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Il paradosso del dollaro: gli USA guadagnano in tempo di deficit

© Sputnik . Mihail KutuzovLa crisi del settore energetico aumenta il rischio di conseguenze sistemiche sulla finanza globale.
La crisi del settore energetico aumenta il rischio di conseguenze sistemiche sulla finanza globale.  - Sputnik Italia, 1920, 30.10.2021
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Dalla seconda guerra mondiale in poi gli Stati Uniti sono sempre stati i massimi sponsor della globalizzazione. È fuor di dubbio che l’apertura del commercio internazionale e della libera circolazione dei capitali abbia avvantaggiato anche l’economia americana, ma, oramai da molti anni, la bilancia commerciale americana è in deficit.
L’ultimo anno in cui gli USA hanno avuto un surplus negli scambi di merci con il resto del mondo è stato il 1975 e dal 1990 l’andamento negativo, soprattutto verso l’Asia, è andato costantemente aumentando. Nel 2018, cioè prima della pandemia, il deficit commerciale è arrivato a circa 800 miliardi di dollari, di cui ben 500 con la sola Cina. I Paesi che vantano il maggior surplus con gli USA sono, nell’ordine: Cina, Giappone, Germania, Messico, Irlanda, Vietnam, Italia (circa 20 miliardi) e Corea del Sud. Di là dal saldo, quelli da cui importano maggiormente sono: sempre la Cina al primo posto, poi il Messico e il Canada. L’Italia è al nono posto.
Anche se deficitari, gli Stati Uniti restano comunque il più grande esportatore al mondo, seguiti a breve distanza dalla Cina e poi dalla Germania. I tre insieme esportano merci e servizi per un valore che è pari alla somma dei successivi tredici Paesi (fonti: Info Mercati esteri del Governo Italiano e Commissione Europea).
Nonostante l’enorme interscambio, la differenza tra esportazioni e importazioni americane di merci e servizi risulta deficitaria e ciò lascerebbe supporre che l’economia del Paese sia in pesante sofferenza. Con la naturale conseguenza di una forte svalutazione del dollaro e fuga degli investitori, interni e internazionali.
Tuttavia, non accade nulla di tutto ciò: il PIL pro-capite negli USA continua ad aumentare, passando da circa 58.000 dollari l’anno nel 2016 ai 63.000 del 2020, ai 69.000 del 2021. La previsione per il 2022 è di 73.111. Nel frattempo, la disoccupazione si mantiene a percentuali piuttosto basse (4,9% nel 2016 e 5,7% nel 2021), l’inflazione non esplode, il risparmio è molto basso e nemmeno il quantitative easing, che pur ha aumentato enormemente la disponibilità di denaro, ha provocato una significativa caduta del valore del dollaro sui mercati internazionali.
Agenzia di rating Moody's - Sputnik Italia, 1920, 21.09.2021
Moody’s, la crescita negli Usa traina il Pil europeo 4 volte più della Cina
Come è possibile?
Per trovare la risposta occorre allargare lo sguardo oltre la bilancia commerciale e considerare anche la bilancia dei pagamenti.
Scopriamo allora che il Net International Investment Position (Niip) - che rappresenta il saldo tra gli investimenti americani all’estero e quelli esteri verso gli USA - è nettamente a favore dell’economia nord-americana. In altre parole, per quanto spendano i consumatori locali per l’acquisto di prodotti stranieri, alimentando il deficit commerciale, la quantità di denaro materiale che entra è maggiore, rispetto a quella che esce dai confini. Per essere ancora più chiari possiamo dire, ad esempio, che i consumatori americani comprano beni dalla Cina e da altri Paesi e li pagano con i Buoni del Tesoro emessi dalla FED.
Perché i cinesi ed altri accettano Buoni denominati in dollari in cambio delle proprie merci? La ragione sta nel fatto che il dollaro americano è internazionalmente considerato da molti anni come una valuta sicura utilizzabile quale “riserva” dalle Banche Centrali di tutti i Paesi. Non a caso, il dollaro statunitense è coinvolto in quasi il 90% delle transazioni valutarie e anche negli scambi commerciali fa di gran lunga la parte del leone. Ben più di quanto siano usati Euro, Yen, Sterlina o Yuan.
Nonostante nel 1971 il Presidente Nixon affossasse l’accordo di Bretton Woods, dichiarando che il dollaro non sarebbe più stato convertibile in oro, quella valuta ha continuato ad essere la più utilizzata e ritenuta la più affidabile.
Lingotto d'oro - Sputnik Italia, 1920, 28.09.2021
Investire in oro non è sempre una buona idea: ecco perché
Alcuni Paesi lasciano che la loro moneta sia libera di essere scambiata sui mercati, ma spesso la associano (in percentuale programmata) al valore del dollaro. Quando il cambio oscilla più di quanto ritenuto virtuoso, la banca centrale locale interviene vendendo o comprando proprio dollari. Tra chi lo fa, molte Banche asiatiche e medio-orientali, ma anche la Cina, attivissima nel settore valutario internazionale.
Ma perché proprio il dollaro?
Di certo ha un forte peso la grande dimensione e la ricchezza potenziale dell’economia nazionale, ma la ragione più importante la si trova nel ruolo egemonico che gli USA hanno esercitato (e continuano ad esercitare) su gran parte del mondo.
È questa primazia politica, che porta con sé quasi come conseguenza naturale un’enorme domanda di dollari, a consentire alla FED (e cioè al gestore della moneta nazionale) di emettere titoli “che fruttano interesse, acquistati attraverso l’emissione di moneta su cui non si paga al portatore alcun interesse o, al più, un tasso inferiore al tasso di mercato” (L'oro e le libertà economiche di Alan Greenspan, 1966, ex capo della FED). Qualcuno ha definito tale pratica come “signoraggio”, che lo stesso Greenspan descrive così: “la differenza tra l’interesse che la Banca Centrale non paga sui suoi debiti e quello che la Banca riceve usando i suoi debiti per comprare debiti altrui”. Più semplicemente: prima dell’introduzione della circolazione forzosa a partire dal 1971, la Banca Centrale era costretta a scambiarle con oro ogni qual volta un possessore di moneta (cioè qualunque cittadino) lo richiedesse. Stampare moneta o emettere Titoli significava accendere un debito pagabile in oro. Da quella data, la Banca Centrale induce gli agenti economici a utilizzare i suoi debiti come valuta, ossia come mezzo di scambio per i loro affari.
Risultato: gli Stati Uniti, grazie alla credibilità attribuita al dollaro, ottengono dai propri investimenti internazionali un rendimento mediamente superiore, qualcuno ha calcolato di circa un terzo, rispetto ai pagamenti che devono effettuare sui propri debiti internazionali.
Il congresso degli USA - Sputnik Italia, 1920, 13.10.2021
USA, approvato l'aumento del tetto del debito a 480 miliardi
In pratica, gli Usa più si indebitano, più guadagnano.
La lotta condotta da Trump e continuata, seppur con più diplomazia da Biden, per ridurre il deficit della bilancia commerciale è certamente popolare negli USA, ma, di là dal meccanismo sopra esposto che trasforma il debito in vantaggio, fino a che gli USA riusciranno a rimanere il Paese politicamente leader (e fino a quando le monete virtuali saranno limitate nella loro espansione), consentire un surplus commerciale agli altri Paesi è ben piccolo prezzo da pagare per continuare a permettere ai propri cittadini di vivere sulle spalle del resto del mondo.
L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.
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