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Come prevenire la radicalizzazione islamica nelle carceri? Parola all’ex direttore del DAP

© REUTERS / WANA Carcere in Afghanistan
Carcere in Afghanistan - Sputnik Italia, 1920, 06.11.2021
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Il rischio di radicalizzazione jihadista in Italia è reale. A lanciare l’allarme è il Copasir chiedendo un intervento legislativo non più rimandabile. Il web e le carceri sono un terreno fertile in cui può accelerare il processo di radicalizzazione o partire da zero per i soggetti sensibili. Come prevenire questo fenomeno?
Nelle carceri italiane, così come in rete, prolifera la radicalizzazione dell’Islam. Secondo i dati del Viminale nell’ultimo anno sono 71 le persone espulse, 144 i foreign fighters monitorati dalle forze di sicurezza. Nelle carceri vi sono 313 detenuti sottoposti a monitoraggio e suddivisi in tre livelli di attenzione. Tra di loro le nazionalità maggiormente rappresentate sono quella algerina e quella marocchina.
Il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica ha sottolineato l’esigenza di una legge contro la radicalizzazione dell’Islam in Italia. Attraverso quali azioni concrete è possibile prevenire questo fenomeno nelle carceri dove i detenuti, soprattutto quelli stranieri, vivono già una situazione di disagio? Sputnik Italia per un approfondimento in merito ha raggiunto il magistrato Roberto Piscitello, ex pm del Dda (Direzione Distrettuale Antimafia) di Palermo, già direttore della direzione generale dei detenuti e del trattamento al DAP (Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria).
— Roberto Piscitello, quanto era diffuso il rischio di radicalizzazione islamica nelle carceri quando lei era ai vertici del DAP?
— Chiaramente non esistono indici scientifici per calcolare un coefficiente di rischio rispetto ad un fenomeno così liquido. Certo è che i nostri istituti erano e sono pieni di detenuti extra comunitari, detenuti che hanno altre provenienze culturali e che abbracciano altre religioni. Quando è stato dimostrato che spesso il terrorismo nasce da fenomeni di degenerazione integralista anche di carattere religioso è chiaro che tanto più è alto il numero di soggetti musulmani tanto più è alto il rischio.
Va evitato che si creino in carcere occasioni in grado di costituire un alibi per una radicalizzazione, è quello che abbiamo cercato di fare al DAP quando c’ero io. Va detto che il fenomeno dell’integralismo religioso nel nostro Paese non riguarda gli italiani, così come accade in Inghilterra e altrove con immigrati di seconda e terza generazione. In Italia si è trattato di cittadini stranieri a tutti gli effetti, mi riferisco anche a quel cittadino tunisino che fu ospite nelle galere italiane e poi andò nei mercati di Berlino a fare una strage. Nel nostro Paese non abbiamo detenuti italiani, sono veramente pochissimi, si tratta principalmente di extra comunitari. Noi volevamo evitare di creare all’interno del carcere ulteriori situazioni di frustrazione.
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— Come?
— Anche in accordo con le comunità islamiche presenti in Italia e con le minoranze religiose si è cercato di predisporre un discorso di mediazione culturale con il nuovo giunto. Il soggetto che entra in carcere vive già una situazione di disagio, spesso non parla la nostra lingua, è lontano dagli affetti e dal suo Paese. In carcere potrebbe trovare ulteriori vessazioni facendo del carcere un luogo di radicalizzazione per il trattamento che lì vi avviene, cioè quando questi soggetti si sentono ancora più stranieri e in difficoltà. Tutto ciò va evitato, noi abbiamo scritto dei protocolli che prevedevano la figura di un mediatore culturale, la possibilità che i musulmani potessero esercitare il proprio culto pregando in carcere, introducendo figure come gli imam che potessero gestire la preghiera. Vanno evitati errori che probabilmente sono stati fatti in passato.
— Quanto è difficile monitorare nelle carceri soggetti pericolosi o potenziali terroristi tenendo conto del sovraffollamento?
— Devo dire che la polizia penitenziaria oggi ha assunto una straordinaria specializzazione. Pensi che quando lavoravo al DAP si facevano dei corsi di lingua araba per taluni poliziotti per essere più vicini e per avere una maggiore capacità di ascolto per quanto riguarda l’insorgere di possibili fenomeni terroristici. Agli albori dei primi attentati terroristici, come quello al Bataclan di Parigi o quelli avvenuti in Belgio, il campanello d’allarme scattò perché all’interno di alcune camere di pernottamento la polizia vide delle scene di gioia rispetto alle notizie in merito agli attentati. Questi sono i primi campanelli di allarme che imposero maggiore attenzione.
Ovviamente quando questi fenomeni non hanno una forma esteriore diventano più difficili da intercettare e dunque prevenirli nella loro massima potenzialità. All’interno dei nostri istituti sono certo comunque ci siano professionalità tali da cogliere e disinnescare sul nascere fenomeni del genere.
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— Che tipo di leggi occorrono secondo lei per prevenire la radicalizzazione?
— Premetto dicendo che io di tutto mi potrei occupare oltre che di fare leggi. Mi piace pensare che quanto più si possa anticipare la soglia di prevenzione tanto più facile sia evitare il fenomeno. Con questo intendo l’importanza di fare in modo che non si creino situazioni di ulteriori frustrazioni all’interno delle carceri. Questo attraverso le leggi, ma anche attraverso i regolamenti e le norme di carattere interno. Bisogna rendere quanto più masticabile il periodo di detenzione per i soggetti che potenzialmente potrebbero trovare in carcere le ragioni per virare verso l’integralismo. Bisogna fare in modo che tutti possano esercitare anche all’interno degli istituti di detenzione i propri diritti, fra i quali anche quello di manifestare il proprio culto. Se si agisse in questo senso sarebbe una buona forma di prevenzione.
— L’Europa bacchetta l’Italia per il sovraffollamento nelle carceri. Forse bisognerebbe partire da qui per risolvere tanti altri problemi in questo sistema?
— Dirò una cosa contro corrente. Dovremmo smetterla di parlare di sovraffollamento perché i problemi non sarebbero risolti senza il sovraffollamento. Non possiamo ritenere che l’unico problema nel carcere sia avere 4 persone in 20 metri quadri o 4 persone in 15 metri quadri o in 7 metri quadri. Il problema del carcere è che quelle persone, a prescindere dai metri quadri, hanno bisogno di risorse e figure professionali per avere un trattamento adeguato: assistenti sociali, personale di polizia penitenziaria, insegnanti, imprenditori esterni che procurino posti di lavoro. Ci vogliono un sacco di cose che rendano il carcere umano e un luogo dove poter fare trattamento.
— Esistono dei legami fra jihadismo e mafia?
— No, per l’esperienza che ho avuto io non mi è mai capitato di dover pensare di poter sovrapporre dinamiche di tipo jihadista a dinamiche di tipo mafioso. Certamente no per le mafie tradizionali come Cosa nostra, la ‘ndrangheta e la camorra. Potrebbe essere diversa la situazione per le nuove mafie che si affacciano nel nostro Paese come le mafie nigeriane, quelle russe e quelle cinesi. Non avendo dati in merito però non posso analizzare il problema. Il jihadismo e le mafie tradizionali italiane hanno statuti diversi, obiettivi diversi, hanno proprio un DNA criminale molto diverso.
Per approfondire il tema della radicalizzazione islamica nelle carceri italiane Sputnik Italia pubblicherà prossimamente un’altra intervista in esclusiva.
L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.
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