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Libia, l'analista Ruvinetti: "Il figlio di Gheddafi? Può giocarsela grazie ai nostalgici del regime"

© FotoConferenza sulla Libia a Parigi
Conferenza sulla Libia a Parigi - Sputnik Italia, 1920, 16.11.2021
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La contestata candidatura del figlio del Rais libico, Saif al-Islam, getta nuove ombre sulle elezioni del prossimo 24 dicembre. L'analista Daniele Ruvinetti spiega a Sputnik Italia chi è pronto ad appoggiare il figlio di Muammar Gheddafi a dieci anni dalla caduta del regime.
Le elezioni della vigilia di Natale sono l’ultima occasione per stabilizzare un Paese dilaniato da oltre dieci anni di guerra civile. Ne è convinto Daniele Ruvinetti, esperto di Libia e geopolitica del Mediterraneo, senior advisor della fondazione Med Or di Leonardo, diretta dall’ex ministro dell’Interno, Marco Minniti, raggiunto al telefono da Sputnik Italia. Sull’esito della consultazione elettorale, però, pesano diverse incognite. Dalle proteste per le candidature controverse del figlio di Gheddafi, Saif al-Islam, e del generale Khalifa Haftar, alla mancanza di una legge elettorale condivisa.
- I problemi sono tanti, e infatti non è escluso neppure un rinvio…
- Lo svolgimento di queste elezioni è fondamentale. Non è detto che saranno risolutive, ma è l’unico tentativo che si può fare per portare stabilità. Tra i libici c’è tanta voglia di scegliere il proprio futuro e questo è il migliore strumento. La fase di riconciliazione tra est e ovest, purtroppo, si è fermata. Anche il governo di Abdul Hamid Dbeibah è riuscito a fare poco. Dopo l’entusiasmo per la fiducia data dal Parlamento si è creata una frattura tra lo stesso Parlamento e il governo che ha portato alla sfiducia da parte dei deputati.
Per la comunità internazionale, Italia e Stati Uniti in testa, le elezioni sono l’unico modo per cercare di dare un governo autorevole al Paese, che possa finalmente affrontare i problemi, come quello del ritiro dei mercenari stranieri.
- Il percorso però sembra essere in salita, anche per le candidature, come quella di Haftar e di Gheddafi junior, che stanno ponendo qualche problema…
- Le elezioni dovranno essere le più inclusive possibili, quindi è importante che chiunque abbia i requisiti possa partecipare. Questo è il presupposto per una vera riconciliazione nazionale. Il rischio, in caso contrario, è che si ricreino dinamiche di scontro e di non accettazione del vincitore. È chiaro che però sarà più difficile non accettare un presidente eletto dal popolo, che un presidente nominato dall’Onu.

Sulla figura di Saif al-Islam, poi, ci sono tutta una serie di problemi di ordine legale. Su di lui pende una condanna a Tripoli, ma soprattutto un mandato di cattura della Corte penale internazionale de L’Aia, che di fatto lo rende ineleggibile, nonostante sia un candidato forte, perché non potrebbe partecipare a nessun tipo di incontro internazionale.

- Su che tipo di sostegno può contare?
- Quello delle tribù del sud, non a caso ha presentato la sua candidatura a Sebha, dove tra l’altro c’è una massiccia presenza di milizie vicine al generale Haftar. Poi su quelle di Sirte e Bani Walid.

In generale, c’è tutta una fetta di nostalgici di Gheddafi, convinti che durante il regime, tutto sommato, si viveva meglio rispetto agli ultimi anni. Insomma, ha un seguito non indifferente che gli ha permesso di rimanere in Libia, dove ha ancora molta agibilità.

Allo stesso tempo è un candidato problematico, che suscita proteste a Tripoli e Misurata. Le situazioni che si stanno creando in queste ore, con la chiusura di alcuni seggi elettorali in queste zone, sono un ostacolo nel cammino verso il voto.
- La scorsa settimana si è discusso del futuro del Paese alla conferenza internazionale di Parigi. Italia e Francia sembrano condividere la stessa strategia, quali saranno i rapporti di forza in questa nuova alleanza?
- Il premier Draghi, intelligentemente, ha capito che se vogliamo essere influenti dobbiamo muoverci come Europa. E questo in Nord Africa significa trovare un’intesa con i francesi, che storicamente sono quelli che hanno maggiori interessi nella zona.

L’Italia da sola può giocare un ruolo, ma questo stesso ruolo può essere amplificato se viene tradotto in chiave europea. L’autorevolezza dell’attuale premier fa sì che l’Italia non sia subalterna alla Francia, ma che si riesca a trovare una sintesi tra le due posizioni.

Roma e Parigi, sul dossier libico, fanno da apripista e allo stesso tempo sono portatrici delle istanze degli Stati Uniti, che hanno delegato all’Europa la gestione di un tema percepito ormai come distante.
- Qual è la strategia del governo italiano?
- L’Italia appoggia la road map tracciata dall’Onu, che vede il suo culmine nelle elezioni del prossimo 24 dicembre. L’obiettivo è trovare un interlocutore affidabile con cui affrontare le criticità, ma anche i temi che interessano all’Italia e all’Europa, come quello dell’immigrazione illegale.
- Tra i problemi c’è quello della presenza dei mercenari stranieri…
- Certo, e anche su questo il nodo delle elezioni è centrale. L’unico modo per poter chiedere alla Turchia, ad esempio, di ritirare le proprie truppe è che sia un governo e un presidente legittimato dal mandato popolare a farlo, con il supporto dalla comunità internazionale.
Oggi Ankara mantiene i suoi soldati in Libia grazie ad un accordo firmato dall’allora governo di Fayez al-Sarraj. Dovrà essere il nuovo presidente eletto a rivedere questo accordo e ad imporre ai mercenari di lasciare il Paese. Non è un caso che l'attuale governo di Dbeibah, pur invocando il ritiro delle milizie straniere, non abbia avuto ancora la forza di imporsi in questo senso.
- E sull’immigrazione illegale?
- Draghi ha ragione a coinvolgere l’Europa e ad invitarla a prendere consapevolezza di questo problema, che è un problema anche europeo. Personalmente credo che si debba intervenire con un “migration compact” per gestire il problema migratorio in modo corretto, rispettando anche gli esseri umani coinvolti in questo fenomeno. Altrimenti, rischiamo di essere succubi dei Paesi che si fanno carico di gestire l’immigrazione per noi.
Perché dobbiamo dare 5 miliardi alla Turchia anziché investire in un programma che permetta di affrontare il problema direttamente in loco? Le migrazioni pongono problemi di carattere sanitario, oltre che di sicurezza: perché non investire le risorse messe in campo per la pandemia per risolvere il problema controllando i flussi nei Paesi di transito?
Di sicuro anche in questo senso avere un interlocutore affidabile dall’altra parte sarà fondamentale. Per questo alle elezioni non c’è alternativa.
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