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Erdogan, il signore dei droni

© REUTERS / PRESIDENTIAL PRESS OFFICETurkish President Tayyip Erdogan addresses members of parliament from his ruling AK Party (AKP) during a meeting at the Turkish parliament in Ankara, Turkey, February 10, 2021
Turkish President Tayyip Erdogan addresses members of parliament from his ruling AK Party (AKP) during a meeting at the Turkish parliament in Ankara, Turkey, February 10, 2021 - Sputnik Italia, 1920, 09.11.2021
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Grazie ai successi nella guerra del Nagorno Karabakh, dove i Bayraktar TB2 schierati a sostegno dell’offensiva azera sono diventati l’elemento chiave nella sconfitta armena.
Ankara sta esportando i suoi aerei senza pilota Bayraktar TB2 dalla Polonia all’Etiopia e dal Marocco alla Kirghizia, facendo concorrenza alle principali potenze internazionali e contribuendo a risanare una economia dissanguata dalle troppe avventure militari.
La pubblicità è l’anima del commercio. Ma per il presidente turco Recep Tayyp Erdogan la guerra è ancora più efficace. Da quando, un anno fa, hanno contribuito alla disfatta armena nel conflitto del Nagorno Karabakh, i droni turchi sono diventati l’oscuro oggetto del desiderio di tantissimi paesi e capi di stato. Anche perché prima di far sfaceli nel Caucaso, quei droni hanno garantito la vittoria al governo libico di Tripoli, nello scontro con il generale Khalifa Haftar, e hanno messo alle corde le forze curde in Siria.
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Così oggi l’Etiopia è pronta ad impiegarli per fermare le forze dei ribelli del Tigri, arrivate alle porte di Addis Abeba. Ma, intanto, al tavolo dei potenziali acquirenti si affacciano anche Angola e Nigeria. E alcune prime forniture sarebbero già arrivate in Marocco e Tunisia. Ma tra gli acquirenti non mancano un paese della Nato, come la Polonia, e un ex-repubblica sovietica, come la Kirghizia. Grazie a quei droni, il Sultano sta firmando contratti indispensabili per risanare un economia messa alle corde proprio dal crescente interventismo politico militare della Turchia. “Lasciate che ve lo dica francamente, in Africa, dovunque siamo andati, ci hanno chiesto questi droni nella versione armata o disarmata” - raccontava, il 21 ottobre scorso, Erdogan durante un incontro con tecnici e operai della Baykar, la fabbrica da cui escono i Bayraktar TB2, gli aerei senza pilota simbolo del nuovo espansionismo turco. “Le potenze mondiali stanno seguendo il vostro lavoro e quello dei droni armati e disarmati, perchè siete ai primi posti nel mondo - ha aggiunto il presidente, alludendo alla capacità dei Bayraktar TB2 di far concorrenza ai modelli cinesi e israeliani.

Al suo fianco, durante la visita, c’era il genero 42enne Selçuk Bayraktar, considerato la mente e l’artefice dei droni turchi. Marito di Sümeyye, la più giovane dei quattro figli di Erdogan, Bayraktar, dopo un master al Mit (Massachusetts Institute of Technology), dove apprende le tecnologie per il controllo degli aerei senza pilota, entra nel 2007 nell’azienda fondata dal padre, sviluppando il settore dei droni da combattimento e diventandone il direttore tecnico. Nel 2014, grazie alle componenti elettroniche acquistate in Gran Bretagna, Canada e Austria, fa volare il primo Bayraktar TB2.

Sperimentato sul territorio nazionale nella lotta ai militanti del Pkk, il drone turco arriva nel 2019 in Libia, dove infligge duri colpi alle formazioni del generale Khalifa Haftar. Ma il teatro dove il drone di Erdogan si conquista un’indiscussa notorietà internazionale è quello del Nagorno Karabakh. Lì i Bayraktar TB2 ribaltano l’equilibrio strategico di un conflitto dove trincee, posizioni fortificate e strategie immutate da un quarto di secolo hanno congelato il conflitto, trasformandolo in una guerra di posizione senza sbocchi. I primi a capirlo, e a farne le spese, sono i combattenti armeni, decimati mentre tentano di raggiungere le prime linee o fatti a pezzi mentre combattono in fortificazioni trasformate dai droni e dai missili a guida laser in autentiche trappole per topi. Nel Nagorno Karabakh, secondo un rapporto firmato da Rich Outzen, un ex-funzionario del Dipartimento di Stato USA, i droni forniti da Ankara all’Azerbaijan (oltre a quelli venduti da Israele) contribuiscono, in meno di 45 giorni di combattimenti, alla distruzione di 190 carri armati e di oltre cento fra blindati e mezzi per il trasporto truppe dei combattenti armeni. “Mentre i droni penetravano l’ombrello di difesa area - scrive Outzen - le forze armene diventavano altamente vulnerabili in quanto individuabili ed eliminabili”.
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L’indiscussa efficacia dei Bayraktar TB2 s’accompagna ad una precisione assai maggiore di quelli cinesi e ad una relativa economicità rispetto ai più costosi droni israeliani e americani. Mentre il prezzo per singola unità di un Bayraktar TB2 non supera i due milioni di dollari, un Predator americano, peraltro acquistabile soltanto da una ristretta e selezionata schiera di alleati, richiede una spesa dieci volte superiore. A queste qualità, s’aggiunge la relativa facilità d’utilizzo. Gli operatori responsabili del pilotaggio da terra dei Bayraktar ottengono il brevetto dopo un corso di soli quattro mesi. Un’inezia, rispetto ai tempi e ai costi necessari per addestrare il pilota di un caccia bombardiere. Tutte qualità che rendono i droni particolarmente apprezzati e ricercati nei paesi costretti a confrontarsi con insurrezioni, rivolte o azioni terroristiche.
E i risultati parlano da soli. Nei primi tre quadrimestri del 2021, secondo dati ufficiali turchi, le esportazioni nel settore difesa e aviazione hanno registrato un incremento del 39%, superando i due miliardi e cento milioni di dollari, a fronte del miliardo e mezzo dello stesso periodo del 2020. Parte di quegli incrementi è frutto dei contratti firmati grazie alle vendite di Bayraktar TB2. Fra i principali indiziati, in veste di acquirenti, vi sono l’Etiopia e il Marocco. Minacciato dall’offensiva dei ribelli tigrini, pronti a marciare su Addis Abeba, il premier etiope Abyi Ahmed ha stretto, ad agosto, un accordo di cooperazione militare con Erdogan. E un frammento di missile a guida laser recuperato e fatto analizzare dai ribelli tigrini è risultato essere dello stesso tipo di quelli impiegati dai droni turchi. Anche sull’acquisto da parte del Marocco, nonostante i silenzi di Ankara e di Rabat, vi sono parecchi indizi. Il principale è l’impennata degli scambi commerciali tra Turchia e Marocco in un settore difesa e aviazione dove il valore delle esportazioni supera i 78,6 milioni di dollari, a fronte degli appena 402mila del 2020.
Grazie ai droni, insomma, il Sultano spera di risanare un economia dissanguata dal costo delle sue avventure militari.
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