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COP26, persa anche l'"ultimissima possibilità" di salvare il pianeta (o forse no?)

© Justin GoffCop26, delegati a confronto
Cop26, delegati a confronto - Sputnik Italia, 1920, 17.11.2021
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Ancor prima che cominciasse a Glasgow la Conferenza sul Cambiamento Climatico COP26 il principe Carlo dichiarò che quell’incontro costituiva “l’ultimissima possibilità” per salvare il pianeta.
Non è stato l’unico a sostenerlo e molti politici di vari Paesi, compreso il Segretario Generale dell’ONU, ci hanno informati che se dall’incontro non fosse uscito un accordo concreto per ridurre drasticamente le emissioni di CO2 entro il 2050 la specie umana sarebbe stata condannata all’estinzione perché il globo diventerà inabitabile.
Ebbene, di là dalle roboanti dichiarazioni di circostanza, l’accordo desiderato non c’è stato e, se quelle parole non sono state pronunciate a vanvera, il nostro destino è già segnato!
Nonostante la dichiarazione congiunta di Cina e USA (importante, ma solo per ragioni diplomatiche), Pechino ha ribadito che toccherà il massimo delle proprie emissioni di anidride carbonica nel 2030 (cioè, fino a quella data continuerà ad aumentarle) e che cercherà di ottenere un risultato non prima del 2060.
L’India è stata ancora più precisa: solo per il 2070 prevede di raggiungere gli obiettivi fissati dagli altri.
L’Australia non può rinunciare al carbone poiché è la voce più importante delle sue esportazioni.
L’Arabia Saudita e il Qatar non intendono porre fine ai loro investimenti in gas e petrolio e tutti gli altri hanno sottoscritto impegni che comunque non potranno essere controllati nella loro applicazione reale.
Solo la Commissione Europea ha voluto fare un salto in avanti anticipando che, in Europa, dal 2035 non dovranno più essere messe in commercio auto a benzina, gasolio, gas e perfino ibride. È bene sapere che Germania e Italia hanno smentito di accettare questa politica perché il settore automotive per loro è troppo importante e i tempi troppo stretti per poterlo fare.
È vero che, fatta salva la reale applicazione, si è deciso uno stop alla deforestazione e un taglio del 30% delle emissioni di metano ma, sempre dando fede agli “scienziati”, tutto ciò non basterebbe a mantenere il presunto aumento della temperatura globale entro 1,5 gradi Celsius.

Previsioni scientifiche o cassandre?

Tralascio altri dettagli e, pur non essendo uno “scienziato” del clima, confesso di non sentirmi per nulla preoccupato e di ritenere che sulla Terra e nell’universo le variabili della natura sono talmente numerose e inafferrabili nel loro interagire che mi sembra quanto meno improbabile che sia possibile prevedere con esattezza cosa succederà al globo nei prossimi cinquanta/cento anni.
Soprattutto se a fare quelle apocalittiche previsioni sono dei politici istruiti da funzionari da loro stessi nominati e senza alcuna preparazione scientifica.
Proprio così: tutte le ipotesi sul cambiamento climatico che stanno alla base di questi vari COP non sono state elaborate da veri specialisti del clima ma da “scienziati” di altre discipline.
Non se ne parla mai, ma il famigerato “Gruppo Intergovernamentale di studio sull’Evoluzione del Clima” (GIEC) non è un’accademia di climatologi ed è composto soprattutto da diplomatici che si appoggiano a “consulenti”, molti dei quali specialisti in settori totalmente diversi da quello su cui pretendono di discettare.
Qualcuno dirà: allora come mai tutti gli “scienziati” del mondo sono d’accordo sulla causa antropica di questi cambiamenti in atto e sul fatto che la loro origine sia dovuta all’enorme quantità di gas serra (specialmente CO2) emessa dalle attività umane?
A questa domanda sinceramente non voglio rispondere, ma tutti sappiamo che prima di Copernico e di Galileo tutti gli “scienziati” dell’epoca erano unanimemente convinti che il sole girasse attorno alla Terra e chi pensasse diversamente era messo all’indice.
Anche oggi esistono molti specialisti del clima che non sono d’accordo per nulla sulla responsabilità umana nel cambiamento climatico.
Costoro ricordano come il nostro pianeta abbia già affrontato numerosi cambiamenti di clima (dopo il XII secolo e fino al XVIII abbiamo avuta anche una “piccola glaciazione”) e le cause furono sempre tutt’altro che antropiche (macchie solari, inclinazione dell’asse terrestre, fenomeni vulcanici di enormi dimensioni ecc.).
Tuttavia, a loro non è data tribuna e chi osa contraddire la vulgata ufficiale viene emarginato finendo così la propria carriera pubblica.
Un centinaio di professori universitari italiani (tra cui anche il premio Nobel Rubbia) hanno messo per iscritto le loro perplessità e i loro diversi punti di vista, ma alle loro tesi non si dà pubblicità e i media ne tacciono.
Per dirla tutta, non sarò io a stabilire chi abbia ragione e chi sia nel torto ma vorrei fare qualche semplice considerazione.

Troppi punti interrogativi

Chi ipotizza, o addirittura pretende, che si rinunci in poco tempo all’uso di tutti i combustibili fossili si rende veramente conto di ciò che questo significa per le economie dei Paesi del mondo?
È grazie all’utilizzo dei combustibili fossili che è stato possibile l’enorme sviluppo economico dell’ultimo secolo in tutto il mondo industrializzato e non c’è da stupirsi che Paesi meno sviluppati come India e Cina non accettino di rinunciare alla loro propria opportunità di crescita. Sono forse dei masochisti o dei pazzi?
Guardiamo all’agricoltura. È stato con l’introduzione delle macchine che la produttività per ettaro è aumentata fino a creare dei surplus. E nell’industria?
Senza l’impiego di una fonte di energia a costi relativamente bassi come sarebbe stato possibile il proliferare di tutte le economie industrializzate?
Chi si lascia attrarre del comprensibile miraggio di un drastico e immediato cambiamento delle nostre fonti di energia ha ben chiaro che ciò significherà un disastroso crollo del nostro attuale benessere?
Sa che dovrà pagare infinitamente di più per riscaldare la propria casa? Che milioni di lavoratori perderanno il loro posto e non si sa se e in quanto tempo ne troveranno un altro?
È comprensibile che degli adolescenti, irresponsabili e contestatori per natura anagrafica, chiedano il “tutto e subito”. Ma i politici adulti del mondo? Quando fanno affermazioni catastrofiche e sembrano ricattare le opinioni pubbliche sono davvero in buona fede o, più semplicemente, seguono l’onda per mantenere una propria fetta di mercato politico?
Un’altra cosa che resta in ombra nell’attuale infatuazione “verde” è la differenza tra una giusta lotta all’inquinamento ambientale e il cercare di arrestare il probabile cambiamento climatico in atto.
Dobbiamo passare tutti al fotovoltaico attuale e all’eolico o al nucleare?
A proposito di inquinamento, come si estraggono i materiali utili per le celle fotovoltaiche? E come si smaltiranno poi?
Cosa fare delle scorie nucleari (quelle frutto del momento sperimentale in Italia non hanno ancora potuto essere stoccate fuori dai luoghi ove furono prodotte causa l’opposizione di varie comunità locali)?
E cosa fare delle batterie per stoccare l’energia prodotta, tra l’altro, a sprazzi dai metodi finora conosciuti?
Forse, e ripeto forse, anziché cercare di opporci a un evento che accadrà comunque, cioè un aumento delle temperature terrestri, potrebbe valer la pena investire tutti questi soldi per anticipare le conseguenze di tale evento e, soprattutto, investire questi denari nella ricerca, magari sul nucleare a fusione e sulla trasformazione dell’idrogeno in energia utilizzabile.
E poi, perché no? diffondere in Asia e Africa la consapevolezza che una riduzione importante della loro esplosione demografica aiuterebbe loro stessi e tutto il pianeta ad inquinare di meno e aumentare il benessere individuale.
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