Addio latte e formaggio Made in Italy? In scadenza obbligo di etichettatura

© Sputnik . Evgeny UtkinFormaggio in un negozio
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Riconoscere latte e formaggi 100% italiani dal 2022 sarà più difficile, a dicembre infatti scade l’obbligo di etichettatura dell’origine della materia prima utilizzata. A lanciare l’allarme per i produttori e i consumatori italiani è la Coldiretti, che chiede l’intervento del governo per la proroga del decreto.
Da gennaio 2022 c’è il rischio che i consumatori italiani non sappiano l’origine del latte e del formaggio che porteranno a tavola. Il motivo è la scadenza il 31 dicembre dell’obbligo di etichettatura del latte utilizzato nelle fasi di trasformazione. In altre parole con la scadenza del decreto non sarà più così facile comprare latte e formaggi totalmente italiani.
In vista un nuovo duro colpo al Made in Italy, che già soffre per le imitazioni e i fake spacciati per prodotti italiani. Coldiretti spinge il governo a prorogare la norma sull’etichettatura e di espanderla su tutti i prodotti. A tal proposito è stata lanciata la petizione “Eat original!Unmask your food!”. Sputnik Italia ha raggiunto per un’intervista Ettore Prandini, presidente di Coldiretti.
— Il 31 dicembre scade l’obbligo dell’etichettatura sull’origine del latte e del formaggio. Ettore Prandini, quali sono i rischi maggiori?
— I rischi per i consumatori italiani. Sempre di più l’obiettivo è far sì che l’obbligo dell’origine venga esteso in tutti gli Stati membri dell’Unione Europea per una corretta informazione dei cittadini, che potrebbero essere ingannati da marchi i quali richiamano l’italianità, ma che non utilizzano il prodotto agricolo basilare proveniente dal nostro Paese. I consumatori vengono tratti in inganno e viene sottratto un valore economico, che mai come in questo momento è fondamentale per tutta la filiera agroalimentare partendo dal comparto lattiero-caseario. Oggi l’obbligo dell’origine riguarda la pasta e tanti altri settori produttivi.
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— L’obbligo di etichettatura di cui parliamo è una norma nazionale?
— Sì, è una norma di carattere nazionale autorizzata a livello europeo in termini sperimentali che aveva dato la possibilità all’Italia per le sue eccellenze e per la sua storia di essere lo stato membro che più di altri la poteva utilizzare in termini di sperimentazione. A dicembre scade la fase di sperimentazione, dobbiamo creare le condizioni non sono perché venga protratta, ma perché diventi un principio attuato dai Paesi membri a livello europeo.
— Se non venisse prorogata i cittadini non potrebbero più sapere la provenienza del latte e dei formaggi sulla propria tavola. La tracciabilità interessa i produttori, ma ancor di più i consumatori, no?
— Assolutamente, la tracciabilità della filiera produttiva è soprattutto un dovere nei confronti dei cittadini, che devono essere consapevoli rispetto a quello che acquistano, ma anche al prodotto utilizzato nelle fasi di trasformazione. È vero che siamo in Europa, ma le regole fra gli stati membri non sono uguali. L’Italia, sotto questo punto di vista, ha il sistema più restrittivo per quanto concerne il sistema dei controlli, la cernita di prodotti utilizzati in fase di trasformazione. Tutto questo verrebbe svilito se noi non dovessimo arrivare ad attuare l’obbligo in termini di continuità.
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— Questo problema si andrebbe ad inserire in un mercato molto difficile e pieno di fake del Made in Italy. Si tratterebbe di un ulteriore danno?
— Oggi l’italian sounding oltre ai fake vale più di 100 miliardi a livello mondiale. Le esportazioni di vero prodotto agroalimentare italiano nel 2021 otterranno un record storico di 50 miliardi di euro, però si capisce che il falso vale il doppio. Portare trasparenza nella filiera significa creare le condizioni per le quali le esportazioni di veri prodotti italiani possano essere nuovamente valorizzate. L’informazione del consumatore sarà la condizione per la quale il cittadino acquista un determinato prodotto. Il consumatore deve essere libero di acquistare prodotti provenienti da altri Paesi, ma ci deve essere la giusta informazione.
— Ci parli della petizione da voi promossa “Eat original!Unmask your food!”.
— Noi abbiamo spinto e spingiamo sempre sul fatto di portare l’originalità del prodotto in tutte le filiere. Per noi diventerà altrettanto centrale poter esportare ciò che siamo riusciti ad ottenere nel sistema Italia a livello europeo. Siamo convinti che grazie alla digitalizzazione, alla raccolta dei dati, al barcode e alla blockchain avremo la possibilità nel medio lungo periodo di ottenere informazioni corrette anche laddove non ci fosse l’origine. Questo per permettere al consumatore di avere tutti i dati rispetto alle fasi di produzione e di trasformazione. Sappiamo che il cibo nei prossimi anni diventerà sempre più centrale anche legato al tema della demografia con la crescita significativa della popolazione. La sfida che l’Italia mette oggi in campo è di creare le condizioni perché si possa produrre di più ma con la stessa qualità.
— Tornando alla scadenza di dicembre, che cosa dovrebbe fare il governo? Che cosa chiedete?
— Al governo chiediamo di continuare nella strada che era stata indicata, così come come abbiamo fatto anche con i precedenti governi. Che abbia il coraggio di porre con forza la questione all’interno del Paese Italia ma anche nel contesto “Farm to Fork” a livello europeo per mutuare ciò che abbiamo fatto e far sì che diventi un principio per tutti gli stati europei. Contestualmente chiediamo che cessino anche tutte le forme di restrizione dei prodotti in mercati importanti come può essere quello russo, che si ridia la possibilità di poter tornare ad un dialogo costruttivo. Questo per creare le condizioni secondo cui il cibo non venga utilizzato come elemento di limitazione per i Paesi. Serve un giusto rispetto e un confronto di carattere costruttivo, economico e di crescita.
L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.
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