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“Il suicidio dell’Urss” raccontato da Sergio Romano, ex Ambasciatore a Mosca

© Foto : fornita da Sergio RomanoSergio Romano, ex Ambasciatore d'Italia a Mosca, editorialista del "Corriere della Sera"
Sergio Romano, ex Ambasciatore d'Italia a Mosca, editorialista del Corriere della Sera - Sputnik Italia, 1920, 09.11.2021
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A trent’anni dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica esce nelle librerie il saggio di Sergio Romano che raccoglie articoli scritti in presa diretta negli anni finali dell’Unione Sovietica. “Il suicidio dell’Urss”, un viaggio attraverso la storia, la politica e la cultura del Paese.
“Quando le emozioni travolgevano i più fragili (spiritualmente) del nostro giornalismo - cioè negli anni 1989-1991 - egli ha sempre pensato e scritto sottraendosi agli schematici teoremi in voga”, scrive Luciano Canfora di Sergio Romano nell’introduzione de Il suicidio dell’Urss, edito da Sandro Teti Editore.
Nel libro sono raccolti numerosi scritti risalenti agli anni ’80 e ’90. Per parlare della fine di un’epoca, Sergio Romano non presenta una mera cronaca delle ultime fasi dell’Unione Sovietica, l’ambasciatore inizia fin dalle origini della Rivoluzione d’Ottobre, offrendo interessanti considerazioni che spaziano dalla letteratura alla storia di altri Paesi lontani da Mosca, come la Jugoslavia. Qual è l’eredità del crollo dell’Urss? Sputnik Italia ha raggiunto, per un’intervista, Sergio Romano, saggista, accademico, storico, diplomatico, Ambasciatore d’Italia a Mosca dal 1985 al 1989.
© Foto : Sergio Romano“Il suicidio dell’Urss” di Sergio Romano
“Il suicidio dell’Urss” di Sergio Romano - Sputnik Italia, 1920, 09.11.2021
“Il suicidio dell’Urss” di Sergio Romano
Lei scrive: “l’Unione Sovietica non fu travolta dalla rabbia dei suoi cittadini, fu uccisa dalla loro stanchezza e dalla loro indifferenza”. Ambasciatore Romano, possiamo dire che questo è un concetto chiave per capire meglio gli eventi di quegli anni?
— Io direi di sì. Se l’Unione Sovietica fosse stata difesa da una parte considerevole dell’opinione pubblica e della società sovietica, credo che molte cose non sarebbero accadute. Il problema è che la società sovietica, prima di quegli anni, era oramai delusa dal grande progetto dell’Unione Sovietica, perché costatava che altrove, nei Paesi non comunisti, stavano registrando risultati molto più interessanti. È certamente vero che l’Unione Sovietica, scientificamente, fu un Paese di grande importanza, però vi erano anche i problemi sociali, i problemi delle aziende, i problemi dei datori di lavoro. Il sentimento di delusione era molto diffuso.
— Gli articoli raccolti nel suo libro sono scritti in presa diretta a caldo. Col senno di poi, secondo lei, che cosa è andato come sospettava e su cosa ha cambiato opinione?
— Non sono articoli scritti da uno storico, sono articoli scritti da un giornalista che vive la situazione, registra gli avvenimenti, si accorge che le cose stanno cambiando, ma deve stare attento a non fare profezie, perché potrebbe essere smentito il giorno dopo dalla realtà. Sono articoli di un giornalista che deve registrare tutto, ma deve anche stare molto attento a non dare previsioni.
— In un articolo dove parla della diplomazia italiana nel dopoguerra, lei scrive che “le maggiori preoccupazioni dell’Italia non erano l’unità europea né il contrasto fra Unione Sovietica e Stati Uniti. La diplomazia italiana tendeva a mitigare gli effetti della sconfitta. Gli ambienti economici sostenevano che l’economia italiana aveva bisogno dei mercati dell’Est”. Possiamo dire che questo ruolo di apertura dell’Italia verso Mosca si è mantenuto anche attraverso la guerra fredda e in seguito nel corso degli anni?
— Sì. Non bisogna dimenticare che nella diplomazia vi è sempre un fenomeno di continuità nel tempo. Per l’Italia sì, la Russia era diventata l’Unione Sovietica, ma i diplomatici italiani continuavano a considerarla come la consideravano in passato: una grande potenza dell’Europa centrale, con cui un Paese come l’Italia non poteva rinunciare ad avere rapporti. E poi c’era un fenomeno di simpatia culturale molto evidente in una parte della società italiana. Non eravamo comunisti, la democrazia italiana aveva respinto il comunismo, però la Russia continuava ad essere la Russia, indipendentemente dall’ideologia del momento.
— Fra i diversi articoli del libro, uno riguarda Gagarin. Lei scrive che il primo volo nello spazio avrebbe potuto influenzare negativamente la politica del Paese. Ce ne può parlare?
— Noi eravamo in epoca di guerra fredda. Questi straordinari risultati della scienza sovietica nello spazio erano inevitabilmente destinati ad avere delle ripercussioni politico strategiche. L’Unione Sovietica stava diventando una potenza dello spazio e quindi il suo tasso di potere saliva considerevolmente nella scala mondiale. Eravamo preoccupati di quale uso l’Unione Sovietica avrebbe fatto di questo suo nuovo potere spaziale. Erano preoccupazioni che non avevamo soltanto noi, ma anche altri Paesi. Non c’era niente di ideologico in quello, eravamo consapevoli che sarebbe scoppiata una gara fra Stati Uniti e Unione Sovietica. Questa gara sarebbe stata importante e utile, ma noi sappiamo che queste gare possono anche finire male e sfociare in un conflitto. Come diplomatici eravamo preoccupati.
Экс-премьер Италии Сильвио Берлускони во время выступления в Загребе, Хорватия - Sputnik Italia, 1920, 05.09.2021
Berlusconi vuole gli Stati Uniti d'Europa
— Parlando del crollo dell’URSS, non si può non parlare di Gorbaciov. Lei scrive: “Paradossalmente la pace internazionale è scoppiata quando l’Unione Sovietica non è più in condizione di gustarne i frutti”. È molto sproporzionato l’equilibrio fra la politica estera e la situazione interna del Paese. Il Nobel per la pace ammirato in Occidente era poco convincente in patria?
— Sono sempre stato consapevole dell’importanza di Gorbaciov, ma sapevo che vi erano dei rischi con il suo arrivo al potere. Innanzitutto, che cosa avrebbe fatto per trasformare il sistema economico sovietico in un sistema economico di tipo occidentale? Qui Gorbaciov commise un errore, cioè quello di non avere un progetto economico concreto e realizzabile per l’Unione Sovietica. Un vero progetto economico, anche con delle conseguenze poi rivelatasi negative, ce l’aveva Eltsin, perché lui privatizzò. Questo significava mettere gran parte della ricchezza economica nazionale nelle mani degli oligarchi, però lui sapeva che cosa fare. Gorbaciov non credo sapesse veramente cosa fare, perché quel progetto di industria socialista che aveva in mente era molto difficile da realizzare.
— Passiamo alla geopolitica. “La fine della guerra fredda ha avuto, al di fuori dell’Europa, una conseguenza potenzialmente negativa: ha sottratto le crisi locali al condominio conflittuale delle grandi potenze.” scrive lei nell’ottobre 1990. Oggi potrebbe riconfermare questa sua previsione?
— In questo caso si tratta del pregiudizio del diplomatico, che può avere delle sue idee, delle aspettative, ma è sempre preoccupato per la possibilità che l’ordine internazionale venga pregiudicato, cioè che un giorno si passi dall’ordine al disordine. Nel caso dell’Unione sovietica, vi era un doppio rischio. L’economia non sarebbe stata quella del passato, abbiamo visto i problemi che ci sono stati con Eltsin e con gli oligarchi. Sotto il profilo politico militare, la situazione era questa: la guerra fredda, bene o male, ha reso la guerra impossibile, perché le due parti, pur essendo nemiche, erano consapevoli dei rischi che avrebbero corso spingendosi al di là di un certo limite. Noi osservavamo tutto ciò, preoccupandoci, ma senza poter cambiare le regole del gioco.
Il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk  - Sputnik Italia, 1920, 11.07.2019
Crollo dell’URSS? Una benedizione - Presidente del Consiglio europeo
— Qual è l’eredità del crollo dell’Unione Sovietica sui rapporti fra Occidente e Russia?
— Un risultato negativo fu il rischio che la leadership americana avrebbe sopraffatto qualsiasi altra ambizione politica. Era chiaro che gli Stati Uniti si sarebbero considerati vincitori, e noi, che uscivamo da un’epoca in cui il rischio era stato sovietico, stavamo entrando in un periodo in cui avevamo un grande interrogativo sulle intenzioni degli Stati Uniti. Alla fine, l’Europa ha dato la risposta giusta, perché ha cominciato a unificarsi, questa unificazione ha reso la leadership americana meno totale di quanto sarebbe potuta essere altrimenti.
— I rapporti fra l’Europa e la Russia sono migliorati rispetto all’epoca sovietica?
— Complessivamente sono positivi. Possiamo dire che c’è il problema Putin, che ha scelto nella tradizione della politica russa la continuità del potere. La Russia non può essere una democrazia di tipo occidentale, perché ha un leader che non concepisce l’alternanza. Con Putin, molti russi hanno scelto la continuità del potere, credono che il Paese abbia bisogno di ordine e non credono nell’alternanza. La continuità per una grande parte della società russa è considerata un valore da non perdere. Io non lo condivido, ma capisco perfettamente che i russi siano preoccupati dalle ricadute negative dell’alternanza.
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