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Petrolio e gas naturale più cari. Cause economiche e conseguenze geopolitiche

© Sputnik . Iliya Pitalev / Vai alla galleria fotograficaPetrolio
Petrolio - Sputnik Italia, 1920, 27.10.2021
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Desta un allarme crescente in Occidente il brusco rincaro della cosiddetta bolletta energetica: i prezzi di petrolio e gas sono infatti in significativo aumento dall’estate del 2020, al netto di qualche oscillazione di breve periodo.
Ovviamente, ancorché il fenomeno nasca sui mercati globali, le sue conseguenze locali stanno iniziando a determinare reazioni politiche apprezzabili, seppure non sempre del tutto centrate.
I repubblicani americani, ad esempio, trainati da Trump, accusano l’amministrazione Biden di esser responsabile di quanto sta accadendo alle pompe di benzina e al costo del metano, puntando l’indice contro alcune scelte controverse fatte per compiacere l’ala ambientalista dei Democratici.
Anche in Europa non sono pochi coloro che ritengono le politiche verdi adottate dall’Unione Europea una causa importante di quanto sta succedendo, ponendone non senza ragione in evidenza pure le conseguenze negative per la competitività dei prodotti manifatturieri del Continente.
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Tuttavia, è assai improbabile che l’attuale rialzo in atto sui mercati dell’energia abbia cause di questa natura, seppure almeno in Europa la transizione ecologica sia destinata ad implicare rilevanti oneri aggiuntivi nel lungo periodo. È infatti troppo presto.
Quanto si sta verificando sembra piuttosto derivare dallo shock esogeno imposto all’economia mondiale dalla pandemia e dalle misure di politica economica che le maggiori potenze del pianeta hanno assunto per moderarne l’impatto ed accelerare la ripresa.
Il Covid-19 ha comportato nel 2020 una drastica compressione dei consumi e degli investimenti. Alcuni paesi si sono sostanzialmente fermati, chiudendo i negozi e persino intere filiere produttive. I loro redditi nazionali hanno fatto registrare paurose diminuzioni che, ovviamente, si sono riverberate anche sui prezzi dei derivati del petrolio.
Di fronte alla recessione che stava portando con sé anche un principio di deflazione globale, gli Stati Uniti hanno reagito imprimendo un carattere fortemente espansivo alla propria politica fiscale e monetaria. Sono stati stampati e distribuiti fiumi di dollari, che hanno raggiunto milioni di famiglie, permettendo loro di sopravvivere più o meno indenni al rallentamento delle attività lavorative.
La stessa cosa l’ha fatta anche l’area dell’euro, sospendendo il patto di stabilità e consentendo agli Stati membri di espandere a dismisura il proprio debito. Anche la Banca Centrale Europea ha fatto la sua parte.
L’obiettivo principale delle misure anticicliche adottate in via emergenziale è stato ottenuto. Le economie sono sostanzialmente ripartite, alcune addirittura al galoppo, com’è stato per ora anche nel caso dell’Italia, che potrebbe terminare il 2021 con un incremento pari al 6% reale del proprio prodotto interno lordo.
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La dilatazione del debito pubblico e della massa dei mezzi di pagamento ha reso possibile il rimbalzo della domanda aggregata espressa dalle economie più energivore del mondo. Consumatori ed imprese hanno chiesto di tutto e la velocità di questo incremento è stata superiore alla capacità di assorbimento e reazione dei mercati.
Si sono avvertiti anche gli effetti di alcune strozzature della logistica, che risente in parte delle regolamentazioni imposte dalla necessità di non abbassare la guardia di fronte alla pandemia, non ancora del tutto domata.
Di fronte alla combinazione di stimolo fiscale ed incentivazione monetaria l’offerta ha reagito abbastanza elasticamente, ma la stessa cosa hanno fatto anche i prezzi. Ed ovviamente petrolio e gas sono fra i beni sui quali prima e più intensamente si è percepita la sollecitazione.
I dati sono chiari. Nel periodo che va dall’agosto 2020 all’ottobre 2021 il prezzo del Western Texas Intermediate – il più importante petrolio americano - che al picco dell’emergenza sanitaria era sceso addirittura in territorio negativo, è salito da 62,8 ad 84 dollari il barile, mentre il Brent si è portato da 65 ad 85. Ed esistono stime che danno per probabile il raggiungimento di quota 100.
Sul mercato del gas si è osservata una volatilità persino maggiore, con incrementi di prezzo che hanno raggiunto e superato il raddoppio.
Naturalmente, quanto accade sui mercati dell’energia ha rilevanti implicazioni anche dal punto di vista geopolitico. Ogni aumento del prezzo del petrolio e del gas trasferisce infatti ricchezza dai paesi consumatori ai produttori.
Nel caso del greggio non vi sono implicazioni ulteriori soltanto perché il petrolio è facilmente trasportabile anche via mare, senza che occorrano straordinari investimenti per sbarcarlo. Nel campo del gas, invece, le cose vanno diversamente.
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Il metano può infatti esser movimentato soltanto in due modi: o convogliandolo in lunghi gasdotti che collegano i siti d’estrazione ai mercati di sbocco - grandi opere pubbliche di rilievo internazionale che creano rapporti più stretti tra chi vende e chi compra - oppure ricorrendo alla tecnica della liquefazione e rigassificazione, che normalmente è preferita dai paesi che hanno buoni accessi al mare e si servono di navi appositamente modificate.
Non tutti gli Stati che importano gas si sono dotati di adeguate capacità di rigassificazione. Vi ha investito molto il Giappone, per evidenti motivi geografici e politici. Altri paesi, soprattutto quelli europei continentali, hanno invece preferito scommettere maggiormente sulle condotte e quindi importare metano dalla Russia piuttosto che dal Qatar o dagli Stati Uniti.
Tali circostanze significano adesso almeno due cose: la prima, che dopo un periodo assai difficile la Russia dovrebbe beneficiare di nuove maggiori entrate di valuta pregiata, fatto che dovrebbe permettere al Cremlino di gestire con maggior disinvoltura anche l’aggravarsi della pandemia nella Federazione. La seconda, che Mosca potrebbe recuperare parte dell’influenza perduta in Europa, riproponendosi nelle vesti di attore responsabile in grado di contribuire ad allentare le tensioni sui mercati internazionali.
Offrendo la disponibilità del proprio paese ad incrementare le forniture di gas dirette all’Unione Europea anche per calmierare i prezzi, il presidente Putin è in effetti riuscito a modificare le aspettative degli operatori economici, invertendo temporaneamente il rincaro del metano, prima che la freddezza dimostrata dagli Stati europei controbilanciasse questo effetto.
Non poteva d’altra parte essere diversamente. Diversi paesi dell’Unione temono l’accentuazione della propria dipendenza energetica dalla Federazione Russa e sono sulla stessa posizione anche gli Stati Uniti, che da anni esercitano pressioni sulle nazioni europee più recalcitranti affinché costruiscano impianti di rigassificazione.
Questa situazione produrrà verosimilmente due conseguenze significative: gli europei saranno costretti da impellenti ragioni politiche ad accettare la prospettiva dell’aumento dei prezzi del gas, mentre la Russia sarà incoraggiata ad accrescere ulteriormente le esportazioni di metano dirette alla Repubblica Popolare Cinese, la cui forte domanda energetica è del resto tra le cause degli attuali squilibri sui mercati.
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