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La linea rossa di Putin non è Kiev, ma il Donbass

© AP Photo / Evgeniy MaloletkaBandiera ucraina, crisi Donbass
Bandiera ucraina, crisi Donbass - Sputnik Italia, 1920, 26.11.2021
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A differenza di quanto sostiene l’Amministrazione Biden, il Cremlino non ha alcuna intenzione d’invadere l’Ucraina, rischiando un conflitto con gli Stati Uniti e l’Europa. La vera preoccupazione è la stagnazione delle intese di Minsk, favorita dall’immobilismo di USA ed Europa.
Proprio mentre Kiev rilancia, grazie alle armi americane e ai droni turchi, i piani per una riconquista dei territori secessionisti.
Il Segretario di Stato americano Anthony Blinken si preoccupa per l’Ucraina minacciata, secondo alcune immagini satellitari, dalla mobilitazione di oltre centomila truppe russe ammassate a 250 chilometri dalla frontiera di Kiev. Ma temere un’invasione dell’Ucraina equivale a guardare il dito anziché la luna. Al centro delle mosse russe non vi è Kiev, ma la situazione nel Donbass. Ed il vero rischio non è l’invasione dell’Ucraina, ma l’annessione, controvoglia, della repubblica secessionista da parte di Mosca.
Per capirlo basta tornare allo scorso aprile, quando un’altra mobilitazione di oltre centomila truppe russe venne interpretata come il preludio di una possibile invasione dell’Ucraina.

“Se qualcuno scambierà per debolezza le nostre buone intenzioni, - spiegò in quei giorni Vladimir Putin - la risposta della Russia sarà asimmetrica, rapida e durissima. Ci auguriamo che nessuno attraversi la linea rossa. Decideremo noi dove tracciarla in ogni caso specifico”.

Quelle parole restano fondamentali per leggere gli avvertimenti nascosi dietro i movimenti delle truppe russe. Avvertimenti che né gli Stati Uniti, né l’Europa si sforzano di comprendere. Il termine “risposta asimmetrica”, usato dal presidente russo, fa ben capire come un’invasione dell’Ucraina non rientri assolutamente nei piani del Cremlino. Invaderla significherebbe mettere nel conto migliaia di vittime da entrambe le parti e confrontarsi con un apparato militare di Kiev rafforzato, dopo il 2014, dagli oltre due miliardi di forniture militari garantite dagli Stati Uniti.
An RQ-4 Global Hawk unmanned aircraft (File) - Sputnik Italia, 1920, 23.04.2019
Ancora aerei militari USA vicino i confini della Russia e nel Donbass
Forniture a cui ha contribuito di recente anche l’amministrazione Biden. Nulla in grado di competere con l’apparato militare russo, ma sufficiente a rendere assai pesante il costo di un invasione su larga scala. Senza contare il rischio di un’escalation capace di portare ad una guerra con gli Stati Uniti e paesi europei. Un conflitto evocato dalle esercitazioni dei bombardieri statunitensi, che in Polonia continuano a simulare incursione nucleari volando a meno venti chilometri dai confini russi. La preferenza di Putin per le operazioni asimmetriche risultò già evidente nel 2014, quando il Cremlino privilegiò l’annessione della Crimea, seguita da un referendum votato a larga maggioranza e il sostegno alle forze filo-russe nel Donbass.
Proprio il Donbass è oggi il bubbone che più preoccupa Putin. Fino ad oggi, Mosca si è sempre guardata dal rivendicare qualsiasi controllo delle regioni secessioniste, sostenendo, in linea con gli accordi di Minsk II, la necessità di reintegrarli all’interno dell’Ucraina, garantendone però l’autonomia attraverso l’introduzione di una riforma federale. Ma, dal 2014 ad oggi, gli accordi di Minsk non hanno fatto mezzo passo avanti. Mentre Germania e Francia, i due paesi europei garanti delle intese, si sono ben guardati dal premere per la loro applicazione gli Stati Uniti, hanno continuato a soffiare sul fuoco della contrapposizione con Mosca.

Una contrapposizione esasperata dalle dichiarazioni di Joe Biden, intervenuto lo scorso giugno al vertice Nato di Bruxelles, riaffermando la volontà d’integrare l’Ucraina nell’Alleanza Atlantica. E a rendere quelle parole ancora più irritanti si è aggiunta l’operazione Sea Breeze, culminata a luglio con le manovre navali di una trentina di unità della Nato in quelle acque del Mar Nero che la Russia considera la propria anticamera.

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Ma è sul Donbass che si concentra l’inquietudine di Mosca. Il Cremlino teme che dietro la stagnazione degli accordi di Minsk si nasconda il tentativo di ribaltare la situazione sul terreno, grazie agli armamenti forniti dagli Stati Uniti. E a preoccupare ancor di più Mosca s’aggiunge l’impiego sul teatro del Donbass di 24 droni turchi Bayraktar TB2, venduti da Ankara a Kiev. Una svolta diventata effettiva già a primavera, quando uno di quei droni ha iniziato a volare sopra le postazioni filo russe.
Uno sviluppo capace, analogamente a quanto successo un anno fa nell’enclave armena del Nagorno Karabakh, di ribaltare gli equilibri strategici e mettere con le spalle al muro le forze secessioniste. Senza contare le pesanti conseguenze geo-strategiche della mossa turca, letta dal Cremlino come un tentativo del presidente Recep Tayyp Erdogan di riallinearsi con Stati Uniti e Alleanza Atlantica, mettendo fine al rapporto di collaborazione strategica avviato con Putin a partire dal 2017.
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Ed è per questo che la risposta russa potrebbe concentrarsi proprio sulla questione del Donbass. Significativa, da questo punto di vista, la decisione del ministero degli esteri russo di rendere pubblico lo scambio di corrispondenza con Francia e Germania, le due nazioni europee che partecipano con Mosca e Kiev al quel “formato Normandia”, incaricato di rendere effettivi gli accordi di Minsk. Secondo Mosca, la corrispondenza proverebbe il tentativo di Parigi e Berlino di sabotare i colloqui. Il secondo atto è stata l’emanazione di un decreto presidenziale sull’assistenza umanitaria alle regioni di Donetsk e Lugansk, che liberalizza l’importazione di beni dal Donbass verso la Russia. La mossa fa capire come Mosca abbia perso ogni speranza di raggiungere un accordo per rompere, come previsto dalle intese di Minsk, l’embargo che blocca ogni esportazione verso l’Ucraina e strangola economicamente le due repubbliche secessioniste.
Il messaggio nascosto nel decreto è chiaro. Mosca, se messa con le spalle al muro dall’intransigenza degli Stati Uniti e dall’immobilismo dell’Europa, potrebbe decidere di mettere fine allo stallo, arrivando di fatto ad annettersi i territori secessionisti. La mossa resta comunque l’ultima risorsa di una Russia assai più interessata a rilanciare le relazioni con i paesi Europei e a tentare di ripristinare un dialogo strategico con Washington. E infatti, più che su un’inverosimile invasione dell’Ucraina, il Cremlino punta ad un nuovo summit con Joe Biden.
Sarà quello il vero campo di battaglia su cui Putin traccerà, una volta di più, le sue linee rosse.
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