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Ritorno a Damasco

© AP Photo / Sergei GritsDamasco
Damasco - Sputnik Italia, 1920, 19.11.2021
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Il mondo arabo riapre i rapporti con Bashar Assad. Il re della Giordania dialoga al telefono con il presidente siriano e il ministro degli esteri degli Emirati gli fa visita, mentre l’Arabia Saudita prepara la riapertura dell’ambasciata.
Solo gli Stati Uniti di Joe Biden con l’appoggio dell’Europa continuano ad osteggiare una ricostruzione e un rientro dei profughi fondamentale per impedire che i migranti vengano usati come arma di ricatto.
Alla fine gli unici a non voler la pace con Bashar Assad sono gli Stati Uniti di Joe Biden e i suoi alleati europei. L’Europa l’ha fatto capire da tempo. Lo scorso 11 marzo - decimo anniversario dallo scoppio di un conflitto costato più di 400mila vite - il responsabile della politica estera europea Josep Borrel, spiegò che non vi sarà “normalizzazione, fine delle sanzioni, e appoggio alla ricostruzione fino a quando non inizierà una transizione politica”. Una posizione in linea con quella degli Stati Uniti pronti, come ribadito recentemente dal segretario di Stato Anthony Blinken, “ad opporsi alla ricostruzione della Siria fino a quando non vi sarà un irreversibile progresso verso una soluzione politica”.
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Stati Uniti ed Europa non contribuiranno, insomma, alla ricostruzione del paese e al rientro dei profughi fino a quando Bashar Assad non avrà fatto il favore di levarsi dai piedi.
Una pretesa né saggia, né realista. E non solo perché il presidente siriano è uscito vincitore dallo scontro con un’opposizione che invece di battersi per la democrazia, si è allineata sulle posizioni del terrore jihadista. Malgrado l’Unione si rifiuti di riconoscerlo ritardare il rientro di milioni di profughi siriani significa garantire un’inestinguibile riserva di munizioni a chi ricatta i paesi europei con l’arma dei migranti.
In tutto questo il vero paradosso è lo iato che divide le nazioni arabe sunnite da Stati Uniti ed Europa. Come si ricorderà la guerra civile siriana venne dipinta come lo scontro tra la maggioranza sunnita del paese e una dittatura legata alla minoranza alawita pronta a reprimerla, con l’appoggio dell’Iran sciita. A dieci anni di distanza le nazioni sunnite che sostennero militarmente e finanziariamente la rivolta sono le prime a cercare la riconciliazione con il regime di Bashar Assad. L’ultima farlo capire è stata la Giordania. Dopo aver ospitato e appoggiato per anni i ribelli anti Bashar ad ottobre Amman ha riaperto le frontiere con Damasco e riavviato gli scambi commerciali con la Siria. Una mossa seguita dal primo colloquio telefonico in dieci anni tra il re Abdullah II e il presidente siriano.
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Un colloquio in cui i due capi di stato, stando alle fonti di Amman, si sono impegnati a rilanciare “le relazioni tra paesi fratelli” e “preservare la sovranità della Siria, il suo popolo e la sua integrità territoriale”. Dopo quel riavvicinamento è arrivata la visita a Damasco del ministro degli esteri degli Emirati sceicco Abdullah bin Zayed al-Nahyan. Una visita significativa anche perché, pur avendo riaperto l’ambasciata a Damasco fin dal 2018, gli emirati Arabi sono stati in passato tra i sostenitori della causa ribelle assieme ad Arabia Saudita e Qatar.
Una posizione ribaltatasi nel corso degli anni. Preoccupati dalla presenza in Siria dei pasdaran iraniani e delle milizie sciite, ma anche dall’attività dei Fratelli Musulmani e dei ribelli jihadisti sostenuti da Turchia e Qatar, gli Emirati hanno totalmente rivisto le loro posizioni. Oggi il 14 per cento degli scambi economici della Siria passa per Abu Dhabi e gli Emirati sono i principali partner commerciali di Damasco. L’impegno del ministro degli esteri emiratino nel sottolineare l’urgenza di “metter fine alla crisi siriana, consolidare la stabilità del paese e andare incontro alle aspirazioni dei fratelli siriani” ha suscitato la dura reazione degli alleati americani che hanno condannato “i tentativi di riabilitare un brutale dittatore come Bashar Assad”.
Eppure nonostante l’amministrazione Biden si sforzi di mantenere inalterate le fallimentari scelte dell’era Obama tutto, in Medio Oriente, si muove nella direzione opposta. Nel mondo arabo cresce, infatti, la riluttanza a sostenere le drastiche sanzioni imposte da Donald Trump con il Caesar Act e mantenute inalterate dall’amministrazione Biden. Fin dallo scorso marzo il ministro degli esteri emiratino ha sostenuto la necessità di “aprire la porta alla collaborazione con la Siria viste la difficolta di mantenere ai livelli di oggi le misure del Caesar Act”.
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Una posizione che trova concorde la Giordania. Le sue esportazioni verso la Siria rappresentavano il 3,5 per cento del prodotto interno lordo alla vigilia della guerra, ma sono precipitate all’1 per cento durante il conflitto. E a questo si è aggiunto il crollo dell’economia sommersa, ovvero quel fiorente contrabbando di frontiera che contribuiva a garantire il sostegno economico delle popolazioni da entrambe le parti del confine. La fine delle sanzioni, o un loro sostanziale rilassamento, permetterebbe invece ad Amman di trasformare il proprio aeroporto in uno scalo fondamentale per i voli da e verso Damasco. Inoltre come fanno notare da tempo fonti del governo giordano permettere il transito di gas e petrolio attraverso la Siria garantirebbe i rifornimenti energetici ad un Libano piegato dalla crisi. E la riapertura dei commerci restituirebbe alla Giordania il cruciale accesso alle rotte del Mediterraneo.
In questo clima di generale riavvicinamento anche l’Arabia Saudita ha avviato fin dal maggio scorso colloqui e incontri tra esponenti delle reciproche intelligence in vista di una prossima riapertura dell’ambasciata a Damasco. Gli unici a non voler riconoscere la vittoria di Bashar Assad e la necessità di riprendere le relazioni con Damasco sono, insomma, quel Qatar e quella Turchia che dopo aver flirtato con lo Stato Islamico continuano a sostenere la Fratellanza Musulmana e molte formazioni jihadiste. E con loro un’America e un’Europa che del terrore jihadista sono stati il bersaglio.
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