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Biden, una presidenza già alle corde

© AP Photo / Andrew MedichiniПрезидент США Джо Байден прибывает на встречу с Папой Франциском в Ватикане
Президент США Джо Байден прибывает на встречу с Папой Франциском в Ватикане - Sputnik Italia, 1920, 04.11.2021
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La sconfitta del governatore democratico in una Virginia dove, solo un anno fa, il presidente democratico vinse con dieci punti di scarto la sfida con Donald Trump è il segnale della crisi dell’inquilino Casa Bianca.
Dopo il disastro afghano e il blocco al Congresso delle riforme ambientali, economiche e sociali, rischia di ritrovarsi definitivamente paralizzato dal voto di "mid-term" del novembre 2022, quando Camera e Senato rischiano tornare nelle mani del Gop.
Chi dorme non piglia voti. Il risveglio di Sleepy Joe, Joe l’addormentato, come lo chiamava Donald Trump, è stato a dir poco brusco. Rientrato alla Casa Bianca dopo i sonnellini del Cop26 di Glasgow, il presidente statunitense deve vedersela con il disastro della Virginia, dove Terry McAuliffe, il governatore democratico uscente, è stato messo alle corde dal candidato repubblicano Glenn Youngkin. Il risultato va ben al di là del margine di soli 80mila voti conquistato dal candidato repubblicano.
Solo un anno fa, in Virginia, Biden superò il rivale di almeno dieci punti, grazie alla massiccia affluenza alle urne degli elettori di colore e dei giovani. Dunque il 50,7 per cento conquistato da Youngkin, a fronte del 48,6% del suo rivale, è il frutto di un ribaltamento impressionante. Un ribaltamento derivato non solo dal ritorno all’astensionismo di un elettorato giovane o di colore, non più elettrizzato dalla battaglia anti-Trump, ma anche dalla capacità repubblicana di tirar dalla propria parte gli “indipendenti”, ovvero quella parte dell’elettorato non schierata aprioristicamente con repubblicani o democratici.
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Molto di questo merito va sicuramente a Youngkin, capace di conquistare i voti dei piccoli centri sub-urbani, epicentro, nel novembre 2020, della sconfitta di Trump. Ma la sconfitta democratica non è determinata soltanto da fattori locali. Da oltre due mesi il gradimento di Joe Biden è in caduta libera. Il 42% di consensi, dopo appena nove mesi di presidenza, è uno dei risultati più devastanti degli ultimi 75 anni.
Per molti analisti, quel tonfo si spiega anche con il voltafaccia dei cosiddetti elettori “indipendentisti”. Un voltafaccia generato dallo sdegno per il disastroso ritiro afghano, dalla delusione per il mancato contenimento della pandemia, dalla rabbia per le fallimentari politiche migratorie e dalle preoccupazioni per l’inflazione generata dal rialzo di tutti i prezzi dei generi di prima necessità. Il tutto a fronte dell’inettitudine di un presidente incapace non solo di ricomporre le lacerazioni del paese, ma anche quelle di un partito democratico paralizzato dalle lotte interne e incapace di trovare un’intesa per l’approvazione del piano da 1.750 miliardi, cuore del programma presidenziale per il rilancio economico, la transizione energetica e le riforme sociali.

La Virginia è, insomma, solo la punta d’iceberg degli insuccessi inanellati dalla Casa Bianca. Un iceberg con cui dovrà fare i conti, in vista del voto di “mid term” del novembre 2022, tutta la maggioranza democratica del Congresso. L’insoddisfazione degli “indipendenti” pronti ad abbandonare Biden su scala nazionale rischia, infatti, di riproporre il ribaltone del 2010, quando i repubblicani strapparono a Obama il controllo di Camera e Senato.

Quella volta, le politiche di rilancio economico adottate per uscire dalla crisi finanziaria del 2007 permisero a Obama di salvare la presidenza. Ma Biden, ad oggi, non può attribuirsi alcun successo, al di là di una sconfitta di Donald Trump garantita da un'affluenza elettorale che ben difficilmente si ripeterà. Persino la lotta alla pandemia, vera bandiera dei suoi primi cento giorni, quando rispettò la promessa di vaccinare cento milioni di americani, si è bruscamente arenata.
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Mentre la percentuale della popolazione completamente vaccinata resta inferiore al 57 per cento, il numero dei contagiati e dei morti ha ripreso a salire, trasmettendo la sensazione di un’uscita dal tunnel ancora lontana. Agli insuccessi di Biden si aggiunge lo scetticismo nei confronti di un partito democratico paralizzato dai veti e dai pregiudizi ideologici delle correnti più radicali. Quei veti e quei pregiudizi, oltre a bloccare il finanziamento delle riforme economiche e sociali proposte dalla Casa Bianca, hanno giocato un ruolo non indifferente nella sconfitta del governatore uscente della Virginia.

Prigioniero degli stereotipi che l’hanno portato a paragonare l’avversario ad una controfigura di Trump, censurare le politiche anti abortiste del Texas e usare l’attacco al Congresso per definire i repubblicani nemici alla democrazia, McAuliffe ha finito con il pronunciare una frase diventata il suo suicidio politico. “Non penso - ha detto in un dibattito con l’avversario - che i genitori debbano suggerire alle scuole quel che devono insegnare”.

Alle orecchie di molti elettori moderati quella frase è suonata come un aperto sostegno alle tesi dei liberal più radicali, schierati con gli insegnanti decisi a diffondere nelle scuole pubbliche le tesi della cosiddetta “teoria critica della razza”. La dottrina, diffusasi in parallelo con le tesi del revisionismo storico, raffigura il razzismo come un costrutto sociale frutto non solo di prevenzioni o pregiudizi individuali, ma di sistemi legali politici, costruiti ad uso e consumo dei bianchi. Una teoria abbracciata, al pari di quelle sul genere e sulla fluidità sessuale, da molti insegnanti, pronti a ignorare l’opposizione dei genitori pur di spiegare agli alunni l’ingiustizia del sistema legislativo e giudiziario costruito dai bianchi. Tesi che hanno trasformato la corsa di McAuliffe in un naufragio e minacciano - da qui al “mid-term” - di restituire l’America ai Repubblicani.
L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.
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