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La politica italiana si prepara al gran ballo delle presidenziali

© Filippo AttiliIl Senato della Repubblica
Il Senato della Repubblica - Sputnik Italia, 1920, 20.11.2021
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Il Parlamento italiano è appena entrato nella sessione di bilancio che domina tradizionalmente il tardo autunno. La manovra, così si chiama in gergo, è arrivata alle Camere poco dopo il provvedimento che contiene le misure attuative del cosiddetto Recovery Plan italiano. C’è quindi molto da fare nei palazzi romani.
Anche se la maggioranza è molto ampia, o forse proprio per questo, sono tanti i deputati e i senatori che cercano di imprimere un loro segno proponendo degli emendamenti alle norme che accompagnano il Bilancio di previsione triennale e alle disposizioni che distribuiscono i soldi in arrivo dall’Europa.
Tuttavia, se questi sono i giochi in atto nelle aule delle Commissioni e delle Assemblee dei due rami del Parlamento, altre e più decisive trattative si svolgono ad un livello più alto.
Non appena la manovra e il Recovery saranno stati approvati, in che dovrebbe accadere sotto Natale, verrà costituito il collegio elettorale chiamato ad eleggere il successore di Sergio Mattarella, ormai giunto al termine del suo mandato.
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In realtà, come accade in Vaticano in occasione del conclave, schermaglie sono in corso da anni. Ma non c’è nulla di certo, perché sul risultato finale potranno pesare molti fattori imprevisti, anche contingenti.
L’elezione di Oscar Luigi Scalfaro, allora Presidente della Camera, venne ad esempio precipitata dall’improvviso assassinio del giudice Giovanni Falcone, che pose bruscamente fine ad una lunga fila di votazioni inconcludenti.
Qualsiasi previsione si faccia in questo momento è quindi per forza di cose esposta al rischio di essere smentita da fatti imprevedibili. Né semplifica la lettura di questa fase la circostanza che l’Italia si trovi in una situazione emergenziale, che nelle prossime settimane potrebbe aggravarsi parallelamente alla recrudescenza della pandemia.
Tuttavia, nel mondo politico italiano si percepiscono movimenti e fibrillazioni, che non riguardano soltanto la scelta della persona che andrà a ricoprire la massima magistratura della Repubblica, ma anche la configurazione della maggioranza che esprime il Governo.
Nella “grande coalizione” guidata da Mario Draghi coabitano molte anime. Ci sono i progressisti del Pd, eredi del Pci e della sinistra democristiana, ad esempio, ma anche Forza Italia e la Lega, nonché i Cinque Stelle e il piccolo partito di Renzi.
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Una parte importante del Pd, probabilmente anche il suo vertice, vedrebbe di buon occhio una ricomposizione del quadro politico che estromettesse la Lega dalla maggioranza, spostandone verso sinistra il baricentro. E non è improbabile che veda nell’elezione presidenziale un’occasione per preparare l’operazione.
Dall’altro lato, forzisti e leghisti intravedono per la prima volta da quando esistono la possibilità di incidere davvero nella scelta del futuro Presidente della Repubblica, che dal 1992 è nelle mani dello schieramento avverso. Cercano a questo scopo delle triangolazioni interne alla maggioranza, puntando su Matteo Renzi, ma anche all’esterno di quel perimetro, rivolgendosi ai Fratelli d’Italia.
Il punto di compromesso ideale sarebbe proprio Mario Draghi, che dovrebbe traslocare da Palazzo Chigi al Quirinale e quindi da lì provare ad orchestrare la politica economica ed estera del paese, magari investendo della guida del Governo una persona di fiducia. Si dice inoltre che l’attuale Presidente del Consiglio ambirebbe al prestigioso incarico.
Tutto sembrerebbe quindi andare in quella direzione. Ma è davvero così? Forse no. Esiste infatti un contesto internazionale che non può essere ignorato. Gli ingenti prestiti che l’Italia sta ricevendo sono stati negoziati da Draghi, che li ha ottenuti grazie alla propria reputazione personale ed al livello delle sue interlocuzioni con le più importanti personalità politiche europee ed americane.
Da quegli ambienti starebbero filtrando inviti a mantenere Draghi dove si trova attualmente, almeno fintantoché gli aiuti europei non saranno stati in qualche modo blindati ed assicurata la certezza del loro afflusso nella misura e nei tempi previsti.
In caso di problemi e difficoltà, inoltre, la presenza di Draghi ai vertici europei sarebbe assolutamente insostituibile, mentre il suo capitale relazionale risulterebbe in qualche modo sminuito nelle sue potenzialità dai limiti dei poteri che ha il Presidente della Repubblica Italiana.
Se Draghi deve rimanere a Palazzo Chigi, per garantire le autorità europee e gli investitori mondiali che l’Italia non butterà i soldi al vento, ponendo gli aiuti esterni al riparo dalle spese elettorali di un governo guidato da qualsiasi altra personalità, occorre quindi trovare un altro candidato.
Un uomo o una donna che dovrebbe garantire il quadro politico interno anche agli occhi dell’Unione Europea e degli Stati Uniti, che conservano ancora un’influenza fortissima in Italia. Va detto chiaramente che questa personalità ben difficilmente potrebbe essere quella di Silvio Berlusconi, malgrado lui sembri crederci.
Incontrerebbe infatti problemi insormontabili – dentro e fuori l’Italia - per una serie di ragioni che sarebbe difficile riassumere in poche righe, ma che si ricollegano all’eredità del suo governo del 2008-11.
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Neanche un progressista moderato come Giuliano Amato troverebbe facilmente i voti nel collegio elettorale che verrà costituito a gennaio. Forse si opporrebbe alla sua investitura lo stesso Draghi, per le implicazioni che ne deriverebbero sulla tenuta della sua maggioranza e soprattutto il congelamento a tempo indeterminato delle proprie ambizioni.
Servirebbe quindi un candidato autorevole, che fosse disponibile anche ad accettare informalmente un mandato breve, in modo tale da confermare Draghi fino alle elezioni del 2023, che sicuramente produrranno un Parlamento profondamente diverso da quello attuale, aprendo la strada a formule diverse in un contesto più stabile.
Proprio come capita in certe stagioni difficili della Chiesa, si guarda pertanto a personalità anziane e prestigiose di varia estrazione, per assicurare la transizione.
Tuttavia, non andrebbe scartata a priori l’ipotesi di una riconferma di Sergio Mattarella. Il Presidente uscente afferma a chiare lettere di non voler rimanere al Quirinale. Ma in realtà il messaggio che sta veicolando potrebbe anche essere diverso da quello che viene comunemente percepito.
Mattarella ha fatto sapere di aver affittato – non acquistato - una casa nel quartiere Parioli di Roma, una zona in cui si trova anche la residenza dell’Ambasciatore americano ed è molto vicina al Quirinale.
Inoltre, nessuno ha fatto caso alla circostanza che proprio la reiterazione della dichiarazione della propria volontà di non essere riconfermato rende più credibile l’eventualità che Mattarella possa accettare una proroga limitata nel tempo, proprio come accadde con Giorgio Napolitano.
Ovviamente, il Presidente dovrebbe essere garbatamente invitato al ripensamento dalla stessa maggioranza che sorregge Draghi. Facendo leva sul suo senso dello Stato e la gravità del momento che attraversa il paese. Sarebbero contenti anche gli alleati dell’Italia, che potrebbero anche aggiungere le loro pressioni per vincere le ultime resistenze.
Quanto al Presidente del Consiglio, la conferma a tempo di Mattarella gli permetterebbe di concludere il proprio lavoro e quindi raccoglierne l’eredità in un momento più propizio e tranquillo. A dispetto delle apparenze, pertanto, è al momento il pronostico più logico.
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