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Smart working: un male o un’opportunità per professionisti e imprese?

© FotoRoberto Castaldo - fondatore di 4 M.A.N. Consulting, Performance Management Specialist
Roberto Castaldo - fondatore di 4 M.A.N. Consulting, Performance Management Specialist
 - Sputnik Italia, 1920, 14.11.2021
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Il coronavirus ci ha costretto a ripensare il nostro modo di lavorare. Molti di noi, inaspettatamente, hanno visto trasformare la propria casa in un ufficio, iniziando a lavorare in smart working. Con la diminuzione dei contagi quasi tutti i dipendenti pubblici e molti privati sono tornati in presenza nei luoghi di lavoro.
L’ esperimento non è andato a buon fine? Finita l’era del lavoro agile in Italia? Per un approfondimento Sputnik Italia ha raggiunto Roberto Castaldo, fondatore di 4 M.A.N. Consulting, Performance Management Specialist che da oltre 20 anni guida imprenditori, manager e professionisti a migliorare i propri risultati. L'Osservatorio Permanente sulle PMI ha condotto una ricerca sulla PA, con uno spaccato sui comuni, e il Centro Studi Performance 4 M.A.N. Consulting ha continuato l’indagine mettendo sotto la lente d’ingrandimento.
— Dott. Castaldo, con l’emergenza da Covid sempre più sotto controllo, l’obiettivo della Pubblica Amministrazione e di molte aziende è quello di riportare i dipendenti in ufficio, favorendo il lavoro in presenza e lasciando quello “da remoto” solo in casi particolari. Vuol dire che c’è stato qualcosa che non ha funzionato bene?
— L’emergenza Covid ci ha messo nella condizione di dover accelerare un processo di cambiamento delle dinamiche interne, ma il risultato è stato molto carente.
Da un lato la mancanza totale di organizzazione del lavoro dall’altra la mancanza di formazione dei dipendenti. Abbiamo chiamato smart working qualcosa che in realtà era telelavoro. Un sistema di lavoro “intelligente” prevede l'organizzazione dei task e la completa digitalizzazione documentale, un’educazione della collettività all’uso di strumenti informatici ed un grande senso di responsabilità. Quindi sì, l’esperimento ha messo in luce tutte le carenze che ormai non sono più sostenibili visti i costi della PA.
Secondo il Ministro Brunetta, lo smart working nella Pubblica Amministrazione “non ha garantito i servizi pubblici essenziali“ come quelli garantiti dai lavoratori della sanità, della sicurezza e della scuola, si tratta in sostanza è un “lavoro a domicilio all'italiana“. Quindi, possiamo concludere che per la burocrazia italiana, il costo della quale si ammonta a 5,7 miliardi di euro annui, lo smart working semplicemente significa no working?
— Più che “no working” direi “bad working” si lavora male e poco. Pensiamo alla differenza di tutele alle quali sono soggetti i lavoratori privati rispetto a quelli pubblici. Abbiamo, per anni, pensato ai diritti dei lavoratori dimenticandoci totalmente dei doveri, specie per quelli che lavorano nella pubblica amministrazione. Lavoratori che danno servizio alla collettività. I sistemi incentivanti completamente assenti o parametrati male rispetto ai più elementari indicatori (kpi) quali/quantitativi.
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Benvenuti al Sud, la pandemia riporta nei piccoli borghi i lavoratori in smart working
— Nel corso della vostra analisi avete analizzato i numeri dei dipendenti pubblici italiani, 3.212.450 (dati 2020, sito Funzione Pubblica), riscontrando, per quanto riguarda lo smart working, un grado di insoddisfazione pari al 76%, contro una media del 54% rispetto ad altri paesi europei. A che cosa è dovuta questa disparità? Quali fattori hanno inciso di più?
— In Italia, il tempo medio di formazione per dipendente si aggira su 1-2 giorni, sintomo di una mancanza di attenzione all'asset più importante. A penalizzare ancora il più, il fatto che il modello di gestione delle riunioni sia ancora arcaico ed obsoleto. Il 78% delle persone intervistate ha dichiarato di essere spesso uscito dai meeting senza avere ben chiaro cosa fare, come fare e a chi spettasse farlo. L’81% sostiene che la delega si sia riferita il più delle volte alle sole attività operative, con consuetudini che sovente sostituiscono procedure chiare e lineari. Il 67% confida di non aver avuto ben chiare le proprie mansioni, ritrovandosi così, il più delle volte, a fare di tutto e sovrapponendosi con altri colleghi, con una evidente perdita di tempo e produttività. Una situazione, questa, che genera non solo caos ma che anche un costo per la collettività.
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— Comunque, uno studio dell’Università Bocconi afferma che l’effetto smart working (a piccole dosi) è positivo sia per l'azienda che per la soddisfazione del lavoratore che può trovare un equilibrio tra lavoro e casa. Lei è d’accordo con questa osservazione?
— Assolutamente sì, anzi è consigliabile arrivare ad una soluzione mista per ottenere:
abbattimento dei costi fissi di gestione degli uffici;
Recupero di equilibrio tra vita privata e professionale.
Tutto questo però, dopo aver investito adeguatamente sul reclutamento e sulla formazione, specie in onboarding, delle figure professionali, ed aver portato avanti investimenti in infrastrutture tecniche ed organizzative per la gestione da remoto di tutte le attività incluse nei mansionari.
— Le Sue previsioni: lavoro da casa in Italia è destinato ad essere una nicchia per pochi in Italia (per chi ha un’istruzione superiore o una laurea, per chi ha un posto in una grande azienda, o per chi vive al Nord, ecc.) oppure se pianificato meglio, potrebbe diventare una reale opportunità e un importante impulso alla digitalizzazione del Paese?
— Purtroppo senza un cambio di mentalità siamo vincolati a limiti oggettivi della nostra programmazione organizzativa.
Cosa diversa invece se pensiamo allo sviluppo potenziale che potrebbero avere i piccoli comuni della periferia se si riuscissero ad organizzare colmando il digital divide, ripopolando aree del paese che rischiano di rimanere vuote.
L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.
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