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Videogames: i ragazzi ci giocano fino a 8 ore al giorno, rischio isolamento sociale

© AFP 2021 / Martin BureauTokyo Game Show
Tokyo Game Show - Sputnik Italia, 1920, 27.11.2021
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I giochi online possono rappresentare oggi per i piccoli e per i giovani, che ci passano fino a 8 ore al giorno, una vera dipendenza. I videogame, allo stesso tempo, sono anche uno spazio dove sfogare la rabbia e fare nuove amicizie. Se ne parla alla V edizione della Giornata Nazionale sulle Dipendenze tecnologiche e sul Cyberbullismo.
Non è solo un gioco. I giochi online, infatti, sono un universo complesso, che rappresenta diversi rischi, il primo fra tutti l’isolamento sociale. Questo sarà il tema della Giornata Nazionale sulle Dipendenze tecnologiche che si tiene il 27 novembre a Mestre. L’annuale ricerca condotta dall’Associazione Nazionale Di.Te. (Dipendenze tecnologiche, GAP, cyberbullismo), assieme a Skuola.net, mostra dati preoccupanti. Il 7% dei ragazzi coinvolti nell’indagine passa più di 8 ore davanti ai videogiochi.
I genitori, che passano loro stessi tante ore davanti allo smartphone, dovrebbero essere più partecipi della vita online dei propri figli, potendo così cogliere anche i campanelli d’allarme. Quali conseguenze potrà avere sui ragazzi tutto questo tempo passato davanti allo schermo? Sputnik Italia ne ha parlato con Giueppe Lavenia, psicologo, psicoterapeuta e presidente dell’Associazione Nazionale Di.Te.
— Giuseppe Lavenia, i vostri studi hanno rilevato che sempre più piccoli e ragazzi soffrono di dipendenze tecnologiche, giusto?
— Sì, la giornata nazionale parlerà del gioco un po’in tutte le sue forme. Abbiamo condotto un’indagine su circa 1.300 ragazzi, partendo dall’età di 10 anni fino ai 25, per vedere come vivono il gioco online. Sono emersi dati, secondo me, abbastanza preoccupanti: il 7% del campione passa più di 8 ore al giorno a giocare online, attorno al 36% gioca dalle 2 alle 3 ore al giorno, che apparentemente possono sembrare poche, ma, considerando che parliamo di ragazzi di 10 anni, ricordiamoci che non dovrebbero essere nemmeno online. I ragazzi non dovrebbero trovarsi in rete prima dei 14 anni. Già questo è un dato su cui riflettere.
— Passare così tante ore davanti ai videogiochi quali rischi comporta?
— Il rischio maggiore è di essere sempre più coinvolto. Il gioco attiva dei processi che si chiamano processi dopaminergici i quali attivano delle sostanze nella nostra testa, il tutto può portare a meccanismi compulsivi, a vere e proprie dipendenze. Stare online tutte quelle ore fa sì che diminuiscano le ore di studio, peggiori il rendimento scolastico. Piano piano, i ragazzi decidono di abbandonare gli hobby, di non frequentare gli amici che frequentavano sempre, perché tanto sanno che online troveranno altre persone. Con il tempo, i ragazzi preferiscono la community online alla comunità sociale, questo è il vero rischio: l’isolamento sociale.
— Quali sono i campanelli d’allarme da non sottovalutare?
— Quando i nostri figli riducono le attività che erano sociali e socializzanti. Un altro segnale è il peggioramento del sonno. I ragazzi magari si connettono la notte e stanno svegli fino a tardi. Spesso possiamo notare dei forti cambiamenti dell’umore. Dobbiamo tenere in considerazione tutti questi segnali.
— I genitori dovrebbero anche informarsi di più sulla vita online dei figli?
— I genitori devono essere assolutamente partecipi. L’educazione digitale inizia proprio da qui. Si tratta di un pezzo della costruzione della loro identità. Metà del loro tempo la dedicano alla vita online, bisogna pure prendersi cura di quel mondo. Bisogna chiedere ai nostri figli come è andata la loro giornata online, oltre al semplice “com’è andata la giornata?”. Solo il meccanismo della consapevolezza su un pezzo di vita dei nostri figli ci permette di avvicinarci a loro, di ridurre la distanza relazionale che la tecnologia ha portato. Spesso noi genitori pensiamo che i figli sanno tutto del mondo tecnologico e sono più bravi di noi e quindi non hanno bisogno di noi. La distanza digitale diventa così anche distanza relazionale. I nostri figli hanno necessariamente bisogno di noi, perché magari sanno usare lo strumento, ma il senso da dare alle cose glielo dobbiamo insegnare noi. Su questo bisogna intervenire.
Se notiamo invece dei campanelli d’allarme, se vediamo che il figlio è sempre più isolato, dobbiamo rivolgerci ad uno specialista, magari chiamare al numero dell’associazione.
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— I videogiochi non sono comunque da demonizzare tout court? Ci sono anche degli aspetti positivi?
— In realtà, durante le indagini abbiamo scoperto che i giochi online aiutano nella gestione delle emozioni dei nostri figli. Per il 27,7% permettono di ridurre la rabbia, per il 31,3% aiutano a focalizzarsi sugli obiettivi da raggiungere, per il 18% i giochi insegnano la modalità per fare squadra. Secondo me, il gioco, se gestito bene, può essere anche uno spazio di sperimentazione per le emozioni dei ragazzi. Quindi potrebbe aiutare a gestire la frustrazione di una sconfitta, a gestire la rabbia in un modo differente. È un modo per mettersi in relazione con altre persone e confrontarsi. Quando si gioca online, durante il gioco si parla anche di tutt’altro, ci si confronta con nuove persone.
Ricordiamoci che in questo momento di pandemia è molto più difficile incontrarsi; forse questo è uno dei pochi spazi dove si può avere un contatto. Oggi “contatto” è una parola che non possiamo usare, almeno il contatto online deve essere mantenuto. È più difficile, ovviamente, creare legami veri e sentimenti senza la presenza dal vivo, ma vediamo che funziona da generatore e sperimentatore di emozioni.
— I genitori dovrebbero dare il buon esempio, invece passano loro stessi tante ore davanti agli schermi, che ne pensa?
— Noi siamo un pessimo esempio in questo momento. Il 30% di ragazzi che vedono un genitore fumare tenderanno a fumare. Proviamo a ribaltare questa caratteristica sulla tecnologia. Teniamo sempre lo smartphone in mano, per loro sarà sempre normale avere uno smartphone in mano. Lo usiamo quando guidiamo, quando pranziamo. Un buon consiglio sarebbe quello di organizzare delle giornate detox, che potrebbero essere il sabato e la domenica. Potremmo lanciare una sfida: a pranzo e cena non si deve prendere lo smartphone, chi lo fa magari deve fare qualcosa per casa. Potremmo smettere di accenderlo appena ci svegliamo, invece è la prima cosa che facciamo.
Il genitore deve essere attraente. Alcuni ragazzi che visito sono innamorati del gioco Among Us, un giochino molto semplice dove bisogna trovare la spia o l’impostore. Noi consigliamo di fare questo gioco non online, ma di crearlo a casa e riprodurlo in famiglia. Ritorniamo ad essere noi degli influencer per i nostri figli. Spesso siamo noi stessi iperconnessi, attaccati allo schermo, e quindi rispondiamo “un attimo” ai nostri figli. I nostri figli, che magari hanno una necessità, si sentono dire “un attimo".
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