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Rischio radicalizzazione nelle carceri. Viaggio dietro alle sbarre con il cappellano di Rebibbia

© AFP 2021 / Andreas SolaroCarcere di Rebibbia a Roma
Carcere di Rebibbia a Roma - Sputnik Italia, 1920, 07.11.2021
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Il Copasir ha recentemente risollevato il problema della radicalizzazione islamica nelle carceri italiane chiedendo urgentemente la creazione di una legge contro questo fenomeno. Una domanda cruciale da cui iniziare evidentemente sarebbe quella relativa alle condizioni in cui vivono i detenuti musulmani.
Nonostante una presenza massiccia di detenuti musulmani nelle carceri italiane il numero di imam che hanno accesso all’interno degli istituti detentivi è irrisorio. È importante ricordare che il DAP nel 2015 ha firmato un protocollo con l’Unione delle Comunità islamiche italiane per permettere l’ingresso in carcere agli imam riconosciuti. Si tratta di 13 imam legati al protocollo e 43 ministri del culto islamico autorizzati al di fuori del protocollo.
Come ha sottolineato in un’intervista a Sputnik Italia l’ex direttore del DAP (sezione detenuti e trattamento) Roberto Piscitello “bisogna fare in modo che tutti possano esercitare anche all’interno degli istituti di detenzione i propri diritti, fra i quali anche quello di manifestare il proprio culto. Se si agisse in questo senso sarebbe una buona forma di prevenzione della radicalizzazione”. Cerchiamo di capire in quali condizioni vivono i detenuti nelle carceri, in particolar modo i cittadini musulmani. Sputnik Italia ha raggiunto per un’intervista in esclusiva Don Roberto Guernieri, cappellano di Rebibbia da 30 anni.
— Don Roberto, da quanti anni fa il cappellano a Rebibbia? Com’è iniziato questo percorso?
— Da trent’anni. Per Rebibbia mi ha chiesto il Cardinale Ruini nel giugno del 1991. Io sono sempre stato sulla strada, ho sempre combattuto con gli emarginati prima a Piazza Navona, poi alla Stazione Termini. Dal ’91 con i malati di AIDS e infine Rebibbia.
— Ci racconti in quali condizioni vivono i detenuti lei che conosce l’ambiente trovandosi lì in prima linea?
— Nonostante ci siano diverse opportunità di lavoro per loro sia come manutenzione della struttura, sia come torrefazione del caffè, sia come capacità di entrare nelle varie misure alternative organizzate dall’amministrazione la maggior parte delle persone vivono in una povertà estrema. A queste persone manca tutto, hanno bisogno anche delle cose principali, tante volte quando vengono arrestati e vengono prelevati così come sono senza possibilità di farsi un cambio. Cerchiamo di dare una mano noi procurando tutto ciò che serve dai vestiti ai prodotti per l’igiene. Li aiutiamo a contattare i propri cari tramite le videochiamate. Facciamo delle ricariche sui loro libretti. Hanno veramente bisogno di tutto.
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— Qual è la percentuale dei detenuti stranieri?
— Rappresenteranno un 45%. Sono veramente tanti sia dai Paesi dell’Africa, del Sud America e soprattutto dai Paesi dell’Est.
— Veniamo al tema della radicalizzazione islamica nelle carceri. Secondo lei questo rischio è alto, Don Roberto, vista la presenza di numerosi stranieri?
— Il rischio c’è. Non saprei dire il livello di questo rischio. Noi siamo rispettosi, cerchiamo di dare una mano a tutti, il linguaggio della solidarietà è universale. Dal punto di vista religioso, ma soprattutto solidale noi diamo una mano a tutti, organizzando anche con la Comunità di Sant’Egidio la festa del Ramadan. Vedo che il rischio c’è però. La gravità della situazione dipende anche dai bisogni che hanno queste persone, loro forse più di tante altre.
— Da quello che ha visto i detenuti musulmani vengono seguiti da un imam oppure hanno altre figure di riferimento per trovare confronto?
— No, molto poco. Gli imam sono venuti soltanto raramente, soprattutto per la festa del Ramadan per organizzare incontri di preghiera. Non c’è una loro presenza costante.
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— Per problemi linguistici, senza figure di riferimento e con gli affetti lontani evidentemente i detenuti musulmani si sentono abbandonati?
— Certamente. Si sentono soli. Attraverso il nostro agire di solidarietà, procurando le cose di cui hanno bisogno cerchiamo di andare oltre e di capire la loro storia. È molto difficile tante volte però andare oltre il bisogno che manifestano.
— Quale appello vorrebbe lanciare in chiusura?
— Lancio un appello di vivere da parte di tutte le istituzioni una maggiore attenzione verso questi fratelli, sono gli ultimi degli ultimi. Tutti hanno bisogno di una mano per andare avanti. Nessuno si giri, volti le spalle. Sono persone abbandonate che non hanno voce in capitolo. Hanno bisogno di essere ascoltate, accompagnate e capite. È difficile per i nostri fratelli italiani, figuriamoci per gli stranieri.
Per approfondire il tema della radicalizzazione islamica nelle carceri leggi l’intervista rilasciata a Sputnik Italia da Roberto Piscitello, ex pm del Dda (Direzione Distrettuale Antimafia) di Palermo, già direttore della direzione generale dei detenuti e del trattamento al DAP (Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria).
L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.
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