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Il ddl Zan è morto, ma il gender nelle scuole no

© AP Photo / Efrem LukatskyBandiera arcobaleno
Bandiera arcobaleno - Sputnik Italia, 1920, 27.10.2021
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Affossato il ddl Zan al Senato, il disegno di legge contro l’omotransfobia torna così in Commissione Giustizia, da dove molto probabilmente non uscirà più. Esultano il centrodestra, i movimenti Pro Vita e le associazioni contro il gender che da mesi si battevano contro il ddl.
Il Senato, a scrutinio segreto, ha optato per la cosiddetta “tagliola” proposta da Lega e Fratelli d’Italia per il ddl Zan. L’esame del testo si ferma qui. Secondo Alessandro Zan Italia Viva “ha tradito il patto politico, le responsabilità sono chiare”. “Sconfitta l’arroganza Pd e 5 stelle Salvini”, così dal canto suo canta vittoria il leader della Lega Salvini.
Il ddl contro l’omotransofia puntava anche sull’identità di genere, uno dei fattori più divisivi del testo da mesi criticato dalle associazioni Pro Vita e dai movimenti contro il gender nelle scuole. Il ddl Zan è morto, ma il gender nelle scuole no. Sputnik Italia ha raggiunto per un’intervista in merito Giusy D’Amico, presidente dell’associazione “Non si tocca la famiglia”.
Il Senato della Repubblica - Sputnik Italia, 1920, 27.10.2021
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— Il Senato ha bloccato l’iter del ddl Zan. Giusy D’Amico, come commenterebbe questa svolta per la sua associazione?
— Il risultato di oggi sicuramente è un risultato che ci riempie di gioia perché hanno prevalso il buonsenso, il diritto, il principio di libertà con cui il nostro Paese è connotato. Ha prevalso anche il principio di costituzionalità: coloro che sono stati chiamati a votare hanno ragionato sugli aspetti che hanno spaccato un fronte molto compatto alla Camera. Questo fronte si è sgretolato di fronte ad un dibattito sempre più ampio nella società civile, culturale e politica. Tutta la campagna che è stata fatta in modo trasversale anche da un punto di vista scientifico da associazioni, politici, partiti ha fatto fallire un progetto senza fondamenti. Basti pensare all’inconsistenza dell’identità di genere che si voleva portare in forma obbligatoria nelle scuole attraverso l’articolo 7.
Inoltre era assolutamente improbabile pensare di poter giudicare una espressione, un pensiero, un modo di vedere la realtà oggettivo come nel caso della differenza fra maschio e femmina; non si sarebbe potuto condannare l’utero in affitto come una mercificazione del corpo delle donne e via dicendo. Come minino avremmo ricevuto lo stigma di omofobi, in seconda battuta se fossimo stati giudicati dal primo giudice di turno probabilmente saremmo stati sanzionati, se non addirittura mandati in carcere. Oggi siamo soddisfatti perché ha prevalso il buon senso.
— Anche senza una legge nuova il gender era già entrato nelle scuole e continuerà a farlo. Quali saranno i vostri prossimi passi in merito? Come vi muoverete?
— Innanzitutto l’uso del consenso informato preventivo, la nota circolare MIUR del 2018, era un libero esercizio della propria libertà di scelta educativa in merito ai temi trattati a scuola. Questo fino ad oggi era possibile. Saltando questo impianto ideologico continua a permanere una modalità già in uso nella scuola. Una vittoria di noi associazioni, che abbiamo visto però vacillare, questa libertà con il ddl Zan sarebbe stata messa all’angolo.
Noi ci siamo occupati di lavorare tutta l’estate con una squadra di esperti di altissimo livello ad una elaborazione di linee guida sulla fertilità, sulla sessualità e sull’educazione affettiva nelle scuole come risposta in ordine a contenuti e modalità a quelle che sono state le linee guida dalla Regione Lazio a giugno, da noi bloccate come associazione di genitori e di famiglie alzando la voce. Il MIUR ha ritirato la circolare finita in tutte le scuole sulle “strategie di intervento e promozione del benessere dei bambini e degli adolescenti con varianza di genere”.
Davanti a noi il gender è ancora uno spettro perché è entrato in tutte le scuole o quasi con varie modalità. Dobbiamo fare un grande plauso a tutti i genitori sentinella che in Italia ad oggi fanno un servizio di vigilanza nelle scuole e denunciano casi preoccupanti di matrice ideologica.
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— Vi sono sempre più trans, non binari, omosessuali nei cartoni animati, si parla ai più piccoli di fluidità di genere, la Lego ha abolito i giochi per bambini e bambine introducendo il concetto di “neutro”. La propaganda gender è ovunque. Non è ancora una battaglia vinta la vostra. Che cosa dovrebbero fare i genitori?
— Premetto che noi come associazione siamo dalla parte di tutta la lotta che va contro le discriminazioni, anche un solo caso di discriminazione verso una persona con l’orientamento omosessuale per noi sarebbe inaccettabile. Non vanno emessi giudizi sulla vita privata delle persone: ognuno è libero di pensare, agire e muoversi come crede. Altra cosa è instillare continuamente nella fascia infantile, quella dell’età evolutiva in cui fino all’età dell’adolescenza avanzata il terreno per costruire la propria identità è fragilissimo. Se a fronte di questo disagio si instillano nei bambini teorie di questo tipo - quando possiamo scegliere oggi di essere maschi, domani femmine, dopodomani di essere entrambe le cose - il bambino viene disorientato.
In questo senso diciamo alle famiglie di essere vigilanti sulle proposte che vengono fatte ai figli nelle scuole, è possibile attivare il parental control nei telefonini, bisogna tenere i più piccoli lontani da piattaforme come Tik Tok, Instagram e Facebook. I genitori per primi devono formarsi, le scuole devono essere garanzia della formazione e dell’informazione. Le famiglie devono essere vigili. Un genitore disattento o peggio consenziente non può preservare i figli da questo tipo di ondata ideologica. Ci vuole un lavoro di sinergia per proteggere l’infanzia e l’adolescenza.
L'opinione dell'autore può non rispecchiare la posizione della redazione.
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