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Ausl di Piacenza restituisce alle famiglie gli oggetti delle vittime Covid per dare l’addio “negato”

© Foto : Selvaggia LucarelliLe bare in attesa di sepoltura al Cimitero di Santa Maria dei Rotoli a Palermo
Le bare in attesa di sepoltura al Cimitero di Santa Maria dei Rotoli a Palermo - Sputnik Italia, 1920, 25.10.2021
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L’Ausl di Piacenza, fra le città più colpite dalla pandemia, attraverso un toccante annuncio alla popolazione cerca i parenti delle vittime del Covid per restituire loro gli effetti personali dei loro cari conservati in ospedale. Ricordi che permettono di dare l’addio “negato” ai famigliari strappati via dal Covid.
Fedi, bigliettini, vestaglie, scarpe, cellulari, l’azienda sanitaria di Piacenza ha conservato gli oggetti con un grande valore affettivo dei pazienti che hanno perso la vita ed ha avviato un’iniziativa per restituirli ai loro parenti. Cinquecento sacchi di oggetti che non hanno un alto valore economico, ma che per i parenti delle vittime rappresentano un modo per elaborare il lutto e la scomparsa dei loro cari nell’era Covid.
Sputnik Italia ha raggiunto alcuni dei responsabili dell’iniziativa dell’Ausl di Piacenza: Elisabetta Tinelli, U.O. Affari generali e legali e Paola Cella, dirigente medico di Direzione medica.
Elisabetta Tinelli, parlateci della vostra iniziativa. Di che cosa si tratta?
— Noi come Ausl di Piacenza, uno dei territori più colpiti durante la prima fase della pandemia, da subito abbiamo avuto l’esigenza di dover coordinare la restituzione di una serie di effetti personali, conservati presso i nostri stabilimenti ospedalieri. Si tratta di oggetti che i parenti dei pazienti non sono riusciti a ritirare per diversi motivi. La nostra azienda ha deciso di istituire un gruppo formato per la parte di coordinamento dalla dottoressa Di Girolamo, dirigente medico delle professioni sanitarie, per la parte sanitaria dalla dottoressa Cella della direzione medica, per la parte legale dall’U.O. Affari generali e legali e infine dagli operatori della camera mortuaria.
Questo percorso è iniziato fin da subito, da giugno del 2020, ed è partito dai reparti grazie all’impegno degli operatori sanitari. Abbiamo totalizzato 500 sacchi di beni che erano gestiti da noi attraverso due container forniti dalla protezione civile. Successivamente siamo arrivati ai beni di cui purtroppo non riuscivamo ad identificare i pazienti. È nata qui l’intenzione di mettere un avviso alla popolazione per chi riconoscesse gli oggetti rimasti appartenenti ai propri famigliari.
— Avete riconsegnato tanti oggetti, ma ci sono altri ricordi ancora in cerca di famiglia?
Abbiamo riconsegnato più del 70% dei beni. Rimangono non identificati una settantina di sacchetti contenenti beni a cui non diamo un valore economico elevato, bensì emotivo: fedi, catenine, portafogli, protesi, orologi, cellulari, carica batterie.
L’obiettivo dell’azienda è stato mantenere e conservare anche gli indumenti, che siamo riusciti in gran parte a restituire ai parenti dei pazienti.
Ci siamo resi conto durante la riconsegna che molti parenti ci chiedevano espressamente gli indumenti con cui i parenti erano partiti da casa ed erano stati ricoverati in ospedale.
© Foto : fornita dall'ufficio stampa Ausl PiacenzaGli oggetti delle vittime del Covid
Gli oggetti delle vittime del Covid - Sputnik Italia
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© Foto : fornita dall'ufficio stampa Ausl PiacenzaGli oggetti delle vittime del Covid
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L’iter per risalire ai parenti dei pazienti è difficile?
È difficile, perché nei maggiori momenti di affluenza in ospedale, come marzo e aprile, avevamo 160 ingressi al giorno in pronto soccorso. Abbiamo registrato più di 900 morti nel periodo acuto. Il grande afflusso comportava per i reparti una certa difficoltà nel riuscire a catalogare e ad associare ogni oggetto al singolo paziente. Abbiamo avuto un numero minimo di beni che non riusciamo ad individuare ulteriormente.
— A causa del Covid i pazienti se ne andavano senza il conforto dei propri cari. Paola Cella, possiamo dire che questa è una delle caratteristiche più drammatiche della pandemia?
Sì, senza dubbio. Il più delle volte il parente salutava il malato in procinto del caricamento nell’ambulanza per poi non rivederlo più in vita. Non hanno potuto assisterli durante le fasi di cura, non sono riusciti a dare loro l’ultimo saluto. Come sappiamo, non si potevano fare i funerali, spesso i parenti in quanto contatti stretti del malato erano in isolamento. Non c’erano più contatti se non attraverso i tablet e i telefonini. I parenti non avevano altro ricordo che il momento del saluto prima dell’ospedale con la speranza di rivedersi.

Anche solo un biglietto, l’ultimo messaggio da trovare sul telefono poteva essere per i famigliari una sorta di conforto o un legame ancora vivo con il parente che non aveva mai salutato. Spesso abbiamo ricevuto la richiesta della vestaglia, che aveva un valore affettivo impagabile, così come una pochette contenente magari lo spazzolino da denti. C’erano parenti interessati ad un semplice biglietto. C’è chi non ha voluto avere gli oggetti del parente per non riaprire ferite ancora non rimarginate. Abbiamo vissuto tante emozioni diverse durante questa fase.

— Elisabetta, quali sono gli oggetti o le storie che vi sono rimasti più impressi?
Al di là dell’esperienza della pandemia che è stata per chiunque lavori in un’azienda ospedaliera tragica, nello specifico la riconsegna di questi effetti per chi l’ha effettuata ha determinato una sorta di elaborazione del lutto. Solitamente quando si incontrava il parente avveniva uno scambio di esperienze volte a cercare di rincuorarsi a vicenda. Abbiamo trovato nella popolazione un significativo abbraccio e loro hanno trovato un nostro abbraccio nei loro confronti. Ci si parlava più con gli occhi che con le parole. Sono state tante le storie per una città come la nostra che ha vissuto in modo tragico la pandemia. In alcun casi il Covid ha falciato intere famiglie…
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— Con la vostra iniziativa grazie ai ricordi conservati possiamo dire che i parenti hanno avuto la possibilità di dare l’addio negato ai propri parenti?
La nostra politica è stata conservare anche gli indumenti. È soprattutto sugli indumenti che abbiamo visto questa dinamica. Il rimpossessarsi da parte dei parenti della vestaglia, del giubbotto o delle scarpe del loro caro ha mostrato l’esigenza di voler chiudere un cerchio. Un momento molto simbolico.
Per contattare i responsabili del percorso di restituzione è possibile scrivere una mail a urp@ausl.pc.it
L'opinione dell'autore può non coincidere con la posizione della redazione.
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