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Asterischi e schwa? Presidente della Crusca a Sputnik: segni insensati e ideologici

CC BY-SA 3.0 / Gryffindor / Villa Castello FlorenceLa villa di Castello, sede dell'Accademia della Crusca
La villa di Castello, sede dell'Accademia della Crusca - Sputnik Italia, 1920, 28.11.2021
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Il tema dell’inclusività è all’ordine del giorno, ma la moda del politicamente corretto supera i limiti e va ad intaccare la lingua più bella del mondo. Il dibattito su asterischi e schwa, i cosiddetti segni contro le discriminazioni, si è riacceso dopo la decisione del liceo torinese Cavour di adottare l’asterisco come ogni desinenza di genere.
Il maschile sovraesteso, che serve ad indicare entrambi i generi dopo svariati secoli di buon utilizzo, oggi dà fastidio ad una certa parte di intellettuali. In loro soccorso arrivano l’asterisco e lo schwa, segni fra l’altro impronunciabili, che sembrano soprattutto dei simboli ideologici più che linguistici.
A far riemergere il dibattito sui segni politicamente corretti è stata la vicenda del liceo Cavour di Torino che ha deciso di adottare l’asterisco alla fine degli aggettivi e dei sostantivi plurali nelle sue comunicazioni interne ed esterne. È realmente necessario intaccare la lingua di Dante per motivi ideologici? L’asterisco e lo schwa entreranno mai nei vocabolari? È giusto sperimentare con la lingua? Sputnik Italia ha raggiunto in esclusiva Claudio Marazzini, linguista e presidente dell’Accademia della Crusca.
Studenti con mascherine - Sputnik Italia, 1920, 22.11.2021
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— Il liceo Cavour di Torino ha scelto di utilizzare nei documenti interni ed esterni l’asterisco al posto dei sostativi e degli aggettivi plurali maschili. Presidente Marazzini, che cosa ne pensa di questa vicenda?
— Sono al corrente di questa storia per vari motivi. Benché io sia il presidente della Crusca fiorentina vivo a Torino, sono torinese di nascita ed ho studiato al liceo Cavour, quando il preside non era il medesimo e l’asterisco non si usava ancora.
La Crusca ha pubblicato, ed in questo momento il testo è in evidenza sul sito ufficiale, un intervento su asterisco e schwa. Si tratta di un intervento molto meditato, ampio e argomentato. La posizione dell’Accademia è espressa in questo testo firmato dal capo della consulenza linguistica Paolo D’Achille. Il discorso non si può ridurre a due partiti che si danno contro come avviene dei dibattiti televisivi, non è così semplice.
In breve posso dire che si può usare l’asterisco e lo schwa in comunicazioni informali, ma è una soluzione non adatta ad una comunicazione in italiano formale e normale. La posizione mia personale può essere anche più netta ed esplicita.
— Prego.
— Secondo me sarebbe interessante innanzitutto cercare la ragione per la quale alcune persone si buttano sulla soluzione dell’asterisco. Lo schwa dà qualche problema in più, perché non si trova subito nella tastiera del computer. L’asterisco è immediato e anche un po’più vecchio. Secondo me gioca tanto in questa faccenda una forma di conformismo. È una soluzione visibile e simbolica che mi garantisce di essere fra le persone “giuste”, i progressisti. Se non lo uso sto dall’altra parte. Parliamo quindi di un segno ideologico.
— Con la moda dell’“italiano inclusivo” si rischia che la lingua venga strumentalizzata per fini politici e ideologici?
— Tutto ciò intacca la lingua perché sono segni impronunciabili. L’asterisco lo possiamo interpretare come un “mettici quello che vuoi”. Questo significa che posso mettere un bell’asterisco nella pagina e poi non scrivere più niente. L’asterisco è un segno insensato, oserei dire, di forte marcatura ideologica e che garantisce l’appartenenza ad un gruppo privilegiato, al gruppo dei ben pensanti.
Inoltre è anche incoerente, perché pensi soltanto alle parole direttore e direttrice. Qui l’asterisco dove lo mettiamo: Direttor*? In tal caso non ci includiamo la parola “direttrice”. Il pezzo mancante sostituito dall’asterisco in italiano non corrisponde sempre ad una lettera. Le dirò di più: se io scrivo “cari tutti”, usando il maschile inclusivo, non è dimostrato che sia discriminatorio. L’equivalenza fra il genere grammaticale nel sistema lingua e nel sistema dei sessi non è immediata. Questo è spiegato nell’intervento della Crusca, ma l’aveva spiegato tanti anni fa molto bene un personaggio come Claude Lévi-Strauss nell’Accademia francese, assieme a Dumézil, un grande filosofo e antropologo. Avevano spiegato che la lettura la quale banalizza il rapporto fra genere grammaticale e genere sessuale non è la verità assoluta.
— Secondo lei in futuro lo schwa e l’asterisco entreranno nel vocabolario?
— Nel vocabolario potrebbero anche essere registrati. Vi è stato il caso del Robert francese che ha registrato “iel”, il pronome privo di genere. C’è stata una polemica in cui sono intervenuti anche il ministro della cultura francese e la moglie di Macron. Può darsi che qualcuno metta l’asterisco da qualche parte senza sapere bene però dove inserirlo, dovrebbe stare nei simboli.
Con il futuro bisogna sempre andarci piano, gli algoritmi sul futuro vanno bene solo per i cervelli deboli. Possiamo sulla base del passato fare una costatazione: in italiano le riforme ortografiche proposte fin dal ‘500 in genere non hanno avuto fortuna. La resistenza degli altri parlanti ha fatto sì che queste riforme non abbiano avuto seguito. Questa volta rispetto al passato c’è una spinta internazionale ad intervenire sulla lingua per correggere queste presunte storture discriminatorie.
Le colpe della lingua non esistono, è una specie di caccia alle streghe, ma non è detto che una una caccia alle streghe non possa avere delle conseguenze pratiche. Non possiamo fare profezie per il futuro, abbiamo dei precedenti storici i quali ci dicono che non è facile intervenire sulla grafia della lingua con riforme imposte dall’esterno.
— Molti interpretano questa lotta linguistica come un esperimento. Con la lingua si può sperimentare? Quali sono i limiti?
— Sperimentare è lecito a tutti, nella lingua ognuno ha la possibilità di fare quello che vuole. Lei si può svegliare domani mattina usando un neologismo o anche cambiando la grammatica. Non c’è una sanzione, non è vietato. Nello stesso tempo la lingua come sistema non è proprietà dell’individuo. La lingua vive di una dialettica fra la dimensione collettiva e la dimensione individuale. L’innovazione è sempre individuale, ma entra nella lingua soltanto quando è accolta dalla collettività. Questa è una verità assoluta dalla linguistica ed è un meccanismo molto complesso.
Non sono vietate innovazioni da parte dei singoli o di piccoli gruppi, però non è detto che le innovazioni scavalchino il confine che le rende grammatica collettiva. Non ci può essere la pretesa di dire alle persone di non usare l’asterisco, vi è una raccomandazione, si spiega che così non funziona e crea dei problemi. Gli effetti del suo utilizzo potrebbero essere grotteschi. Vi è inoltre un problema di coerenza, che troviamo nel linguaggio di genere.
— Che cosa intende?
— Le faccio un esempio carino. Nel programma elettorale di un sindaco di una grande città del nord, probabilmente la stessa a cui facevamo riferimento prima, c’era un uso molto accorto del linguaggio di genere pre schwa e asterisco. Intendo la reduplicazione: cittadini e cittadine, impiegati e impiegate, studenti e studentesse. È un espediente legittimo, perché non forza il sistema della lingua.
In quel programma però, se lo va a leggere, ad un certo punto quando sono stati duplicati tutti per bene per sesso si arriva a “professionisti e commercianti” che non sono reduplicati. Chi l’ha scritto non si è accorto. Allora una persona si chiede: i commercianti sono solo uomini oppure il maschile sovraimposto va bene solo per loro? Io ho una figlia veterinaria, dovrebbe essere una professionista. Qui ti accorgi del valore ideologico: sono reduplicati tutti quelli che votano per te, quelli che non sono amici restano dello stesso sesso. Tutto ciò spiega che chi abbraccia tali soluzioni, in teoria inclusive, poi alla fine scivola sulla buccia di banana. Se usi queste formule devi avere la pazienza di duplicare tutto per ore e rivedere il testo ed eliminare il maschile come neutro che per secoli ha funzionato.
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