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Germania a rischio sul nucleare in ottica 2030

© flickr.com / Ken LundCentrale nucleare
Centrale nucleare - Sputnik Italia, 1920, 25.10.2021
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Nel mondo continua a imperversare la crisi energetica che, per la sua potenza, è comparabile a un tornado di dimensioni globali.
Sullo sfondo delle significative difficoltà che stanno incontrando l’India, la Cina e la Gran Bretagna, la Russia pare essere invece un’isola felice, dove non si verificano blackout, non aumentano i prezzi, che non ha bisogno di richiedere forniture supplementari.
In Europa, invece, sta succedendo qualcosa di inimmaginabile. Il governo tedesco ha ricevuto una lettera aperta, sottoscritta da 25 noti ambientalisti e scienziati i quali richiedono che il legislatore tedesco si faccia coraggio e proroghi lo spegnimento delle ultime centrali nucleari a data da destinarsi.
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Non sappiamo quali calcoli e studi abbia effettuato questo gruppo di esperti, ma questi ultimi sono giunti all'unanime conclusione che lo spegnimento delle ultime centrali nucleari non solo non salverà l’ambiente, ma genererà ulteriori emissioni di gas serra. Secondo questi esperti, per la produzione di 8 MW di energia la centrale necessita di una quantità superiore di combustibile, con un conseguente aumento delle emissioni di CO2 di ben 20 milioni di tonnellate. Se effettivamente questi calcoli sono corretti, la Germania non solo non riuscirà ad adempiere al proprio programma di decarbonizzazione, che prevede entro il 2030 la riduzione del 65% delle emissioni, ma farà un salto indietro di 20 anni, rispetto alla sua tabella di marcia di progresso ambientale. I danni previsti saranno del 5% maggiori, rispetto al 1990, quando ancora non si parlava del contrasto ai cambiamenti climatici.
La storia dell’energia nucleare in Germania è un esempio del fatto di come, per assecondare le tendenze politiche, un Paese può scavarsi una fossa dalla quale potrà in futuro eroicamente salvarsi.
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Già all’inizio degli anni ’50 si capì che il mondo post-bellico avrebbe dovuto battersi per l’energia elettrica. Infatti, senza quest’ultima, sarebbe stato impossibile far progredire il comparto industriale e, pertanto, tutti i Paesi industrializzati rivolsero le loro attenzioni verso l’energia nucleare. Come accadde con gli armamenti, anche per il nucleare si svolse una corsa, sebbene non così evidente, per la supremazia su questa fonte energetica. Alla corsa per il nucleare parteciparono l’Unione Sovietica e le nazioni del blocco occidentale.
Il primo reattore nucleare industriale in URSS fu avviato nel 1954 a Obninsk, mentre negli USA 4 anni più tardi: la prima centrale nucleare di Shippingport fu inaugurata personalmente da Eisenhower.
Per gli americani che controllavano in toto la Germania dell’Ovest, il nucleare era una questione di prestigio per emulare l’URSS. Per questo, già nel 1960, la General Electric, in collaborazione con l’allora consorzio Siemens della Germania dell’Ovest, costruì e avviò nella cittadina di Karlstein am Main (Baviera) la prima centrale nucleare tedesca. Si trattava di una centrale quasi primitiva, rispetto agli standard attuali, con un obsoleto reattore BWR, in cui l’acqua veniva utilizzata sia come agente refrigerante, sia come ritardante. Come combustibile, invece, si utilizzava l’ossido di uranio arricchito.
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La centrale Kahl aveva una potenza di soli 15 MW, ma fu proprio questo impianto a dare avvio al programma nucleare statale.
Poi si registrò uno sviluppo importante. Infatti, nel decennio seguente, in Germania fu costruita una rete di centrali nucleari, la cui potenza crebbe a dismisura. Leopoldshafen, Jülich, Gundremmingen, Obrigheim, Lingen: questi sono solo alcuni degli impianti risalenti a quel periodo. Il programma nucleare tedesco, avviato con la modesta centrale di Kahl, verso il 1972 crebbe fino all’avviamento della centrale di Stade, che vantava una potenza di ben 640 MW.
L’Unione Sovietica rispose nel 1966 con l’avviamento nella Germania dell’Est della centrale Rheinsberg. Successivamente, tra il 1974 e il 1979 furono costruiti 4 impianti con reattori ad acqua pressurizzata (VVER) nella città di Greifswald. La stessa che oggi è attraversata dalle tubazioni del Nord Stream-2.
A tal proposito, una piccola digressione su un fatto storico interessante. Una delle condizioni vincolanti per la riunificazione della Germania fu la tempestiva chiusura dei 5 reattori in entrambe le centrali sovietiche. Questo avvenne senza indugio nel 1990. Rimane, però, ancora da capire perché lo stesso trattamento non fu riservato a nessuna centrale nucleare statunitense.
Prima dell’incidente della giapponese Fukushima, in Germania erano operativi 17 reattori che producevano oltre un quarto di tutta l’energia elettrica nazionale (133 terawattora, dati 2011). Ma nell’agosto di quell’anno entrò in vigore il tredicesimo emendamento della legge internazionale Nuclear Power Act, che impose alla Germania di chiudere tempestivamente una serie di centrali nucleari in funzione.
An aerial view shows the storage tanks for treated water at the tsunami-crippled Fukushima Daiichi nuclear power plant in Okuma town, Fukushima prefecture, Japan February 13, 2021, in this photo taken by Kyodo. - Sputnik Italia, 1920, 15.04.2021
È pericoloso smaltire l’acqua della centrale nucleare Fukushima-1?
I produttori di energia e i proprietari delle centrali tentarono di far sentire la loro voce, adendo la Corte costituzionale federale, ma furono ignorati. Di conseguenza, nell’arco di soli 3 mesi, furono spente le centrali Biblis A e B, Brunsbüttel, Isar 1, Krümmel, Neckarwestheim 1, Phillipsburg 1 e Unterweser.
Per una insolita concausa di circostanze, in quel periodo si registrò anche una brusca impennata dei volumi di importazione del gas naturale. Mentre nel 2011 Berlino aveva acquistato poco più di 80 miliardi di m3 di gas, nel 2015 superò i 100 e, con la chiusura delle centrali nucleari, le importazioni non fecero che aumentare.
Proprio per questo motivo, considerata anche la situazione in cui versa oggi il mercato energetico, ci permettiamo di ipotizzare che la richiesta insistente degli autori della summenzionata lettera non sia affatto legata a questioni di natura ambientale. L’industria tedesca sta soffrendo per la carenza di energia elettrica, che non può essere colmata senza tenere in funzione i 6 reattori. Oggi, l’energia nucleare in Germania presenta una capacità nominale di 8 GW. La chiusura entro fine anno dei siti Brokdorf, Grohnde e Gundremmingen C dimezzerà la produzione di energia elettrica dal nucleare.
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Si consideri poi che la Germania esporta energia elettrica in Austria, Polonia, Olanda e Repubblica Ceca, dunque è a repentaglio non solo la ripresa dell’economia tedesca, ma anche l’adempimento di contratti di fornitura esterna, che garantiscono alle casse federali dei ricavi non indifferenti.
Credere che dei difensori dell’ambiente abbiano smesso all’improvviso di odiare il nucleare è quantomeno difficile. Non esistono coincidenze del genere dell’arido mondo dei soldi e della concorrenza. È invece assai più verosimile che l’Europa sia interessata, nel breve termine, da un repentino cambiamento di retorica e linea politica.
Già diversi Paesi hanno annunciato la loro intenzione di abbandonare il nucleare: Spagna (6 reattori), Svizzera (4), Belgio (7) e Svezia (6). Eurostat Statistics riferisce che in UE il nucleare consente la produzione del 26% dell’energia elettrica. Se la politica continuerà sull’insensato cammino della decarbonizzazione, si distruggerà l’intera rete elettrica europea.
E noi, non a caso, dicevamo che l’approccio geopolitico è cambiato. In Svezia, che prima conservava gelosamente le sue centrali nucleari, due settimane fa, per via di una importante carenza di energia, è stata rimessa in funzione la centrale termoelettrica Karlhamn. Questa utilizza come combustibile il bismuto, il che va contro ogni precetto dell’ambientalismo.
Pazientiamo ancora un po’ e aspettiamo di vedere quale sarà il prossimo passo di questa società così attenta all’ambiente.
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