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Migranti, UE e Polonia scontano le proprie colpe

© Sputnik / Vai alla galleria fotograficaI rifugiati sulla terra in un campo di migranti illegali al confine bielorusso-polacco nella regione di Grodno, in Bielorussia.
I rifugiati sulla terra in un campo di migranti illegali al confine bielorusso-polacco nella regione di Grodno, in Bielorussia. - Sputnik Italia, 1920, 11.11.2021
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Varsavia e Bruxelles, incapaci di affrontare l’emergenza alla frontiera con la Bielorussia, scaricano tutto su Mosca, tirando di mezzo il solito complotto russo.
Ma se Lukashenko può permettersi di ricattare l’Europa, come già fece Erdogan, le responsabilità sono di chi nell’Unione e nel governo polacco ha sempre rinviato qualsiasi decisione sulla riforma del trattato di Dublino.
Gridare al lupo quando il lupo non c’è, insegna Esopo, è uno scherzo assai pericoloso. Anche per questo l’Unione Europea dovrebbe tenersi alla larga da un premier polacco deciso ad attribuire al Cremlino la regia della crisi dei migranti in corso al confine tra Polonia e Bielorussia.

“Questo è l’ultimo attacco di Lukashenko, che è un esecutore, ma ha un facilitatore in Mosca, questo facilitatore - ha detto il primo ministro polacco Matusz Morawiecki - è il presidente Putin, determinato a sfruttare ogni scenario possibile per ricostruire l’impero russo”.

Prima di prendere per oro colato le affermazioni del premier polacco e usare il Cremlino come capro espiatorio, l’Unione Europea farebbe meglio a fare un po’ di autocritica. Lukashenko è sicuramente un “cattivo” pronto a ricattarci attirando frotte di disgraziati sul proprio territorio e spingendole verso la frontiera polacca. Ma gli artefici della situazione, che consente al “cattivo” Lukashenko di ricattarci, vanno cercati a Bruxelles e Varsavia, non a Mosca.
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Partiamo dall’allarme rifugiati. Le fonti europee e polacche sono concordi nell’accusare le autorità bielorusse di utilizzare i voli della compagnia di bandiera Belavia, e di altre aerolinee, per convogliare a Minsk i disgraziati in partenza da Siria, Iraq ed Emirati Arabi. Ma il problema vero non è l’arrivo di qualche migliaio di migranti usati come arma dall’uomo forte di Minsk, bensì l’incapacità europea di affrontare seriamente il problema dei flussi migratori.
L’allarme per un possibile afflusso di masse di disperati ai confini orientali dell’Europa circolava fin da luglio, quando l’addio americano a Kabul delineò il rischio di un esodo di massa. Cos’ha fatto da allora l’Unione Europea per affrontare concretamente il problema? Un bel nulla.
I tentativi del premier Mario Draghi d’inserire nell’agenda del Consiglio Europeo l’emergenza migratoria sono stati ripetutamente respinti dai vari partner europei. E la Polonia, pur di evitare la redistribuzione di chi sbarca in Italia, Grecia o Spagna, ha sempre votato con chi preferiva metter la testa sotto la sabbia e rimandare il problema.
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Così oggi i nodi vengono al pettine. La Polonia schiera l’esercito e si dice pronta a dichiarar guerra a Lukashenko pur di non far entrare sul proprio territorio qualche migliaio di irregolari destinati, in base alle regole del Trattato di Dublino, a restare per sempre a suo carico. Un trattato che l’Europa non ha mai né voluto, né potuto cambiare, anche par la contrarietà di Varsavia. In tutto questo, il lato amaramente farsesco di una tragedia già costata la vita di una decina di esseri umani stroncati dal gelo è l’assenza di Frontex. Nonostante abbia sede e comando a Varsavia, l’agenzia europea preposta al controllo delle frontiere esterne risulta completamente tagliata fuori da una partita che rischia di sfociare in uno scontro armato tra le forze di Lukashenko e quelle di Varsavia. Pur di non ammettere queste tristi ed evidenti verità, la Polonia e i paesi europei preferiscono puntare il dito sul ministro degli esteri russo Sergey Lavrov, colpevole d’aver suggerito a Bruxelles di pagare Lukashenko per convincerlo, come già fatto nel 2016 con il presidente turco Recep Tayyp Erdogan, a sigillare i propri confini.

L’allusione di Lavrov non può certo venir considerata un’interferenza. Si tratta, al più, di una notazione - diplomaticamente beffarda, ma efficace - per ricordare a Bruxelles che chi accetta i ricatti finisce per restarne prigioniero. Se, invece di negoziare un riscatto con il presidente turco, l’Europa avesse agito con forza e determinazione, Lukashenko si guarderebbe bene oggi dal seguirne l’esempio. Del resto, illudersi che Mosca non guardi con malcelata ironia alle contorsioni di un'Europa e di una Polonia vittime delle proprie contraddizioni è un esercizio assai ingenuo.

In fondo, quei migranti che terrorizzano Bruxelles e il premier polacco sono soprattuto il frutto dei nostri errori. E quasi tutti arrivano da un Iraq, una Siria e un Afghanistan trasformati in stati falliti, in seguito agli sbagli inanellati da Washington, d’intesa con gli alleati europei. Se da una parte il Cremlino è tenuto, dunque, a non interferire, dall’altra non è certo obbligato a dimostrare una tollerante comprensione per i nostri errori. Anche perché, per Mosca, l’aspetto più grottesco della vicenda è l’impegno che l’Europa ha dedicato non all’esiziale problema dei migranti, ma bensì alla delegittimazione del governo di Varsavia. Lo stesso governo polacco, dipinto ora come la vittima dei complotti di Mosca e Minsk, era accusato, fino ad una settimana fa, di infrangere i trattati europei e calpestare lo stato di diritto. Per mesi, i vertici dell’Unione, con in testa il presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, e quello del Consiglio europeo, Charles Michel, hanno tentato di metter alle corde l’esecutivo del premier Morawiecki, accusandolo di infrangere e calpestare lo stato di diritto.
 - Sputnik Italia, 1920, 10.11.2021
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E mentre i capi dell’Unione crocifiggevano con piglio masochista un paese membro per una discutibile, ma non irreversibile, riforma del sistema giudiziario, l’invasione manovrata da Lukashenko prendeva forma. Ma l’Europa, prigioniera delle sirene del progressismo, ha preferito ignorare la minaccia più evidente e concreta, per inseguire quella assai pretestuosa ed ideologica evocata nel nome del politicamente corretto. Così, nel tentativo di mettere alle corde un governo troppo conservatore per i gusti europei, si è preferito ignorare la tragedia che montava alla frontiera polacca.
E ora l’Unione ne paga le conseguenze. Mentre, altrove, qualcun altro guarda e se la ride.
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