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Come si uccide un virus? Rischi e benefici dei farmaci efficaci contro il COVID

© AP Photo / Rajanish KakadeTerapia Intensiva durante i tempi di Covid, India
Terapia Intensiva durante i tempi di Covid, India - Sputnik Italia, 1920, 14.11.2021
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Esistono due farmaci che hanno registrato un’ottima efficacia contro l’infezione da coronavirus e, come sottolineano le case farmaceutiche produttrici, i pazienti a rischio affetti da COVID-19 che li hanno assunti sono stati ospedalizzati o sono deceduti con minore frequenza. Vediamo insieme come agiscono.

Perché è difficile uccidere un virus?

La terapia antivirale è il punto debole della medicina moderna. Sono pochissimi i farmaci che assicurano l’eliminazione degli agenti patogeni. Infatti, i virus si attivano soltanto nella cellula viva. Al di fuori dell’organismo (ad esempio, su oggetti o sulla cute) sono inattivi. In queste ultime situazioni possono essere eliminati con un antisettico a base alcolica, che danneggia il rivestimento lipidico dei microbi, oppure è sufficiente lavare bene con del sapone.
Quando, invece, i virus infettano l’organismo, penetrano nelle cellule e qui allestiscono delle vere e proprie “fabbriche”, che usano per produrre delle copie di sé. A differenza dei batteri, i virus sono immuni agli antibiotici. Per colpirli, o si uccide l’intera cellula infetta oppure bisogna far arrivare all’interno della cellula il principio attivo. La prima opzione è di fatto il meccanismo su cui si basa la chemioterapia, con tutte le conseguenze negative del caso. La seconda opzione, invece, presenta una serie di criticità: come inoculare il farmaco e riconoscere il bersaglio senza danneggiare la cellula?
Per infezioni più pericolose, come quelle dell’HIV e dell’epatite C, sono stati creati farmaci efficaci ad azione diretta. Se vengono assunti regolarmente, la carica virale viene azzerata e il paziente può condurre una vita normale.

Come funzionano i farmaci antivirali?

Resta ancora da capire se servano farmaci antivirali anche per l’influenza e le altre infezioni respiratorie stagionali. La maggior parte di queste patologie non sono pericolose e passano nell’arco di una o due settimane. Ma, nel 2002, in Cina scoppiò un focolaio di polmonite atipica, con una mortalità del 10%. Il focolaio era stato provocato dal coronavirus della SARS. Gli scienziati si misero a elaborare dei farmaci, ma l’epidemia finì rapidamente e i progetti vennero abbandonati.
L’anno scorso, non appena venne decodificato il genoma del nuovo coronavirus, questi lavori vennero ripresi. In particolare, un composto sintetizzato da Pfizer riuscì a inibire con successo la replicazione di SARS-CoV-2. Il suo target è la proteasi principale del coronavirus, un enzima che divide le proteine.
Quando il SARS-CoV-2 penetra nella cellula, attira tutte le risorse di quest’ultima per sintetizzare le proprie proteine. Inizialmente si creano due lunghe catene poliproteiche. Le due proteasi (la principale e quella simile alla papaina) suddividono le catene in frammenti, grazie ai quali si compone l’RNA virale. La molecola, elaborata da Pfizer, si lega alla proteina principale del coronavirus e le impedisce di effettuare l’operazione di taglio.
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La catena poliproteica rimane intera e, di conseguenza, il processo di raccolta di nuovo RNA non ha luogo. Il virus quindi non si replica. Questi farmaci sono definiti inibitori della proteasi.
La sostanza è concepita per essere somministrata per via endovenosa, ma gli scienziati l’hanno rapidamente rielaborata sotto forma di compresse e, nel mese di aprile di quest’anno, hanno reso pubblica la formula. Il nome commerciale è PF-07321332.
Il farmaco ha superato la seconda e la terza fase dei test clinici effettuati su 3.000 pazienti di diversi Paesi, fra cui la Russia. I risultati intermedi sono stati così positivi che Pfizer ha interrotto la selezione dei volontari e ha diramato un comunicato stampa.
Ai test hanno partecipato soggetti maggiorenni non vaccinati che accusavano sintomi da COVID-19, comparsi pochi giorni prima, e il cui tampone era risultato positivo. Tutti appartenevano a gruppi a rischio, ma, fino a quel momento, erano curati in sede ambulatoriale. Questi soggetti presentavano almeno uno dei fattori potenzialmente in grado di complicare la patologia: età avanzata, diabete, problemi cardiaci o polmonari.
A un gruppo è stato somministrato un farmaco placebo, all’altro il PF-07321332, due volte al giorno. Tra coloro che sono stati malati per solo 3 giorni (389 persone) e hanno assunto i farmaci, meno dell’1% è finito in ospedale il mese successivo e nessuno è morto. Nel gruppo placebo (385 persone) sono stati ospedalizzati in 27 (7%) e 7 sono deceduti.
Il gruppo seguente era composto da 607 pazienti, che al momento dell’inizio dello studio erano malati da 5 giorni. Sono stati ospedalizzati in 6, ma non si è registrato alcun esito fatale. Il gruppo placebo, invece, era composto da 612 soggetti, di cui 41 hanno contratto una forma grave di COVID-19 e 10 sono morti.
Il farmaco riduce dell’89% il numero delle ospedalizzazioni e delle morte nei pazienti a rischio per COVID-19, sostiene Pfizer. Tuttavia, va assunto il prima possibile.
Si consideri anche questo dettaglio: ai volontari veniva somministrato il PF-07321332 insieme al Ritonavir. Si tratta del farmaco che da oltre 10 anni viene impiegato nella terapia antivirale per l’HIV. Di per sé, il farmaco non è efficace contro il COVID, ma rafforza l’azione dell’inibitore della proteasi, che, una volta entrato nell’organismo, perde rapidamente la sua efficacia. Sono ancora in corso i test clinici di questo doppio “cocktail”, che porta il nome commerciale di Paxlovid.
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Speranze e timori

Nei mesi scorsi, anche un altro farmaco antivirale in compresse ha registrato un’elevata efficacia: si tratta dell’EIDD-2801 (Molnupiravir) della Merk e Ridgeback Biotherapeutics.
È stato sintetizzato presso l’Università Emory (USA) un paio di anni fa, per contrastare l’influenza. È emerso che è efficace anche nell’inibire la replicazione del coronavirus.
Il composto viene immesso nell’RNA virale e lo altera. Ad ogni copia, aumenta il numero di mutazioni e alla fine il virus perisce.
Il farmaco è stato testato su pazienti affetti da forme gravi di COVID-19, ma senza risultati. Si è cominciato allora a effettuare test su pazienti malati da non più di 5 giorni e curati in ambulatorio. I pazienti che hanno assunto l’EIDD-2801 in una fase precoce della patologia sono fini in ospedale con una frequenza due volte inferiore. Anche il rischio di morte si è dimezzato.
In Gran Bretagna hanno già approvato l’uso del Molnupiravir nei casi estremi. Pfizer sta preparando la documentazione per registrare il Paxlovid negli USA.
Ma rimangono delle questioni aperte. Le case farmaceutiche non hanno pubblicato dati dettagliati sui test clinici, in modo che i medici potessero verificarli e valutare i rischi per i loro pazienti. Non è chiaro il rischio nel caso di comparsa di ceppi resistenti di coronavirus, qualora si assumessero questi farmaci. E ciò riguarda soprattutto i pazienti con immunodeficienza, che rimangono malati per lungo tempo e possono essere ospiti ideali per patogeni che mutano rapidamente.
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Non sono state presentate nemmeno informazioni riguardo agli effetti collaterali.
Non sono state studiate le proprietà mutagene di EIDD-2801. Infatti, se è in grado di alterare l’RNA virale, non potrebbe farlo anche con quello umano? Infine, si tratta di due farmaci molto costosi e un trattamento completo può costare anche migliaia di dollari.
Alcuni farmaci su cui si riponevano, in passato, grandi speranze (il Lopinavir usato per la terapia dell’HIV, l’Idrossiclorochina impiegata contro la malaria, l’Ivermectina utilizzata contro i parassiti) non si sono dimostrati affidabili. Nella pratica medica contemporanea sono pochissimi i farmaci in grado di uccidere un virus direttamente nell’organismo. Gli anticorpi monoclonali e il Remdevsir sono somministrati soltanto negli ospedali per via endovenosa. In Russia, Cina e India è stato approvato il Favipiravir.
Ad ogni modo, anche se diventassero accessibili immediatamente diversi farmaci antivirali, questo non annullerebbe la necessità di vaccinarsi. Come dimostra l’esperienza, ogni farmaco presenta numerose limitazioni e diversi effetti collaterali. Inoltre, curare il COVID-19 in una fase precoce porterebbe probabilmente all’acquisizione di una debole immunità e, dunque, a un rischio aumentato di secondo contagio.
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