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Scacchiere politico-militare iracheno: Baghdad, epicentro di nuove tensioni

© REUTERS / Thaier Al-Sudani I manifestanti scalano una struttura durante una protesta antigovernativa a Baghdad, in Iraq, il 25 maggio 2021.
I manifestanti scalano una struttura durante una protesta antigovernativa a Baghdad, in Iraq, il 25 maggio 2021. - Sputnik Italia, 1920, 10.11.2021
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Dopo gli attacchi alla residenza del primo ministro Mustafa al-Khadimi a Baghdad (Iraq) è possibile che la situazione degeneri ulteriormente.
Infatti, l’attacco si è prodotto nella cosiddetta zona verde, considerata la più sicura del Paese, nella quale sono concentrati gli edifici governativi e le ambasciate straniere. Sputnik ha approfondito per voi i possibili scenari di sviluppo.

Attacco terroristico nella zona verde

Domenica mattina, la centrale radar del sistema di difesa contraerea C-RAM dell’ambasciata statunitense a Baghdad ha intercettato tre obiettivi non identificati. Due sono stati abbattuti dal sistema, mentre il terzo (un drone carico di esplosivo) è riuscito a penetrare le difese. I servizi di sicurezza del premier sono stati avvisati per tempo. Gli agenti hanno cercato di abbattere il drone con armi da fuoco, ma il drone è scoppiato proprio presso la residenza del primo ministro.
Mustafa Kadhimi - Sputnik Italia, 1920, 07.11.2021
Iraq: Il Primo ministro sopravvive a un attacco con un drone carico di esplosivo
L’esplosione ha danneggiato tutte le finestre e i muri portanti dell’edificio. Vi sono stati almeno 10 feriti, ma, per miracolo, al-Kadhimi è rimasto illeso. In seguito, gli agenti hanno rinvenuto sul tetto dell’edificio delle cariche inesplose. Se anche queste fossero esplose, non vi sarebbero stati superstiti.
A questo incidente è stata data grande eco sui media di tutto il mondo. Anche molti Paesi occidentali si sono espressi in merito.
“Questo evidente attacco terroristico, che condanniamo fermamente, è diretto al cuore pulsante dell’Iraq”, si legge nel comunicato del Dipartimento di Stato USA. “Intratteniamo un contatto diretto con le forze di sicurezza irachene, che difendono la sovranità e l’indipendenza dell’Iraq, e abbiamo offerto il nostro aiuto per indagare su questo attacco. Il nostro impegno nei confronti dei nostri partner è indissolubile. Gli Stati Uniti sono vicini al governo e al popolo dell’Iraq”.

Un antico nemico

Il primo ministro ha dichiarato di conoscere i committenti dell’incursione, ma non ha rivelato dettagli. Probabilmente ha fatto arrabbiare qualcuno, dato che è già il secondo attacco nell’arco di 10 giorni. Il 31 ottobre, infatti, è stato attaccato il quartier generale dell’intelligenceirachena, dove si trovava il capo di Stato. In quel caso, il fuoco fu aperto in maniera poco precisa e non vi furono perdite.
L’area più sicura di Baghdad è stata attaccata anche prima di questi ultimi eventi. Ad esempio, il 27 ottobre è stato lanciato un attacco da una piattaforma di tiro artigianale. Nessuno ha rivendicato l’attacco.
Secondo i media locali, dietro questi attacchi potrebbero esserci dei sostenitori dei gruppi sciiti pro-iraniani. Questi ultimi, già da alcune settimane, stanno manifestando attivamente contro i risultati delle elezioni parlamentari, tenutesi il 10 ottobre. La coalizione al-Fath, guidata da Hadi al-Amiri (il quale è a capo della brigata Badr, la più numerosa della milizia sciita), detiene in parlamento soltanto 21 seggi, ossia meno della metà, rispetto al 2018. I manifestanti chiedono le dimissioni del primo ministro.
La risposta è stata truce: la settimana scorsa, la polizia ha disperso una grande manifestazione di piazza nella capitale irachena. Sono morte 4 persone e ne sono rimaste ferite oltre 120. Naturalmente, questa repressione ha acuito ulteriormente le criticità esistenti.
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L’ennesimo attacco potrebbe essere frutto di iniziative individuali. Il principale sostenitore degli sciiti nella regione, ossia l’Iran, ha ufficialmente condannato l’attacco terroristico e ha sottolineato di non avere nessun rapporto con l’evento. Hossein Amir-Abdollahian, ministro iraniano degli Esteri, ha definito l’attacco alla residenza presidenziale “un tentativo di minare la pace e la sicurezza” e si è detto pronto a supportare gli iracheni nelle indagini.
I droni kamikaze amatoriali utilizzati nell’attacco sono un biglietto da visita dei jihadisti. Avrebbero potuto adottare questo stile i combattenti dello Stato islamico* che continua ad essere operativo in Iraq. Anche se, dopo il passaggio ai terroristi di Mossul nell’estate del 2017, non sono rimaste altre grandi città.

Vendetta

A fine ottobre, un gruppo di fondamentalisti ha attaccato il villaggio di Rashad, nel Governatorato di Diyala, rapendo 3 abitanti del luogo e chiedendo un riscatto. I familiari dei prigionieri hanno trovato il denaro e hanno provato a darlo ai ricattatori, ma qualcosa non è andato come previsto e i terroristi hanno aperto il fuoco contro i civili. Sono morte 14 persone e 15 sono rimaste ferite.
In passato, l’area circostante Rashad era considerata assolutamente sicura. Ciò significa che i jihadisti si stanno gradualmente espandendo, aprendo nuove “filiali”. A settembre hanno attaccato un avamposto della polizia nel Governatorato di Kirkuk: sono morti 7 agenti di polizia.
Le truppe governative, supportate dalla milizia nazionale e dalla coalizione internazionale, stanno conducendo regolarmente operazioni di rilevazione ed eliminazione delle cosiddette cellule dormienti in diverse aree dell’Iraq. A metà settembre, gli agenti hanno catturato il principale finanziatore dell’ISIS*, Sami Jassem, il quale era altresì vice-capo di Abu Bakr al-Baghdadi, ucciso nel 2019. Quest’informazione è stata comunicata da Mustafa al-Khadimi in persona. Non è escluso che gli attentati contro il primo ministro siano una vendetta dei fondamentalisti islamici per l’arresto del loro finanziatore.
L’attività terroristica in Medio Oriente continuerà ad intensificarsi. Entro fine anno, gli USA e i loro alleati dovranno far rientrare dall’Iraq tutti i loro contingenti militari.
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Tuttavia, come ha dimostrato l’esempio afghano, un luogo non rimane vuoto a lungo. Gli americani non hanno fatto in tempo ad andarsene, che i talebani**, in pochi mesi, hanno preso il controllo sull’intero Paese. I loro “colleghi” dell’ISIS hanno più volte dimostrato la loro incredibile capacità di mobilizzare tempestivamente numerosi gruppi di combattenti e imporsi laddove prima non erano mai stati.
La rapida dipartita degli americani dall’Iraq è, per i terroristi, un’opportunità di riprendersi le posizioni perdute. Un’opportunità che i vertici del gruppo terroristico difficilmente vogliono farsi scappare.
*Organizzazioni terroristiche estremiste illegali in Russia e in altri paesi.
**Organizzazione soggetta alle sanzioni dell'Onu per attività terroristiche.
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