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Banca Mps, l'agonia continua? Parola all’economista Antonio Guizzetti

© Foto : HiroBanca Monte dei Paschi di Siena
Banca Monte dei Paschi di Siena - Sputnik Italia, 1920, 29.10.2021
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Domenica scorsa è stata ufficializzata la rottura dei negoziati tra Ministero dell’Economia e la Banca milanese Unicredit che avrebbe dovuto salvare dal fallimento la storica banca senese Monte dei Paschi.
In base all’accordo con la Commissione Europea grazie a cui lo stato italiano aveva ottenuto la maggioranza delle azioni di Monte dei Paschi nel 2017, il governo avrebbe dovuto vendere la banca entro il 31 dicembre del 2021. Ora, con l’uscita di Unicredit dai negoziati, il governo dovrà probabilmente chiedere una proroga alla Commissione Europea, visti i tempi molto stretti per trovare un nuovo acquirente.
Cosa succederà adesso a Monte dei Paschi? È possibile che si materializzano compratori istantanei oppure l'unica strada percorribile per il Governo sarebbe quella dell'avvio di un secondo piano di ristrutturazione da negoziare con Bruxelles? Per fare il punto della situazione Sputnik Italia ha raggiunto il Prof. Antonio Guizzetti, presidente di G&A, accademico ed economista italiano, specializzato in transazioni Cross Border e Gino Scotti, Partner, G&A che ha contribuito alle analisi economiche e finanziarie.
© Foto : Antonio GuizzettiAntonio Guizzetti
Antonio Guizzetti - Sputnik Italia, 1920, 29.10.2021
Antonio Guizzetti
— Professore, cosa pensa del matrimonio fallito Unicredit-Siena? Mps sembra una seconda Alitalia?
— Alitalia e MPS sono due storie differenti, che presentano tuttavia alcune caratteristiche comuni: lo spreco di grandi somme di denaro pubblico, l'ombra ingombrante della politica e l'insufficienza spesso clamorosa del management nelle decisioni strategiche e nella gestione operativa. Del resto, a ben vedere, queste sono storicamente le concause di ripetute crisi di molte aziende italiane.
A parte queste caratteristiche, le storie sono diverse, i business sono diversi, i mercati sono diversi, il contesto competitivo è diverso. Sarebbe un errore giudicare le due situazioni con i medesimi parametri di giudizio.
Piazza Salimbeni, Palazzo del Monte dei Paschi di Siena - Sputnik Italia, 1920, 26.10.2021
Caso Mps, l’Ue all’Italia: "Sia all’altezza degli impegni presi nel 2017"
— Potrebbe ricordare le tappe principali del declino della banca più antica del mondo? Come lo storico istituto bancario è finito nel novero delle "bad bank"?
— Di solito, si fa risalire l’inizio del problema MPS all'acquisizione, da parte di quest'ultima, di Antonveneta dal Banco Santander (che l'aveva pagata circa 7 miliardi di euro pochi mesi prima) per 9 miliardi di euro (oltre a 7 miliardi di debiti) nel 2008. Quest’acquisizione, autorizzata dalla Banca d’Italia guidata allora da Mario Draghi, fu fatta a un prezzo da molti giudicato eccessivo rispetto al valore intrinseco dell’asset acquisito.
In realtà, a scavare nella storia dell'istituto senese, segnali di gestione avventurosa erano già evidenti dal 2002, attraverso l’acquisto di alcuni derivati e bond molto rischiosi che causeranno nel tempo gravi perdite. All'epoca dell'acquisizione, la Fondazione MPS (“politica”) possedeva 1l 56% della banca. Quest’acquisizione fu certamente un errore, soprattutto per il momento in cui fu fatta (alla vigilia di Lehman Brothers), il modo con cui fu fatta (uno strumento finanziario – Fresh – molto rischioso) e il prezzo che fu pagato (decisamente superiore al Fair Value dell’acquisita).
Ma accanto a questo errore di strategia, gli avvenimenti successivi, per esempio l’accumulo progressivo d’ingenti volumi di NPL hanno dimostrato che la gestione corrente di MPS è stata per anni un disastro, sino alla perdita monstre del 2011 di 4,7 miliardi di euro e del 2014 di 5,3 miliardi. Malgrado, se ricordo bene, successivi aumenti di capitale, tra il 2011 e il 2017, di circa 18 miliardi di euro, nel 2016 il CET 1 del MPS è il peggiore delle 51 banche europee monitorate dall’Autorità Bancaria Europea.
Questo costringe il governo a iniettare, in diverse forme, oltre 5 miliardi di euro nella banca e, alla fine, a intervenire, con l'autorizzazione della Commissione Europea acquisendo la maggioranza della banca, che adesso appartiene per il 64% circa al MEF. Ovviamente, questo è solo il concentrato di una storia molto complessa, persino difficile da spiegare, che ha anche interessato, e continua a interessare, la magistratura italiana con lunghe indagini partite da distante.
— Non sono stati resi noti i motivi dello stop alle trattative, che andavano avanti in maniera esclusiva dal 29 luglio, ma diverse fonti citano un disallineamento di circa 3 miliardi di euro sulla dote pubblica che il venditore avrebbe dovuto riconoscere al compratore. Cosa ne pensa? È un'ipotesi realistica?
— Certamente, esiste un disallineamento tra le stime di Unicredit sulla ricapitalizzazione di MPS necessaria per il completare l'operazione. A quanto ammonti, non sono in grado di dirlo, ma probabilmente tra domanda (Unicredit) e offerta (MEF) c’è un gap dell’ordine di almeno 3 miliardi di euro. Credo che il problema di Unicredit sia quello di evitare un pesante effetto sul suo CET 1. Oggi come oggi (stando all’ultima rilevazione fatta dall’EBA, la European Banking Authority, che monitora 51 grandi banche europee) il CET 1 Ratio di MPS (Fully Loaded, il più significativo dopo Basilea 3) è il 9,9%, il più basso di tutto il gruppo monitorato (la miglior banca italiana è proprio Unicredit, col 15,1%). Lo stress test “adverse” 2023 dice che questa ratio potrebbe addirittura diventare negativo, per la banca. Il limite inferiore da non forare è normalmente indicato sopra il 10%.
È chiaro che il Monte ha ancora bisogno di ricapitalizzazione: forse sul “quantum” le idee di Unicredit (acquirente) e di MEF (venditore) non coincidono. Senza dire che la gestione operativa di MPS non è brillante, visto che l’anno scorso ha perso quasi 1,7 miliardi di euro.
— In questa situazione complicata lo stato può ancora mantenere la sua presenza?
— Penso che sia molto difficile, anche se mai dire mai. Più probabile che il governo ottenga, come richiesto, una proroga dalla Commissione Europea, che aveva fissato per la vendita della quota MEF il limite del 31 dicembre di quest'anno. Non che questo risolva il problema, a meno di trovare un altro compratore o riprendere, su nuove basi, la trattativa con Unicredit.
Di queste due ipotesi, sceglierei la seconda, perché’ non vedo, malgrado i rumors, (che vedrebbero un terzo polo con Banco BPM o BPER Banca, oppure l'interesse di Credit Agricole e BNP Paribas) altri pretendenti ansiosi di prendersi un mal di pancia e di testa come l'assorbimento e la ristrutturazione del Monte.
— Potrebbe precisare quali sono le condizioni per tenere in piedi una banca storica come Mps, un elemento importante del sistema bancario italiano?
— Ricapitalizzazione, come cintura di sicurezza per la solidità patrimoniale a medio-lungo della banca; restituzione di parametri minimi di efficienza a una gestione dissennata che ha spesso scambiato il ruolo importante di motore dello sviluppo locale con quello di distributore di favori e di prebende all’affollata platea di referenti locali.
Seconda opzione: fuori la politica subito dalla banca. Non riassicurano, in questo senso, le considerazioni del Presidente della Regione Toscana, Eugenio Giani, subito dopo la rottura della trattativa MEF-Unicredit: “Il Monte dei Paschi di Siena ce la può fare, senza dover essere incorporato in altra banca. Oggi ci giunge la notizia positiva dell'interruzione della trattativa Unicredit-Mef. Condivido la scelta del governo su Mps: in questo momento sta vivendo una fase positiva”. Non so su quali basi, se non su quelle di una semestrale con un pizzico di utile, il Presidente Eugenio Giani affermi questo, come se il problema fosse oramai alle spalle e si potesse ritornare, d'incanto, al Monte medioevale! Ma questa è la classe politica che, sullo sfondo, ha per tantissimi anni fatto e disfatto la storia della banca, con tutti i suoi lati ancora per gran parte oscuri.
— Lei è preoccupato per l'effetto che ha causato e potrebbe ancora causare lo stop della trattativa sul settore bancario? È vero che il CARIGE sarà il prossimo problema bancario del governo Draghi?
— Ragionevolmente preoccupato, direi. Il risiko bancario italiano probabilmente non è ancora finito. La situazione di molti istituti è migliorata in questi ultimi anni, anche se molti indicatori si solidità e di redditività sono distanti da quelli dei best in class. Non è improbabile che a breve-medio termine il volume dei NPL, anche a causa della crisi economica da Covid, tenda ad aumentare.
Le ristrutturazioni saranno ancora pesanti, penso con la scomparsa di molti sportelli fisici e effetti rilevanti sull’occupazione. Efficienza e produttività delle operations dovranno crescere velocemente per ritrovare adeguati margini di rendimento dei capitali investiti. Mi auguro davvero che CARIGE non sia il prossimo problema bancario di Draghi, che di problemi da gestire, nello scenario politico italiano, ne ha già più d’uno.
L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.
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