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Voto in Virginia e New Jersey, segnali importanti per la politica americana

© REUTERS / Mike SegarDonald Trump nel New Jersey
Donald Trump nel New Jersey - Sputnik Italia, 1920, 06.11.2021
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Negli Stati Uniti si è votato nuovamente il 2 novembre scorso. Non si trattava di un’elezione nazionale, ma di scegliere i governatori di due Stati dell’Unione, comunque piuttosto importanti: la Virginia ed il New Jersey.
Per quanto consultazioni essenzialmente locali, queste votazioni sono state egualmente caricate di forte connotazione politica. E quanto è accaduto si presta conseguentemente a tutta una serie di valutazioni che, ovviamente, si proiettano sulle elezioni del novembre 2022 e le prossime presidenziali del 2024.
I candidati democratici erano dati in notevole vantaggio sui rispettivi rivali repubblicani in entrambi gli Stati da tutti gli istituti demoscopici. Invece, dalle urne sono usciti risultati piuttosto diversi rispetto a quelli attesi.

Intanto, in Virginia, che è il primo Stato del Sud in termini geografici, a ridosso della capitale Washington, ha vinto il candidato del Grand Old Party, Glenn Youngkin, con tre punti di vantaggio su Terry McAuliffe. Si tratta già di un dato politico importante: Joe Biden se lo era infatti aggiudicato appena un anno fa, distaccando Trump di ben dieci punti percentuali.

È chiaro che i democratici stanno pagando la crescente insoddisfazione dei non affiliati e di parte della loro stessa base per questi primi deludenti mesi di attività della loro nuova Amministrazione. Del resto, i sondaggi di queste settimane parlano chiaro, evidenziando concordemente come Biden abbia indici di gradimento sempre più bassi. Secondo alcuni, addirittura inferiori a quelli che Trump riscuoteva nelle fasi corrispondenti del suo mandato.
Vale inoltre la pena di ricordare come la vicepresidente Kamala Harris avesse tentato di mobilitare gli elettori della Virginia, insistendo sul fatto che un’eventuale vittoria di Youngkin avrebbe implicato l’incremento delle possibilità di perdere il controllo del Congresso tra un anno, spianando la strada persino all’ipotesi di un futuro ritorno di Trump.
In effetti, Youngkin ha condotto la propria campagna elettorale prescindendo da qualsiasi supporto diretto dell’ex Presidente, seppure questi gli abbia garantito l’endorsement poco prima del voto, e c’è attualmente anche chi vede nel nuovo governatore della Virginia un potenziale candidato alternativo alla nomination repubblicana.
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Altro fatto significativo, Youngkin sarà affiancato dalla veterana nera proveniente dai Marines, di origini giamaicane, Winsome Sears, eletta a sua volta in una corsa indipendente, giacché il voto per il vice-governatorato in Virginia è separato da quello per il governatore.
Il successo della Sears è un dato estremamente significativo, dimostrando come anche i repubblicani possano allargare a minoranze teoricamente poco accessibili la platea dei propri elettori e dirigenti politici. Tutto è quindi possibile.
Sarebbe però sbagliato limitare l’analisi alla sola Virginia. Delle sorprese sono infatti giunte anche dal New Jersey, uno Stato tradizionalmente blu, cioè democratico, contiguo a New York. Lì ha vinto il governatore democratico in carica, Phil Murphy, ma di misura, sconfiggendo lo sfidante repubblicano Jack Ciattarelli.
La media dei sondaggi condotti nella seconda metà di ottobre dava a Murphy un vantaggio di quasi otto punti, che nelle urne si è ridotto a meno di due, peraltro dopo che nel corso dello scrutinio il repubblicano era stato avanti per buona parte dello spoglio.
A parte la forza del segnale negativo, comunque espresso nei confronti dei democratici anche dal New Jersey, qui vanno notate anche alcune altre cose. Il vantaggio di cui Ciattarelli ha goduto durante il grosso delle operazioni di conteggio si spiega con il fatto che siano stati inizialmente conteggiati i voti espressi in presenza.
Murphy ha recuperato lo svantaggio ed è passato in testa soltanto quando nel computo sono entrati i voti giunti per posta. Inoltre, con una relativa forzatura che i repubblicani hanno contestato, il democratico è stato proclamato vincente dai media prima che lo spoglio fosse terminato.
Il tutto ricorda una storia già vista nel novembre 2020 con Trump. Il problema risiede nel voto da remoto e nelle sue modalità, che in New Jersey sono stati regolati nella forma attuale proprio dal governatore appena riconfermato.
Si è consentito agli elettori di optare per il voto a distanza tra i 4 e i 10 giorni precedenti la data delle elezioni, depositando la scheda sigillata in urne appositamente predisposte, ma senza necessità di comprovare la propria identità, salvo alcuni casi.
Sono queste persone che hanno votato da remoto ad aver consegnato ai democratici il New Jersey, esattamente come la Casa Bianca un anno fa.
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Di qui il senso della battaglia politica sulle leggi elettorali in corso a livello federale e localmente, ingaggiata tra chi vuole espandere l’esercizio del diritto di voto per posta, rendendolo un’opzione “normale”, magari anche rimuovendo alcuni essenziali controlli, e coloro che invece preferiscono che sia ancora un’ipotesi residuale.
Va sottolineata l’ampiezza della potenziale distorsione: senza la verifica dell’identità dell’elettore diventano possibili e meno rischiosi la compravendita delle schede ed il coinvolgimento nel voto di persone che non vi avrebbero diritto, come i migranti che ancora non abbiano ottenuto la cittadinanza, cui i liberal strizzano l’occhio.
Dall’esito di questo confronto tra chi vuole allargare al massimo la platea dei votanti e chi vuol conservare il tradizionale sistema elettorale potrebbero dipendere le future chances di vittoria dei repubblicani, che sono strutturalmente svantaggiati nel voto per posta, specialmente ove ne venisse consentita anche la raccolta da parte dei militanti di partito.
Mano a mano che il presidente Biden s’indebolisce nei sondaggi, cresce la tentazione di assecondare questo progetto, per compensare la sua crisi di consenso, che è determinata da evidenti insuccessi e da problemi piuttosto importanti d’immagine.
Alla Casa Bianca si trova attualmente un uomo che viene percepito fisicamente in declino e del quale le televisioni di tutto il mondo mostrano impietosamente le cadute di concentrazione. E la sua vice, Kamala, non riesce a compensare la situazione.
Di fatto, senza stravolgimenti del sistema elettorale, tutto parrebbe andare nella direzione di una clamorosa rivincita tra il 2022 e il 2024. Sempre che non si cambino le regole del gioco in corso.
L'opinione dell'autore può non riflettere la posizione della redazione
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