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Otto-mani in pasta dovunque: la strategia della Turchia di Erdoğan

© REUTERS / PRESIDENTIAL PRESS OFFICETurkish President Tayyip Erdogan addresses members of parliament from his ruling AK Party (AKP) during a meeting at the Turkish parliament in Ankara, Turkey, February 10, 2021
Turkish President Tayyip Erdogan addresses members of parliament from his ruling AK Party (AKP) during a meeting at the Turkish parliament in Ankara, Turkey, February 10, 2021 - Sputnik Italia, 1920, 20.10.2021
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L’ambizione turca di recuperare l’influenza che il Paese vantava durante l’impero ottomano non nasce con Erdoğan, ma già era ben presente nella politica dei suoi predecessori.
Con l’attuale Sultano, indubbiamente, tale progetto ha acquisito una nuova forza, che deriva soprattutto da due fattori: la fine della guerra fredda, con il relativo affacciarsi di nuovi scenari geopolitici, e un forte incremento dell’economia turca, che è andata sviluppandosi almeno fino a tre/quattro anni fa.
Confortata dalla strategia elaborata dall’intellettuale/politico Ahmet Davutoğlu, Ankara ha reso sempre più evidente il proprio desiderio egemonico, cominciando a giocare contemporaneamente e con spregiudicatezza su più fronti, infischiandosene delle alleanze (la Nato) e di legami storici di lunga durata, come quello con Israele.
L’ambizione più acclarata riguarda il vicino Medio Oriente, ove si presenta un'evidente contrapposizione ai confliggenti desideri di Arabia Saudita e Iran. Evitando di fare lo stesso errore di Trump, e cioè di dichiarare guerra a tutti i nemici nello stesso momento, Erdoğan ha messo sotto il tappeto l'oggettiva rivalità con l’Iran, per concentrarsi contro l’Arabia Saudita e i suoi alleati, in particolare gli Emirati Arabi.

Il conflitto con i sauditi trova il suo humus nella volontà di entrambi di porsi come “tutori “della cultura islamica, ed è proprio questa la ragione per cui la necessità di ottenere il consenso del mondo arabo ha avuto come immediata conseguenza la conflittualità, a volte molto marcata, con Israele.

È proprio con l’alibi della cultura islamica che Erdoğan si è fatto sponsor dei Fratelli Musulmani in Egitto, altro Paese che, da sempre, aveva ritenuto di essere il più titolato interprete di quel mondo.
L’eliminazione dal governo dei Fratelli, per opera dei militari locali guidati da Al Sisi, ha privato Ankara di un forte sostegno geopolitico e ha inacidito le relazioni con il Cairo.
Anche in Maghreb la Turchia supporta i Fratelli Musulmani, e lo stesso fa in Libia, a favore di forze islamiche interne al governo di Tripoli. In Tunisia, sponsorizza il partito islamico Enhada.
Il ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale italiano Luigi Di Maio e il suo omologo turco Mevlut Cavusoglu - Sputnik Italia, 1920, 05.08.2020
Italia-Turchia telefonata tra i due ministri degli Esteri Di Maio e Cavusoglu

Ottomani 2.0: la strategia della Turchia oggi

Durante tutto il periodo ottomano, la Turchia aveva raggiunto una grande dimensione territoriale, ma oggi, cambiati i tempi, non cerca espansioni di territorio, bensì punta piuttosto a controllare quelle aree, limitandosi a sostenere finanziariamente e, se necessario, con la fornitura di armamenti i proxi locali.
Applica lo stesso tipo di approccio anche al Corno d’Africa, all’Etiopia, al Sudan e al Sahel. In queste aree è sempre la comunanza religiosa che offre la copertura alle azioni turche.
Nel Sudan, da tempo si sta riattivando il porto di Suakin, sul mar Rosso, che costituiva uno dei maggiori porti ottomani fin da quando, nel XV secolo, i turchi controllavano tutto il Paese. L’operazione era stata resa possibile durante il regime dell’autocratico Omar Bashir. Quando costui fu estromesso dal potere, ci furono momenti di tensione con il nuovo regime, ma, lo scorso agosto, i legami sono stati rinfrancati da un memorandum of understanding, che prevede un'approfondita collaborazione nei settori bancario, dell’energia e, soprattutto, della difesa.
In Etiopia, Ankara è diventato il terzo più grande investitore straniero nel Paese, dopo la Cina e l’Arabia Saudita.
Tuttavia, è la Somalia il Paese dove la Turchia è riuscita a diventare il più importante partner straniero. L’operazione Simpatia cominciò durante la crisi alimentare che devastò quel Paese nel 2011. Ankara intervenne con importanti aiuti alimentari, distribuiti attraverso gruppi islamisti locali alleati. I legami creatisi hanno poi consentito che, nel 2017, la Turchia fosse autorizzata a stabilire a Mogadiscio la più importante base militare turca al di fuori del proprio territorio.
Anche nel Sahel sta diventando sempre visibile la presenza della lunga mano di Erdoğan. In Paesi come il Niger, la Mauritania e il Burkina Faso, Ankara ha saputo trarre vantaggio dal crescente sentimento antifrancese, sopperendo alla graduale diminuzione della presenza di quest’ultima, presentandosi come un partner alternativo per la sicurezza delle élite locali.

Accordi di cooperazioni militari, fornitura di armi made in Turchia, costruzioni di moschee e di ospedali hanno fatto diventare Ankara una vera antagonista alle azioni di Stati Uniti, Francia e Cina in tutta la regione.

© Sputnik / Vai alla galleria fotografica"No alla NATO", protesta fuori dalla stazione radar di Kuregik in Turchia
No alla NATO, protesta fuori dalla stazione radar di Kuregik in Turchia - Sputnik Italia, 1920, 19.10.2021
"No alla NATO", protesta fuori dalla stazione radar di Kuregik in Turchia
Come mai, nonostante la crisi economica che da qualche anno attanaglia il Paese, la Turchia continua a perseguire una strategia da grande potenza?
La risposta si trova in due fattori.
1.
Da un lato, alcuni dei Paesi sopramenzionati sono ricchi di materie prime, necessarie per lo sviluppo industriale turco.
2.
Dall’altro, Ankara sente la necessità di garantirsi il controllo delle principali vie di comunicazione che la collegano con il Mediterraneo e l’Oceano Indiano.
Il punto di forza di Ankara è da tempo il controllo del Bosforo e dei Dardanelli. Non si tratta però di un punto di forza assoluto, poiché occorre considerare che la Grecia controlla decine di isole vicine allo sbocco degli Stretti e, in caso di conflitto, potrebbe agire per bloccarne il transito.
La marina turca è tuttora non in grado di mettersi alla pari con, ad esempio, quella della più piccola Grecia; e poter contare su sicuri amici in zone strategicamente importanti può, almeno parzialmente, supplire le attuali mancanze. Intanto, crisi economica permettendo, cerca di potenziare e modernizzare aviazione e marina.

I punti deboli della Turchia oggi

La Turchia non ha riserve proprie di energia e dipende pesantemente dalle forniture russe e iraniane. In cambio, è riuscita a trasformarsi in un hub per la fornitura di tali prodotti all’Europa ed è questo che le consente di godere di un potere negoziale forte (e possibilità di ricatto) con Bruxelles. In aggiunta, anche la presenza di milioni di profughi desiderosi di arrivare in Europa è un’altra delle armi politiche che Ankara ha dalla sua.
Il punto debole della Turchia di oggi è la crisi economica che la attanaglia e che ha spinto molti investitori occidentali a lasciare il Paese. L’economia e la Lira turca continuano a soffrire e ciò rende sempre più pesante il perseguimento di grandi ambizioni. È per cercare di trovare un qualche sollievo a questa situazione che Erdoğan, dopo aver per lungo tempo snobbato la Nato e reagito con sprezzo alle accuse di chi gli rimprovera metodi poco democratici, sta cercando di recuperare i rapporti con gli Stati Uniti, gli Emirati Arabi e l’Arabia Saudita.
Spera così di poter riottenere la fiducia di potenziali investitori.
© SputnikIstanbul, a un tavolino di un cafè nel quartiere asiatico di Kadikoy
Istanbul, a un tavolino di un cafè nel quartiere asiatico di Kadikoy - Sputnik Italia, 1920, 19.10.2021
Istanbul, a un tavolino di un cafè nel quartiere asiatico di Kadikoy

Turchia e Russia: amici mai

Una nota a parte meritano i rapporti con la Russia. Dopo gli anni della guerra fredda, durante i quali la Turchia fu totalmente allineata con gli alleati della Nato, recentissimamente ha stretto relazioni amicali con la Russia.
Lo ha però fatto senza mai rompere in modo irreparabile con gli alleati precedenti, sperando così di ottenere il meglio da entrambi. In un qualche senso ci sta riuscendo: nonostante le forti critiche americane, ha concluso con Mosca l’acquisto di un sistema missilistico russo, la progettazione di una centrale nucleare e la realizzazione del nuovo gasdotto Turkstream.
Che tale amicizia non sia, tuttavia, immune da possibili incomprensioni lo dimostra il fatto che Ankara strizza contemporaneamente l’occhio anche a chi si pone con evidente ostilità contro il Cremlino. Suona per lo meno stonato l’accordo firmato recentemente con Kiev, che prevede con l’Ucraina una specie di alleanza militare, e altrettanto sgradite a Mosca le parole di Erdoğan in merito a una Crimea che, nonostante il referendum che ha sancito il contrario, lui considera come parte integrante dell’Ucraina.
L'opinione dell'autore può non rispecchiare la posizione della redazione
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