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Libia, morto un Gheddafi se ne fa un altro

© AP Photo / Ammar El-DarwishSaif al-Islam Gheddafi
Saif al-Islam Gheddafi - Sputnik Italia, 1920, 16.11.2021
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Il ritorno sulla scena di Saif Al Islam, figlio prediletto del Colonnello, candidatosi alla Presidenza alle elezioni previste per il prossimo 24 dicembre semina scompiglio nel già confuso panorama politico del paese e riaccende i timori di un rinvio del voto e una ripresa delle ostilità.
L’erede del Colonnello potrebbe conquistare la fiducia di chi guarda con nostalgia al passato dopo il caos degli ultimi dieci anni. Ma semina il panico tra le fila delle milizie jihadiste legate ai Fratelli Musulmani e appoggiate da Turchia e Qatar.
Per tempismo e capacita di stupire è sicuramente il degno erede di suo padre. A dieci anni dall’intervento aereo con cui la Francia bloccò la fuga di Muhammar Gheddafi e ne segnò la fine Saif Al Islam, il figlio prediletto, ha cancellato con un colpo di teatro promesse e risultati di quella conferenza di Parigi organizzata da Emmanuele Macron per favorire il ritorno francese sulla scena libica. Ma assieme ai progetti francesi rischiano di naufragare anche i piani per quelle elezioni del prossimo 24 dicembre presentate come l’unica via d’uscita dal caos degli ultimi dieci anni e dalla minaccia di una ricaduta negli abissi della guerra.
A meno che a guidare l’uscita dal caos non ci pensi Saif Al Islam già scelto, a suo tempo, da papà Gheddafi come proprio successore. Ma cominciamo dal suo ritorno in scena dopo dieci anni trascorsi tra prigionia e volontario isolamento. Catturato nel 2012 da un commando di miliziani della città di Zintan mentre tentava di attraversare il confine algerino e raggiungere il Niger Saif ha seguito da una cella il processo di Tripoli conclusosi, nel 2015, con la sua condanna a morte. Una condanna senza seguito visto che i miliziani di Zintan, trasformatisi nel frattempo in nemici del governo di Tripoli, si sono prima rifiutati di consegnarlo e poi, nel 2016, ne hanno deciso il rilascio.
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Da allora Saif Al Islam non ha fatto altro che meditare il gran ritorno.
“Sono stato lontano dal popolo libico per 10 anni per questo il mio ritorno deve essere lento lento… come in uno spettacolo di striptease” - spiegò lo scorso agosto ad un collaboratore del New York Times nella prima e unica intervista concessa da quando è libero. Il primo atto di quel lento ritorno è stata l’inattesa comparsa negli uffici elettorali della città di Sabha dove Saif è stato il primo a iscriversi nelle liste dei candidati alla presidenza. Una scelta non casuale visto che Sabha, oltre ad essere un feudo storico delle tribù gheddafiane, è anche la città dove studiò e crebbe il deposto rais.
Ma l’abbigliamento e l’aspetto scelti per l’occasione da Saif non sono meno significativi. La lunga barba ieratica, cara ai fedeli musulmani, fa capire il suo allineamento ai sentimenti della popolazione più religiosa. La tunica e il turbante, dello stesso colore di quelli esibiti in passato dal Colonnello, richiamano i legami con la tradizione e con la guida paterna. L’apparizione pubblica, nonostante il mandato di cattura della corte internazionale dell’Aja e la condanna a morte comminatagli da un tribunale di Tripoli soddisfano invece il senso di sfida e l’orgoglio dei vecchi sostenitori del padre. Ma in questi tre elementi è racchiuso anche il senso politico e strategico di quell’apparizione.
Un’apparizione che d’un colpo squinterna non solo i programmi dell’Onu e della comunità internazionale, messi a punto a Parigi, ma anche quelli degli altri potenziali candidati alla presidenza dal premier. Il primo a farne le spese rischia di essere ovviamente il generale Khalifa Haftar convinto, fino a sabato 13 novembre, di poter contare sull’appoggio delle tribù e degli elettori gheddafiani. Ma in una Libia dove caos, guerra civile e la fine del benessere garantito dal petrolio fanno rimpiangere il passato Saif rischia di trasformare in comprimari anche i suoi naturali avversari.
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Perfino nelle città simbolo della rivoluzione come Bengasi e Misurata molte famiglie e clan allineati un tempo con i Fratelli Musulmani e l’opposizione anti gheddafiana potrebbero votare per lui. Inoltre la presenza tra le fila del governo di unità nazionale di alcuni vecchi collaboratori del padre contribuisce ad alimentare le speranze di un ritorno indolore. Hussein al-Aib Ali, il capo dell’intelligence nominato lo scorso maggio dal Consiglio Presidenziale, era, fino al 2011, uno stretto collaboratore di Abdullah al-Senussi, il capo dei servizi segreti di Gheddafi. E anche le mosse di alcuni collaboratori di Saif sul fronte internazionale non vanno sottostimate. Karim Khan, uno dei legali di fiducia di Saif, è stato scelto lo scorso giugno come procuratore capo della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja.
Ovviamente Saif deve anche fare i conti con le minacce di chi lo considera un pericolo da eliminare ad ogni costo. I primi a volerlo togliere di mezzo sono le milizie armate d’ispirazione jihadista che questi dieci anni hanno fatto il bello e il cattivo tempo a Misurata, e a Tripoli. E dietro a loro si muovono i Fratelli Musulmani e i loro grandi sponsor internazionali con in testa Qatar e Turchia.
Il consiglio degli anziani di Misurata ha già fatto sapere di voler boicottare il voto spiegando di “rifiutare la candidatura di chi usò la forza per fermare la sollevazione del popolo libico”. Significativamente però il boicottaggio viene giustificato anche con l’impossibilità di procedere all’elezione di un presidente prima dell’approvazione di una Costituzione. Proprio l’aggiunta di questa seconda postilla dimostra come la ricomparsa di Saif Al Islam stia riaccendendo scontri e contrasti lasciati covare sotto la cenere di un apparente pacificazione nazionale. Misurata e lo schieramento legato alla Fratellanza Musulmana non intendono andare alle elezioni per non perdere il controllo della fittizia rappresentanza parlamentare eletta ancora con il voto del 2012 e trasferita poi sotto le insegne dell’Alto Consiglio di Stato. Un’istituzione che le forze islamiste continuano a contrapporre al Parlamento eletto nel 2014 e costretto pochi mesi dopo all’esilio di Tobruk.
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Ma dietro gli islamisti e i Fratelli Musulmani si muovono come sempre Qatar e Turchia. Insieme le due potenze regionali rappresentano il denaro e la forza. Il Qatar continua, come durante la cosiddetta “rivoluzione” del 2011, a finanziare i Fratelli Musulmani e i loro alleati. La Turchia, presente sul terreno con il proprio esercito e qualche migliaio di mercenari jihadisti reclutati in Siria, continua a rappresentare la principale forza armata. Per il Qatar e per la Turchia una vittoria di Saif Al Islam rappresenterebbe il fallimento di tutti gli sforzi condotti per garantirsi il controllo del paese.
Per contro sul redivivo Saif scommettono Emirati Arabi, Arabia Saudita ed Egitto convinti di poter contare su di lui per arginare il potere dei Fratelli Musulmani e il caos imposto dalle altre milizie. Per favorire il ritorno sulla scena di Saif gli Emirati si sono ben guardati dal congelare trenta dei 50 milioni di dollari del deposto regime ancora depositati sui conti di Dubai e Abu Dhabi. Ma a scommettere su Saif Al Islam c’è anche una Russia consapevole di non poter più far affidamento su un generale Khalifa Haftar militarmente ancora forte, ma politicamente inaffidabile. Già due anni fa, del resto, il viceministro degli esteri russo Mikhail Bogdanov si era espresso a favore di una reintegrazione di Saif Al Islam.
“Riteniamo che nessuno debba venir isolato o escluso dalla possibilità di esercitare un ruolo politico costruttivo”, aveva detto Bogdanov spiegando che Saif Al Islam “può contare sul sostegno di specifiche tribù in specifiche aree della Libia”.
E una di queste aree è sicuramente quella regione di Sirte. Sottratta, grazie al sostegno russo, al controllo di Misurata la regione è oggi sotto il controllo delle milizie gheddafiane che fino a poco tempo fa sostenevano il generale Haftar, ma sono ora pronte a ri-allinearsi con il figlio del rais.
Uno smacco non da poco per un generale che, dopo aver coltivato per una vita il sogno di sostituirsi al Colonnello, rischia ora di vedersi messo da parte da un altro Gheddafi.
L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.
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