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Uno peggio dell’altro: appurato legame tra COVID-19 e demenza

Cervello umano - Sputnik Italia, 1920, 08.11.2021
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Alcuni sintomi neurologici rilevati nei pazienti che hanno passato il COVID-19 sono simili a segnali precoci del morbo di Alzheimer: problemi di memoria, di concentrazione dell’attenzione, “nebbia cognitiva”. Gli scienziati ipotizzano che il coronavirus possa danneggiare i neuroni, ma rimangono ancora diversi punti aperti.

La perdita dell’olfatto è un sintomo pericoloso

In occasione della Conferenza internazionale della Alzheimer’s Association tenutasi quest’anno a Denver molti interventi sono stati dedicati alla relazione tra il COVID-19 e disturbi cognitivi cronici come il morbo di Alzheimer che di norma colpisce soggetti ultrasessantacinquenni. Nella sua fase precoce il morbo può essere riconosciuto in quanto il soggetto è distratto e tende a dimenticare facilmente le informazioni. Con il tempo si registrano vuoti nella memoria a lungo termine, si perde la padronanza della parola e del pensiero.
Gli autori di uno degli studi, condotto in Argentina, hanno monitorato per 6 mesi 234 soggetti ultrasessantenni guariti dal COVID. Mediante test quantitativi hanno calcolato il livello cognitivo, la reattività emozionale e la coordinazione motoria dei soggetti. I risultati ottenuti, espressi sulla base della scala della demenza clinica comunemente adottata in neuropsichiatria, sono stati messi a confronto con i dati relativi a un gruppo di controllo composto da soggetti anziani comparabili i quali non avevano avuto il COVID.
Oltre il 60% dei partecipanti allo studio hanno presentato problemi legati alle facoltà cognitive, circa un terzo di loro anche gravi. Mentre nel gruppo di controllo soltanto il 6% era affetto da questi problemi. I sintomi caratteristici della fase precoce della demenza (tendenza a dimenticare informazioni, difficoltà nell’ordinare oggetti e nel selezionare le parole corrette) sono stati rilevati anche in coloro che hanno contratto il COVID-19 in forma lieve.
Gli scienziati hanno evidenziato un legame tra la durata e la portata dei disturbi cognitivi, da un lato, e la perdita dell’olfatto (anosmia), dall’altro. Infatti, per penetrare nel sistema nervoso centrale il coronavirus sfrutta i bulbi olfattivi nei quali sono dislocate cellule cerebrali che reagiscono quando percepiscono degli odori. Colpendo queste cellule, il virus manda fuori uso le catene neuronali che conducono ai centri di controllo cerebrali. Pertanto, secondo gli autori dello studio, non è indicato prendere alla leggera questo sintomo post-COVID considerandolo unicamente una lunga perdita dell’olfatto.
In passato è emerso che le regioni dell’area cerebrale frontale colpite dal coronavirus coincidono parzialmente con le aree responsabili della memoria, dell’attenzione e delle funzioni esecutive. Ossia quelle che nella maggior parte dei casi colpisce il morbo di Alzheimer. Tra l’altro, i pazienti affetti da questo morbo non di rado accusano anche una perdita di gusto e olfatto.
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Grande studio britannico

Lo studio più estes sulle capacità cognitive dei guariti da COVID-19 è stato condotto in Gran Bretagna. Tra gennaio e dicembre 2020 gli scienziati del London Imperial College mediante diversi test hanno valutato le capacità mnemoniche, la rapidità di formulazione del pensiero, la concentrazione e le capacità pianificatorie di 81.337 soggetti. Dopo alcuni mesi hanno richiamato coloro che in seguito al primo test avevano contratto il COVID e hanno chiesto loro di ripetere gli stessi test. Di questo gruppo facevano parte 518 persone delle quali 326 sono rimaste a casa durante il decorso della patologia, mentre 192 sono state ospedalizzate.
I risultati evidenziano in maniera chiara l’impatto negativo esercitato dal COVID-19: tra l’altro, minori erano i valori della saturazione di ossigeno nel paziente durante il decorso della patologia, maggiore era l’impatto sulle sue funzioni cognitive. Il coronavirus ha colpito maggiormente coloro che hanno dovuto ricorrere all’ausilio dei respiratori: sulla scala di Stanford-Binet il loro punteggio si è ridotto di 0,47, il che corrisponde a un invecchiamento cerebrale di circa 10 anni. Coloro per i quali si è resa necessaria una ospedalizzazione senza ricorso ai respiratori hanno registrato un calo del punteggio di 0,26, mentre i pazienti che hanno trascorso la convalescenza a casa per forme lievi di infezione hanno registrato una contrazione di 0,23. Si consideri che in media per un ictus i valori relativi all’intelligenza si riducono di 0,24.
Ad alcuni pazienti è stato somministrato un secondo test alcune settimane dopo la guarigione, ad altri invece dopo alcuni mesi. Tuttavia, le loro facoltà cognitive non si sono ristabilite. Ad ogni modo, gli scienziati sono cauti con la formulazione di conclusioni e intendono monitorare questi soggetti per altri 3-5 anni.

Meccanismi profondi

I ricercatori della Grossman School of Medicine della Università di New York hanno dimostrato a livello molecolare che il coronavirus causa patologie neurodegenerative. Nel sangue dei pazienti anziani ospedalizzati nelle strutture ospedaliere universitarie per COVID-19, i quali in passato non avevano precedenti di demenza o disturbi cognitivi, è stato registrato un aumento del livello di indicatori di danneggiamento celebrale, neuroinfiammazione e morbo di Alzheimer: proteina tau totale, neurofilamento polipeptide leggero (NFL), proteina fibrillare acida della glia (GFAP), idrolasi dell'ubiquitina C-terminale (UCH-L1), betamiloidi Aβ40 e Aβ42, proteina tau fosforilata pTau-181. La maggior parte di questi biomarcatori è correlata alla proteina C reattiva che indica uno stato generalizzato di infiammazione.
Secondo gli scienziati, il morbo di Alzheimer e il COVID-19 presentano degli elementi in comune, molto probabilmente si tratta del processo infiammatorio. Quest’ultimo danneggia le cellule endoteliali che rivestono i vasi sanguigni e controllano le proprietà immunitarie e la coagulazione sanguigna.
Elevati valori di biomarcatori della neuroinfiammazione sono stati registrati nei pazienti partecipanti allo studio (251 soggetti) indipendentemente dai sintomi neurologici specifici. In caso di forma grave di COVID-19 i valori corrispondevano all’incirca a quelli rilevabili nelle fasi tardive nel morbo di Alzheimer.
I ricercatori americani della Cleveland Clinic, supportati da colleghi di alcune altre università, hanno sfruttato le opportunità aperte dall’intelligenza artificiale per studiare il legame tra le proteine del SARS-CoV-2 e i geni che determinano la predisposizione a contrarre il morbo di Alzheimer. È emerso che nell’area di rischio si trovano i geni che regolano la neuroinfiammazione e i danneggiamenti microvascolari del cervello.
Una correlazione genetica tra COVID-19 e Alzheimer è stata di recente confermata anche dai ricercatori britannici del Dementia Research Institute in seno al University College London. I ricercatori hanno scoperto che la medesima variante del gene OAS1 che determina l’attivazione di una reazione immunitaria rafforzata incrementa il rischio di contrarre il morbo di Alzheimer e la probabilità di essere colpiti da esiti gravi di COVID-19. Il gene OAS1 trova espressione nella microglia, ossia nelle cellule immunitarie che compongono circa il 10% di tutte le cellule cerebrali. Se ne registra la presenza in metà degli europei e la sua attività mura a seconda dell’età.
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Circolo vizioso

Potrebbe apparire ormai chiaro: il COVID-19 provoca demenza. Ma non è così semplice. Infatti, sono sempre di più i dati a supporto del fatto che i disturbi neurodegenerativi come il morbo di Alzheimer provocano essi stessi un aumento delle probabilità di contrarre il COVID, di sviluppare gravi complicanze e di esiti fatali.
A tal proposito gli scienziati della Cleveland Clinic hanno scoperto che nei soggetti con l’allele APOE E4/E4 (ossia il maggior fattore di rischio generico per il morbo di Alzheimer) si registra una ridotta espressione dei geni che proteggono l’organismo dal coronavirus rendendo quindi il soggetto più esposto a questa infezione. Alcuni esperti brasiliani, invece, hanno stabilito che il rischio di esito fatale da COVID-19 è 3 volte più elevato nei pazienti affetti da morbo di Alzheimer e, se tali soggetti sono ultraottantenni, tale rischio è di 6 volte maggiore.
I brasiliani sono giunti a questa conclusione dopo aver analizzato i dati contenuti della vastissima banca dati britannica UK Biobank. Sono stati selezionati 12.863 pazienti ultrasessantacinquenni che si erano sottoposti a tampone PCR tra marzo e agosto 2020. In 1.167 il tampone è risultato positivo.
I soggetti infetti con sintomi di demenza hanno avuto un decorso del COVID-19 significativamente più grave. Questo è dovuto al fatto che le infiammazioni croniche e i disturbi della risposta immunitaria indeboliscono il sistema immunitario. Si crea, quindi, un circolo vizioso: la demenza danneggia la protezione naturale agli agenti patogeni facilitando la penetrazione del virus nel cervello, mentre l’infezione induce un peggioramento del morbo di Alzheimer e delle altre patologie neurodegenerative.
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