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Inflazione in USA e Cina, impatto a livello globale

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Uomo senza soldi - Sputnik Italia, 1920, 16.11.2021
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La più grande economia del mondo sta affrontando un periodo non propriamente roseo: infatti, negli USA, l’inflazione ha galoppato, fino a raggiungere i livelli massimi degli ultimi 30 anni. Si registra un rincaro importante di energia, derrate alimentari e servizi.
Gli americani dovranno abituarsi all’aumento dei prezzi. Sputnik cerca di capire per voi in questo approfondimento quale sarà l’impatto di questo fenomeno sulla Russia e sugli altri Paesi.

Valori massimi

Nel mese di ottobre c’è stato un aumento generalizzato che nessuno si aspettava. I prezzi dell’energia sono aumentati repentinamente di un terzo e quelli delle derrate alimentari del 5,3%, mentre il paniere dei prezzi al consumo rincara ormai da tre mesi consecutivi. Non si registrava un simile andamento dalla presidenza di Ronald Reagan all’inizio degli anni ’80.
Non sorprende che il mercato abbia reagito con un brusco crollo. L’S&P500 ha registrato un calo dello 0,82%, il Dow Jones dello 0,66% e il Nasdaq dell’1,66%.
Secondo gli analisti, queste sono le conseguenze della pandemia e delle misure messe in atto per contrastarla. Per superare questo andamento negativo, le autorità finanziarie hanno immesso in circolazione nuova liquidità. La Fed ha immesso nell’economia reale grandi quantità di denaro: 120 miliardi di dollari al mese. Il tasso di interesse di riferimento, intanto, si conserva basso, prossimo allo zero. Da non dimenticare nemmeno le criticità legate alla logistica. Permangono, infatti, le interruzioni alle consegne di componentistica e prodotti vari. A questo si aggiunge anche la riduzione dei volumi di produzione dovuta ai vari lockdown. Di conseguenza, c’è una carenza di merci.
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A gettare benzina sul fuoco su questa situazione c’è la crisi energetica. Il prezzo del carburante, infatti, non fa che aumentare.
Come se non bastasse, a metterci del suo c’è stata anche l’afa anomala che ha ridotto il raccolto totale di quest’anno. Questo ha reso necessario riscrivere i listini prezzi dei vari prodotti alimentari.
E questo è un fenomeno di portata globale. In Germania l’inflazione ha toccato il suo massimo storico dalla crisi degli anni ’70. In Cina ad ottobre si è attestata all’1,5%, un record degli ultimi 13 mesi.

“In Cina la situazione è un po’ diversa. Qui l’inflazione produttiva è maggiore che negli USA: il 15% contro l’8%. Tuttavia, grazie alla regolamentazione amministrativa questo andamento non impatta ancora il mercato interno e di conseguenza i prezzi al consumo non aumentano. In altre parole, le autorità cinesi hanno disposto alle imprese nazionali di farsi carico di queste spese riducendo di conseguenza il proprio margine”, spiega Anton Bykov, analista di Esperio.

Tuttavia, il settore immobiliare cinese è in crisi e l’economia nel complesso rallenta.
Rimane da capire fino a che punto si riuscirà a contenere l’ondata inflazionistica. Non appena non sarà più possibile, i consumi interni crolleranno bruscamente. La Banca popolare cinese dovrà alzare il tasso di riferimento provocando una crisi finanziaria, precisa Bykov.

La Fed ha le redini del gioco

“L’inflazione colpirà i portafogli degli americani e per me la massima priorità è invertire questa tendenza”, si legge nel comunicato scritto del presidente USA Joe Biden.
A preoccupare maggiormente sono i prezzi dell’energia. “Ho disposto al Consiglio economico nazionale di prendere dei provvedimenti per ridurre questi prezzi”, comunica Biden.
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La Fed, in precedenza, aveva annunciato una riduzione progressiva degli incentivi monetari a partire da novembre, una riduzione di 15 miliardi di dollari al mese. Questo aiuterà a contenere l’inflazione.

“Dopo la pubblicazione dei dati macroeconomici, la Fed non ha altra scelta se non chiudere il prima possibile il rubinetto della liquidità. Pertanto, nella prossima seduta del 15 dicembre, ci aspettiamo un cambiamento significativo del piano di acquisto di obbligazioni per 25-35 miliardi di dollari”, osserva Bykov.

Ma il tasso d’interesse di riferimento continuerà ad attestarsi sullo 0-0,25% annuo. La Fed ha osservato che è meglio conservare questa gamma percentuale finché il mercato del lavoro non raggiungerà i livelli massimi di occupazione. Anche se probabilmente un repentino aumento dei prezzi potrebbe costringere a un incremento altrettanto rapido dei tassi.
Dall’operato della Fed dipende il comportamento degli investitori, i quali solitamente abbandonano gli investimenti in Paesi in via di sviluppo se esistono segnali di peggioramento delle prospettive a lungo termine del mercato globale dei capitali. Azioni e valute (rublo russo compreso) rischiano di rientrare nel mirino di questo trend.

“La Fed chiaramente dovrà aumentare i tassi, entro le tempistiche designate, cioè già a metà del prossimo anno o persino prima. A seconda dell’inflazione. Questo rischia di produrre una forte correzione delle borse e un indebolimento delle valute dei Paesi in via di sviluppo”, avverte Fyodor Sidorov, investitore e fondatore della Scuola russa di investimento pratico.

Tra l’altro, la Russia, a differenza di altri Paesi, presenta un debito estero molto basso, pari a 489,2 miliardi di dollari, ossia il 17,8% del PIL. Mentre gli Stateshanno un debito di 28.000 miliardi di dollari, ossia il 108% del PIL.
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Inoltre, la Banca centrale russa sta alimentando le proprie riserve auree: al primo novembre queste avevano un valore di 624 miliardi di dollari. Ciò consentirà di tutelare i fondi da un eventuale giro di vite della Fed sulla propria politica monetaria.

Due in uno: inflazione e stagnazione

L’inflazione statunitense e cinese impatterà inevitabilmente sui mercati in via di sviluppo, per via del rincaro delle importazioni. Al primo novembre, in Russia, si registrava un’inflazione all’8,14% annualizzato, mai si osservava un valore così alto dal 2016. È il doppio rispetto al target della Banca centrale. Ma il problema non è soltanto l’aumento dei prezzi al consumo, secondo gli analisti.

“Per via del rincaro delle materie prime e dei materiali e del conseguente calo del potere d’acquisto della popolazione, la produzione diventa poco profittevole. Molte imprese, dunque, chiudono o riducono i volumi di produzione”, osserva Marc Goychman, economista di TeleTrade.

Così, ci si trova a fare i conti contemporaneamente con un’inflazione elevata e con un’economia stagnante. La coesistenza di questi due fenomeni è detta stagflazione. Quest’ultima è pericolosa, poiché limita l’efficacia delle misure anticrisi.
Solitamente, quando cala il PIL, le banche centrali alleggeriscono le proprie politiche e stimolano gli investimenti con denaro a basso costo, favorendo la domanda al consumo. Di fatto, un piccolo aumento dell’inflazione è ammissibile e persino utile. Di norma, questo fenomeno è però temporaneo e la situazione si stabilizza poi con l’aumento del volume di merci.
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Allora gli enti regolatori mettono in atto un alleggerimento delle loro politiche, diminuendo la massa monetaria in circolazione. Così l’economia si stabilizza: in sostanza, l’inflazione moderata e la crescita economica si compensano a vicenda.
Ma ora i prezzi sono fuori controllo. Inoltre, rallenta anche la crescita del PIL.
Tutto potrebbe sistemarsi quando l’economia globale tornerà ai volumi di un tempo.
Ma nessuno al momento osa parlare di tempistiche, nemmeno orientative.
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