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Gli sfuggenti “superdiffusori”: perché il COVID-19 si è diffuso così rapidamente?

© CDCQuesta illustrazione, creata presso i Centers for Disease Control and Prevention (CDC), rivela la morfologia ultrastrutturale esibita dai coronavirus. Si notano le punte che adornano la superficie esterna del virus, che conferiscono l'aspetto di una corona che circonda il virione, se vista elettronicamente. Un nuovo coronavirus, chiamato Sindrome respiratoria acuta grave coronavirus 2 (SARS-CoV-2), è stato identificato come la causa di un'epidemia di malattia respiratoria rilevata per la prima volta a Wuhan, in Cina, nel 2019. La malattia causata da questo virus è stata chiamata malattia da coronavirus 2019 (COVID-19).
Questa illustrazione, creata presso i Centers for Disease Control and Prevention (CDC), rivela la morfologia ultrastrutturale esibita dai coronavirus. Si notano le punte che adornano la superficie esterna del virus, che conferiscono l'aspetto di una corona che circonda il virione, se vista elettronicamente. Un nuovo coronavirus, chiamato Sindrome respiratoria acuta grave coronavirus 2 (SARS-CoV-2), è stato identificato come la causa di un'epidemia di malattia respiratoria rilevata per la prima volta a Wuhan, in Cina, nel 2019. La malattia causata da questo virus è stata chiamata malattia da coronavirus 2019 (COVID-19). - Sputnik Italia, 1920, 21.10.2021
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La stragrande maggioranza dei contagi da COVID-19 è prodotta da un numero relativamente contenuto di infetti. Gli scienziati definiscono questi soggetti “superdiffusori” e imputano a loro la rapida diffusione dell’infezione.
Soltanto grazie alle campagne di somministrazione massiva di tamponi si è riusciti a gettare luce sul mistero della comparsa della pandemia in Europa.

La “partita zero”

Durante la primavera del 2020 l’Italia è stata l’epicentro della pandemia in Europa. Le statistiche ricordavano i comunicati dal fronte e le immagini degli ospitali e degli obitori terrorizzarono il mondo intero. Bergamo continua ad essere la città al mondo più colpita in assoluto dal COVID-19.

Pareva che l’infezione si stesse diffondendo rapidamente, trasmettendosi a catena di persona in persona. Le autorità introdussero rigide misure di quarantena, imponendo alla popolazione di rimanere in casa e ridurre al minimo i contatti. Gli epidemiologi tentarono di ripercorrere la cronologia dei contagi, per trovare il paziente zero. Ma si scoprì che tutto era cominciato non tanto con un soggetto, che nello specifico avrebbe portato l’infezione del Paese, ma con una partita di calcio, divenuta in seguito nota come “partita zero”.

Due giorni prima del primo caso appurato di COVID-19 in Italia, il 19 febbraio, a Milano si tenne una partita di calcio tra l’Atalanta e il Valencia. Le tribune del San Siro, che possono ospitare oltre 80.000 persone, erano gremite, ma non a pieno regime. Dalla Spagna erano presenti circa 2.500 tifosi. L’Atalanta vinse 4 a 1 e, dopo la partita, i tifosi italiani andarono a festeggiare al bar, rimanendo fuori fino al mattino. Mentre gli sconfitti spagnoli ritornarono a casa.
Dopo qualche giorno iniziò la confusione in entrambi i Paesi. Il 35% dei calciatori spagnoli risultò positivo al coronavirus. A Valencia si registrarono 2.600 contagi. A Bergamo, dopo una settimana, si ammalarono 7.000 persone, di cui 1.000 persero la vita.
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Implicazioni della partita zero

Ogni malato deve essere anzitutto isolato, per comprendere poi con chi è entrato in contatto negli ultimi giorni. Poi delle figure preposte, i contact tracer, contattano le persone con cui il paziente ha dichiarato di essere entrato in contatto, per suggerire anche a loro le misure di quarantena. Il tracciamento a ritroso dei contatti dovrebbe consentire di spezzare la catena del contagio e rilevare la fonte originaria dello stesso.
Questo sistema è stato applicato in molti Paesi. Discreto successo nella sua implementazione è stato registrato in Corea del Sud, Vietnam, Giappone e Taiwan, ma anche in Cina, USA e Gran Bretagna. In Italia e Spagna, invece, le autorità sanitarie non sono riuscite a rintracciare il paziente zero e nemmeno a capire chi avesse portato il coronavirus nello stadio milanese.
Le ricerche hanno evidenziato che l’80% dei contagi è legato a soltanto il 10% dei soggetti infetti. Si tratta dei cosiddetti superdiffusori, i quali, per qualche ragione ancora poco compresa, presentano un'elevatissima carica virale nell’organismo e nella saliva. Questi soggetti sono particolarmente pericolosi nei luoghi in cui vi sono grandi assembramenti di persone.
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Gli scienziati ipotizzano che proprio uno di questi superdiffusori fosse presente al San Siro. E probabilmente non ce ne fosse soltanto uno. Questi soggetti hanno infettato 7.000 persone, inclusi i giocatori in campo. A Bergamo, il secondo paziente con tampone positivo fu un giornalista sportivo, che durante la partita si trovava in cabina stampa.
Gli scienziati spagnoli hanno tentato di approfondire l’origine del virus “milanese” a livello genetico. Hanno studiato una catena di contagio di almeno 24 persone infettate da un solo tifoso della partita zero. Da 12 di questi soggetti sono stati prelevati dei campioni per il sequenziamento. In tutti i campioni è stata rilevata la variante genetica SEC8 importata dall’Italia. Oltre a Valencia, più o meno nello stesso periodo la variante è stata registrata anche a Madrid, nei Paesi Baschi, a La Rioja e in Andalusia.
Gli autori dello studio non pensano che questi altri casi siano legati all’evento di San Siro. A febbraio, infatti, non erano ancora state imposte le restrizioni e dall’Italia vi era un flusso verso la Spagna di oltre 11.000 persone al giorno.

Soggetti pericolosi in luoghi pericolosi

Il primo caso registrato documentalmente di superdiffusione del COVID-19 al mondo si è verificato poco prima della “partita zero”, a inizio febbraio, in Corea del Sud.
Un’anziana parrocchiana della setta Shincheonji nella città di Taegu partecipò in 3 giorni a 2 adunate in chiesa, a ognuna delle quasi erano presenti oltre 500 persone. Partecipò anche a un buffet in un hotel. Secondo i dati del Centro coreano di profilassi, la donna infettò 1.160 persone e, se consideriamo i contatti secondari, il numero sale a 5.000.
Nel mese di marzo del 2020 in Malesia e India, durante eventi religiosi, si sono infettate rispettivamente oltre 3.000 e 4.000 persone. Successivamente, si sono registrati focolai isolati che hanno coinvolto 1.500-2.000 persone l’uno, presso aziende in Malesia, Canada, USA e Germania, in mercati in India e Sri Lanka, su navi e basi militari.
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Praticamente in tutte le carceri americane, tra marzo e luglio 2020, si sono registrati casi di superdiffusione, con contagi tra le 500 e le 2.500 persone.
Ad oggi, per via del fenomeno di superdiffusione, si contano oltre 2.000 eventi, secondo le stime della Scuola di igiene e medicina tropicale di Londra. Gli scienziati di questa istituzione ritengono che la prevenzione di tali eventi debba essere alla base della strategia di contrasto all’epidemia. In tal senso, un ruolo centrale è quello rivestito dalla vaccinazione: infatti, sebbene il vaccino non dia una protezione al 100%, qualora si raggiungesse l’immunità di gregge, si potrebbe di fatto escludere il fenomeno della superdiffusione.
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