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Danimarca: L’immigrazione non occidentale costa più di 4 miliardi di euro l’anno

CC BY-SA 3.0 / Wikipedia / Il Ponte del Grande Belt, Danimarca
Il Ponte del Grande Belt, Danimarca - Sputnik Italia, 1920, 18.10.2021
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Il leader del Partito popolare danese, all’opposizione, ha definito "astronomico" il costo annuo di 4,14 miliardi di euro sborsati dallo Stato per l’immigrazione non occidentale e ha proposto un programma di espulsioni, mentre il ministro per l’Immigrazione ha al contrario sottolineato che la spesa sarebbe diminuita rispetto ad alcuni anni passati.
Tutti i paesi dell'UE e dell'Europa insieme a Stati Uniti, Canada, Australia e Nuova Zelanda sono considerati occidentali per la particolare contabilità danese che ha voluto calcolare una suddivisione per centri di costo relativamente alla sua immigrazione. A sua volta le persone di origine non occidentale sono divise in immigrati e discendenti, in base al luogo di nascita. Recentemente le autorità hanno voluto introdurre una ulteriore suddivisione, quella dei paesi MENAPT, vala a dire Medio Oriente, Nord Africa più Pakistan e Turchia. Le persone delle nazioni MENAPT costituiscono il 55% di tutti gli immigrati e discendenti non occidentali nel 2018, ma sono costate allo stato l'incredibile cifra di 24 miliardi di corone danesi, cioè più di 3 miliardi di euro.
In tutto, i dati del 2018 dicono che l’immigrazione non occidentale è costata 31 miliardi di corone danesi, cioè la bellezza di 4,14 miliardi di euro, secondo il rapporto del ministero delle finanze, in attesa dei dati riguardanti gli anni successivi che ancora devono essere analizzati.
Il dato si basa sulla spesa statale per i servizi pubblici relativi all'immigrazione e sui benefici assistenziali ricevuti dagli immigrati. Include anche le spese statali per assistenza sanitaria, assistenza all'infanzia, istruzione e cultura. Dal totale, invece, sono stati invece detratti i contributi fiscali apportati dai migranti quindi si tratterebbe di una cifra netta.
Tuttavia il ministero delle Finanze del paese scandinavo ha accolto con favore il dato, affermando che la cifra sarebbe inferiore, di 267 milioni di euro, rispetto al 2017 e di quasi un miliardo e mezzo in meno rispetto al 2015.
Il ministro per l'Immigrazione e l'Integrazione Mattias Tesfaye ha salutato il calo della spesa totale per i migranti non occidentali come un successo per la politica del Paese.
"Sono felice che mostri che la spesa netta per immigrati e discendenti continui a diminuire. È una buona notizia. La rigorosa politica sull'immigrazione funziona", ha detto Tesfaye, come citato dal quotidiano Avisen. "Ecco perché il governo vuole introdurre un obbligo di 37 ore di lavoro, dove deve esserci una stretta connessione tra gli sforzi dei cittadini e i benefici. Vogliamo sostituire la logica dei benefici esistenti con una logica di lavoro", ha detto Tesfaye.
Al contrario, il presidente del Partito popolare danese, all’opposizione, il nazional-conservatore, Kristian Thulesen Dahl, ha definito i dati come "astronomici", esortando a ridurre tale spesa per rafforzare il benessere danese.
Per raggiungere questo obiettivo, il Partito popolare danese insieme all'ex ministro dell'immigrazione Inger Støjberg, ha proposto di espellere il 70% degli immigrati entro il 2030, se hanno commesso qualcosa di criminale, non hanno imparato il danese o sono stati disoccupati per troppo tempo.
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