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Bibbiano, parla l’avvocato di una famiglia vittima: “ridurre autonomia e libertà servizi sociali”

Abuso di minori - Sputnik Italia, 1920, 19.11.2021
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Si è concluso il primo atto giudiziario dell’inchiesta “Angeli e Demoni” sugli affidi illeciti di minori a Bibbiano e nella Val D’Enza. Una condanna, un’assoluzione, 17 persone rinviate a giudizio. La strada per fare chiarezza e rendere giustizia ai bambini è solo iniziata.
È stato condannato a quattro anni Claudio Foti, psicoterapeuta titolare del noto studio di cura torinese “Hansel&Gretel”, per la vicenda degli affidi illeciti di Bibbiano. Al centro dell’inchiesta soprannominata “Angeli e Demoni” un sistema in cui le vittime erano dei bambini allontanati dai genitori attraverso disegni falsificati e relazioni non veritiere sui genitori dei minori.
La condanna a Foti è un passo in avanti, ma è solo l’inizio di una serie di processi su un tragico caso che ha sicuramente lasciato segni profondi e forse indelebili nella vita delle vittime. Dietro alla vicenda di Bibbiano ci sono anche delle responsabilità politiche? Come vanno risolte le falle nel sistema dei servizi sociali e degli affidamenti dei minori? Sputnik Italia ne ha parlato con Gianluca Tirelli, legale di una delle famiglie a cui hanno sottratto il figlio.
— Quattro anni a Foti, psicoterapeuta al centro dell’inchiesta sugli affidi illeciti. Questo è solo l’inizio di altri processi. Avvocato Tirelli, la strada per fare giustizia è appena cominciata, giusto?
Sì, perché di fatto all’udienza preliminare il dottor Foti e un’altra imputata hanno scelto il rito abbreviato e quindi sono usciti dal processo, una con l’assoluzione, l’altro con una condanna. Il processo però va avanti perché poi sono stati rinviati a giudizio 17 imputati. Il corpo del processo vero e proprio è ancora tutto da fare.
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— Lei è l’avvocato di una delle famiglie vittime del “sistema Bibbiano”. Che cosa ha passato questa famiglia negli ultimi mesi?
Sono l’avvocato di una famiglia a cui è stato sottratto il figlio con modalità cruente e con giustificazioni che abbiamo contestato. Per fortuna dopo sei mesi il bimbo è tornato a casa. Sotto l’aspetto psicologico quello che hanno patito i genitori è chiaro da concepire: il padre si è trovato di fatto senza il figlio e senza la moglie, perché la mamma ha seguito il figlio, quindi ha vissuto questa esperienza da solo sotto l’aspetto umano. La madre in questi sei mesi è stata a fianco del figlio, combattendo.
Si tratta di ragazzi giovani albanesi integrati in Italia che abitano qui da tantissimo tempo, parlano benissimo in italiano però capire i meccanismi della giustizia italiana diventa davvero più difficile. Hanno passato attimi di terrore, angoscia e sgomento. Quello che ancora non è quantificabile è cosa ha passato il ragazzino: ha solo sei anni e si è visto caricato su una macchina senza sapere perché né dove andava, si è visto inserito in un’altra scuola, è andato a vivere in un’altra casa con la mamma e non ha più visto il padre. Il dramma più importante l’ha subito il figlio. Un bambino di sei anni non ha gli strumenti per capire. Ancora oggi, e sono passati due anni, quando suonano alla porta il bambino strabuzza gli occhi dallo spavento. Ci sono ancora dei segni all’interno del bambino.
I genitori una volta ottenuto il bambino a casa hanno tirato un sospiro di sollievo, però visto che il percorso attraverso gli assistenti sociali non era ancora finito, tutte le volte che bisognava andare agli incontri era un patema perché non sapevano come sarebbe finito l’incontro. Adesso la situazione da un punto di vista emotivo è stabilizzata per quanto riguarda i genitori, per quanto riguarda il figlio parliamo di traumi che forse si vedranno nel tempo.
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— Di chi sono le maggiori responsabilità? Come tutto ciò è potuto accadere? Che idea si è fatto del “caso Bibbiano”?
Il sistema Bibbiano è un concetto che io rifuggo, si potrà parlare di caso Bibbiano nel momento in cui una sentenza dichiarerà che vi era tale sistema. Oggi andare a rivendicare dei progetti organizzati su larga scala per sottrarre bambini mi sembra scorretto e deontologicamente sbagliato.
Io faccio riferimento al mio caso: sono state strumentalizzate delle situazioni e sono stati portati all’attenzione del Tribunale dei Minori degli elementi che non corrispondevano al vero. Il Tribunale dei Minori, dando fede alle notizie che giungevano dai servizi sociali, aveva disposto l’allontanamento del minore. Ci siamo presentati immediatamente con una memoria smentendo di fatto tutte quelle che erano le argomentazioni poste dai servizi sociali. Il figlio alla fine è stato restituito alla famiglia. Nel mio caso era stata imputata una scarsa igiene personale, il fatto di andare poco dal pediatra, ma il pediatra sentito sul punto ha smentito. È stato anche interpretato in modo strumentale un disegno raffigurante due animali in cui uno era la mamma vittima e l’altro il papà aggressore, però questo non significa nulla. Ci sono comportamenti che sono stati smentiti come per esempio una casa poco idonea priva di giochi. In realtà si trattava di un’abitazione ristrutturata, perfettamente integra e i giochi c’erano.
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Sono situazioni che devono essere tutte provate in tribunale. Io devo costruire una verità processuale attraverso le prove e i testimoni. Mi sento tranquillo nel raggiungere l’obiettivo di dimostrare al tribunale che le argomentazioni non corrispondevano al vero.
— Bibbiano è un caso clamoroso, ma ci sono stati anche altri casi di affidamenti illeciti di minori, uno su tutti il Forteto. Ci sono delle falle nel sistema degli affidamenti. Secondo lei che cosa andrebbe modificato in questo sistema?
Dal mio punto di vista bisognerebbe ridurre l’autonomia e la libertà dei servizi sociali. L’operato dei servizi sociali credo debba avere un vaglio diretto da parte di un organismo neutrale. Noi assistiamo spesso a situazioni in cui i colloqui fra il minore e i servizi rimangono fra di loro, io ritengo invece che questi colloqui debbano essere supervisionati da un soggetto terzo o registrati. Estrapolare delle dichiarazioni è sempre un errore. È chiaro che poi si arriva a fraintendere.
L’opera dei servizi sociali ritengo sia indispensabile, perché bisogna dare atto che risolvono quotidianamente delle situazioni disperate, però si dà loro troppo potere. Questo potere deve essere controllato, ma sul posto, in loco. Troppa libertà nell’avere il potere di decidere spesso porta anche a prendere decisioni sbagliate senza che nessuno abbia il tempo e la possibilità di intervenire nell’immediatezza.
— Il caso Bibbiano è terreno di scontro fra i vari partiti. Quanto è importante secondo lei che non venga politicizzato questo tema?
Io rifuggo dal sospetto che sia una questione politica, mi rifiuto di concepire questa cosa. Non mi piacciono le strumentalizzazioni che sono state fatte, perché i reati vengono compiuti dalle persone. Siamo di fronte ad un processo contro delle persone. Se poi all’esito del processo, che sarà lungo e laborioso, dovesse uscire che c’era un sistema allora si tratterebbe comunque di un sistema fatto da persone. Non voglio pensare che dietro ci sia un diktat politico. Oggi nessuno può sostenere che si tratta di una questione politica.
— Quanto è importante comunque parlarne?
Parlarne nel modo giusto non è mai un errore, strumentalizzare per fini terzi o personali è sempre un errore. Bisogna stare attenti quando si parla, soprattutto noi professionisti dobbiamo usare la propria esperienza. Oggi non si può parlare perché il processo deve cominciare. Le uniche cose di cui si può parlare sono il rinvio a giudizio di 17 persone, non è una sentenza di condanna. Bisogna misurare le parole. Oggi loro sono ancora innocenti e devono essere processati. Il dottor Foti è stato condannato, ci sarà un appello, la sentenza non è definitiva. Anche in questo caso parlare di colpevole è sbagliato, bisogna parlare di condannato in primo grado.
— Come ultima battuta che cosa si sente di dire anche da parte della famiglia che lei sta seguendo?
La battaglia che andremo a condurre la riteniamo una battaglia giusta contro delle persone che hanno sbagliato. Chiederemo che siano condannate, che il datore di lavoro sia condannato al risarcimento dei danni. Io ho chiamato in causa anche il datore di lavoro come responsabile civile. È una battaglia giusta per difendere i figli, per dare giustizia ai figli. È una battaglia fra situazioni personali. Se esiste un sistema ce lo dirà il giudice, non possiamo dirlo noi.
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