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Donne migranti in Italia, dovrebbero scegliere il loro destino da sole

© flickr.com / Hani AmirUna donna musulmana
Una donna musulmana - Sputnik Italia, 1920, 16.11.2021
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Il tragico caso di Saman, uccisa dai propri parenti, è solo una delle tante storie di donne che subiscono fra le mura domestiche violenze, maltrattamenti e che a volte perdono addirittura la vita.
È di questi giorni la notizia di una quattordicenne originaria del Bangladesh la quale è stata picchiata a Ostia dalla famiglia perché ha rifiutato il velo.
Da queste gravi storie emerge la sensazione che i genitori e i migranti più anziani non siano altrettanto integrati nel Paese come lo sono i loro figli, i quali vivono divisi fra gli usi della cultura d’origine e la società che gli ospita. I più giovani, soprattutto le donne, sembrano “costretti” a dover scegliere da che parte stare. Al di là dei fattori culturali, una cosa è certa: le donne migranti non ricevono adeguate informazioni sugli strumenti predisposti dalla legge in caso di violenza. Sputnik Italia ne ha parlato con Rebecca Germano, coordinatrice, insieme a Irina Lenzi, del progetto Leaving violence. Living safe di D.i.Re (Donne in rete contro la violenza).
Rebecca Germano, possiamo dire che una delle cause della violenza sulle donne migranti è una mancata integrazione dei genitori e dei migranti più anziani?
— Conosco i fatti accaduti come fatti di cronaca, non conosco francamente il livello di inclusione sociale che i genitori di queste ragazze hanno o meno intrapreso in Italia. Non penso che la violenza agita su queste due ragazze, così come su moltissime altre ragazze nel mondo, sia imputabile a fattori culturali, all’estrazione sociale, ai percorsi di inclusione sul territorio. Questi fatti hanno, secondo D.i.Re, un unico nome per essere contestualizzati: violenza sulle donne.
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La violenza sulle donne non è un’esclusiva di alcune culture, è un fenomeno trasversale alle culture, alle estrazioni sociali, al grado di istruzione, ai confini e alla geografia. È un fenomeno globale senza tempo. Tutte le società sono governate da un modello sociale fortemente patriarcale, dove la donna non è libera di fare scelte autonome. Nel momento in cui la donna rivendica quest’autonomia di scelta si scontra con un sistema famigliare o sociale ancorato ad una visione patriarcale dei ruoli fra i generi.

— Esistono però dei fenomeni, come ad esempio i matrimoni forzati, che appartengono più ad alcune culture che ad altre e purtroppo in Italia sono in aumento…
— Sì, certo. Le forme di violenza sono molteplici e si possono declinare rispetto anche a dei fattori culturali. La matrice però e il comune denominatore per leggere queste forme di violenza sono un modello patriarcale dei nostri ruoli sociali. Poi questo può sfociare attraverso le tradizioni culturali. I matrimoni forzati sono un fenomeno che ha a che fare con culture apparentemente lontane dalla nostra e sul territorio li stiamo vedendo con più frequenza. Non sono molto antichi i tempi in cui questa prassi non era così lontana dal nostro di territorio e dalla nostra di cultura.
— Uscire dalla violenza è più difficile per le donne migranti?
— Ogni storia di violenza e ogni percorso per uscire dalla violenza è una storia a sé ovviamente. Le forme di violenza sono moltissime. Le donne migranti si approcciano al centro antiviolenza in modo differente e il lavoro di costruzione dei percorsi di fuoriuscita dalla violenza ha spesso una composizione diversa per rispondere a delle esigenze molto concrete e specifiche.
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Le donne migranti rischiano di subire violenze nel Paese di origine, durante il percorso migratorio e anche nel Paese di destinazione. Spesso manca la consapevolezza che esiste in Italia un sistema di tutela che possa supportarle. C’è una carenza importante di informazioni rispetto ai servizi sul territorio. Inoltre c’è una carenza nell’accesso a questi servizi che si aggiunge alla presente barriera linguistica che incontrano. Spesso i servizi sul territorio non sono sempre preparati ad accogliere le esigenze specifiche.
Un’altra cosa che cambia moltissimo per le donne migranti che cercano di uscire da una situazione di violenza è che spesso si trovano in un grande isolamento sociale. Queste donne sono prive di una rete sociale che le possa supportare. Quando accedono ai centri anti violenza spesso il primo bisogno che esprimono non per forza è legato alla violenza. C’è un concatenarsi di bisogni il cui soddisfacimento diventa interdipendente ad altre necessità. I bisogni che insorgono nei centri antiviolenza in prima istanza hanno a che vedere con la regolarizzazione sul territorio, con la necessità di imparare l’italiano, di essere accompagnate ad alcuni servizi come l’orientamento lavorativo. Percorsi di fuoriuscita dalla violenza costruiti insieme alle donne hanno degli obiettivi nel breve termine che sono le basi e la creazione di uno spazio per verbalizzare un vissuto violento.
— Come prevenire la violenza sulle donne?
— La prima associazione con il termine “prevenzione” è quella con la Convenzione di Istanbul, che è il faro della metodologia dei centri antiviolenza della rete D.i.Re. Da una parte siamo convinte che quando si parla di prevenzione siano fondamentali la sensibilizzazione e la formazione dei più giovani rispetto ai ruoli e agli stereotipi di genere. Bisogna abituare i ragazzi a relazionarsi fra loro e con la società rispettando le autonomie di tutti e di tutte. Bisogna imparare a leggere la diversità di genere, culturale o di altra natura. Non bisogna avere paura delle differenze, ma cercare di avere un dialogo positivo.
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Dal punto di vista operativo serve incentivare la formazione sulla violenza sulle donne a tutti i servizi del territorio, con tutti gli attori che entrano in contatto con le donne. Questo vale ancora di più per le donne migranti, richiedenti asilo e rifugiate.
— Quali strumenti vanno messi in campo in particolare per tutelare le donne migranti?
— Serve cooperazione fra gli attori del territorio e di tutti i servizi perché il sistema di accoglienza sia funzionale. Nel supporto ad una donna richiedente asilo si intersecano molti livelli operativi letti in modo multidisciplinare. Le racconto lo scheletro delle azioni del progetto Leaving violence. Living safe di D.i.Re, che opera sul territorio assieme all’agenzia della Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), che io personalmente coordino con la dottoressa Irina Lenzi. Ecco i pilastri del progetto:
continue formazioni rivolte alle operatrici e alle mediatrici dei centri antiviolenza per migliorare la capacità dei centri di rispondere a un bisogno che viene espresso;
rafforzare la cooperazione a livello locale fra gli attori che a diverso titolo entrano in contatto con le donne rifugiate. Negli ultimi anni abbiamo realizzato più di 20 networking event con i centri antiviolenza. Da questi incontri sono nati tavoli operativi che stanno lavorando in modo integrato sul territorio con un impatto molto positivo;
organizzare momenti di outreach, incontri con donne migranti. Presentiamo loro il centro, affrontiamo tematiche che possano aprire uno spazio per una prima relazione di fiducia, questo perché sia più facile verbalizzare una violenza in futuro.
La metodologia dei centri antiviolenza è cambiata moltissimo negli anni, per adattarsi ai bisogni specifici delle donne richiedenti asilo e rifugiate. Con le donne migranti sono i centri antiviolenza che devono uscire a cercarle, perché c’è una mancanza di informazioni sul fatto che questi centri esistono. Infine è fondamentale riconoscere il ruolo della mediatrice culturale formata nel supporto alla violenza.
L’equipe dei centri antiviolenza è cambiata, la mediatrice oggi riveste un ruolo centrale. Al di là del fattore linguistico, se non viene contestualizzato l’aspetto culturale sarà molto difficile che si instauri un rapporto di fiducia fra l’operatrice, la mediatrice e la donna.
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Qual è il vostro punto di vista sulle azioni dei politici ed in particolare sul piano del governo contro la violenza sulle donne? Sono norme efficaci?
Per quanto riguarda le azioni del governo bisognerà concentrarsi tantissimo sulle misure preventive, perché sono quelle che ci aiutano a cambiare il tessuto sociale e a sradicare una cultura patriarcale che soffoca la vita delle donne e condiziona la vita degli uomini.
Per quanto riguarda il piano nazionale è un po’difficile pronunciarsi perché si tratta di un piano in estremo ritardo, non è ancora uscito. Posso dirle è che a dicembre 2020 nella nostra conferenza stampa finale abbiamo condiviso alla ministra Bonetti, presente in quel momento, un documento di proposte strategiche elaborato di concerto con molte operatrici e mediatrici culturali. All’interno del documento sono contenute delle proposte strategiche al governo, alle istituzioni, agli attori del sistema asilo per migliorare il supporto di donne richiedenti asilo e rifugiate.
Sono molte le proposte: dal ruolo centrale della mediatrice alle formazioni, dall’implementazione di tavoli non politici ma operativi sui territori alla facilitazione del riconoscimento delle competenze nei Paesi d’origine. Bisogna facilitare le borse di studio e di lavoro. Speriamo che quando arriverà il piano nazionale si tenga conto delle nostre proposte.
L'opinione dell'autore può non riflettere la posizione della redazione
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