. Tuttavia, sul punto c'è ancora molta confusione.
"La coagulopatia (coagulazione del sangue) si presenta in una forma molto peculiare, se associata a questa patologia”, sostiene Alice Assinger, dell'Istituto di biologia della trombosi vascolare dell'Università medica di Vienna. Il servizio stampa dell'università ha pubblicato il suo parere medico.
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Assinger e i suoi colleghi tengono in osservazione i pazienti nelle cliniche di Vienna, Linz e Innsbruck. Come sottolineano i ricercatori, si registrano complicanze legate ai disturbi della coagulazione del sangue soltanto nell'unità di terapia intensiva. In un recente studio, gli scienziati hanno dimostrato che gli anticoagulanti migliorano le condizioni dei pazienti critici e riducono la mortalità. Inoltre, secondo gli esperimenti, questi farmaci inibiscono direttamente la moltiplicazione del virus. Tuttavia, non hanno alcun effetto sul processo infiammatorio che causa i coaguli di sangue.
Anche se il COVID colpisce principalmente i polmoni, vengono infettati anche altri organi, come i reni, il cervello, gli occhi, il cuore e l'intestino. L'epitelio che li riveste produce anche molecole che fungono da bersaglio per il coronavirus.
I medici avvertono: solo uno specialista può diagnosticare un disturbo della coagulazione e prescrivere dei farmaci. Prenderne da soli, soprattutto per la prevenzione, è molto pericoloso.
"Gli anticoagulanti presi senza indicazioni corrette possono uccidere!", ammonisce su Telegram Alexander Myasnikov, medico e presentatore televisivo.
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Sergei Tsarenko, vice primario di Terapia intensiva dell’Ospedale clinico cittadino No. 52 di Mosca, sottolinea che ai pazienti a rischio di trombosi vengono già prescritti gli anticoagulanti e che i pazienti ambulatoriali non hanno bisogno di anticoagulanti nel 90% dei casi.
In un suo intervento sugli anticoagulanti, il cardiologo Vladislav Bashniak osserva che questi farmaci vengono prescritti a soggetti con aritmie, fibrillazione atriale, mobilità limitata e traumi, i quali, in esito a operazioni su protesi articolari, possono presentare episodi trombotici.
Inoltre, vanno considerati anche molteplici altri fattori di rischio. Tuttavia, se trattati a casa, gli anticoagulanti possono causare danni. Bashniak raccomanda vivamente di non assumere nulla senza consultare uno specialista. Altrimenti, le conseguenze possono essere anche molto negative.
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