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De Scalzi, l’aumento del gas naturale non dipende dalla Russia ma da investimenti non fatti

© Sputnik . Vitaliy Ankov / Vai alla galleria fotograficaAlla stazione di distribuzione gas naturale
Alla stazione di distribuzione gas naturale - Sputnik Italia, 1920, 14.11.2021
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Chi sta causando l'aumento del costo del gas naturale? Dopo molti mesi di polverone, anche sul piano di politica internazionale, una intervista all'Ad di Eni "svela" la verità.
L’amministratore delegato di Eni spa, Claudio Descalzi, spiega in una intervista rilasciata al Corriere della Sera quali sono le reali motivazioni che spingono il prezzo del gas naturale così in alto e perché a monte non c’è un gioco geopolitico della Russia, ma un problema di visione globale.
Descalzi dice che il prezzo del gas naturale schizzato in Europa al 535% non può essere imputato alla Russia, e nemmeno al fatto che lo scorso inverno il poco vento nel mare del Nord ha ridotto la capacità degli impianti eolici off-shore dal 15-18% al 7%.
Il numero uno dell’Eni fa notare che il rincaro del gas naturale non è solo un problema della povera Europa priva di gas (anche se l’Italia ha enormi giacimenti di metano sotto il suolo che una normativa antitrivelle blocca e non ci permette di estrarlo: costa 5 centesimi il nostro metano ha raccontato Il Sole 24 Ore), ma è anche l’Asia dove i rincari sono anche più alti.
Il rincaro ha toccato anche l’Argentina, il Brasile e gli Stati Uniti. Eppure questi ultimi, fa notare Descalzi, di gas ne hanno e anche molto, ma il prezzo è raddoppiato.
Cos’è accaduto al gas naturale, quindi?

Una questione di investimenti

L’ad di Eni spa spiega che le reali ragioni della situazione presentano affondano le radici nel 2014, quando vi fu un enorme “eccesso di offerta molto importante” che costrinse le società globali a ridurre gli investimenti da 850 miliardi di dollari annui a un massimo di 400 miliardi.
Anche in seguito gli investimenti sono stati tenuti bassi, “nel timore che si ripresentasse un eccesso di offerta”. Il resto lo ha fatto la pandemia che ha costretto nel 2020 ad abbassare ulteriormente gli investimenti.
Questo calo degli investimenti ha creato, nel corso di 7 anni, un calo strutturale nell’offerta di gas naturale a livello globale comportando che “l’offerta non è più in linea con una domanda che sta rimbalzando”.
“L’allentarsi del Covid ha rappresentato una molla che adesso si espande e chi deve assicurare l’energia non riesce a mantenere la produzione ai ritmi necessari, per il calo degli investimenti degli scorsi anni”, spiega Descalzi.
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La competizione tra gas naturale e transizione ecologica

A complicare le cose, spiega Descalzi, si è messa l’esigenza di passare ad una produzione di energia a livello globale che derivi da fonti più pulite e meno inquinanti.
In pratica, il gas naturale è entrato in competizione con le rinnovabili e gli investimenti sono stati smistati da una parte e dall’altra.
Con la conseguenza, ora, che chi non sta riuscendo ad approvvigionarsi di gas naturale per produrre energia si è rivolto al più inquinante petrolio o addirittura al carbone.
Anche Eni ha fatto lo stesso:
“Noi in Eni quest’anno abbiamo destinato allo sviluppo e all’acquisizione di rinnovabili quasi due miliardi e mezzo di euro. Visto che le risorse non sono infinite, si devono fare delle scelte e stabilire delle priorità. Si sente la giusta necessità di decarbonizzarsi ma questo impatta sugli investimenti nelle fonti tradizionali e genera una diminuzione nella loro offerta a fronte di una domanda che strutturalmente ancora le richiede. Quindi ecco la ragione vera: ci sono stati meno investimenti”.
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