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Le elezioni irachene tra astensionismo e proteste: "Voto fondamentale per la stabilità"

© REUTERS / Thaier Al-SudaniViola Von Cramon, capo della missione di osservazione elettorale dell'UE nella Repubblica dell'Iraq, visita un seggio elettorale durante il voto anticipato per le elezioni parlamentari irachene, a Baghdad, Iraq, 8 ottobre 2021.
Viola Von Cramon, capo della missione di osservazione elettorale dell'UE nella Repubblica dell'Iraq, visita un seggio elettorale durante il voto anticipato per le elezioni parlamentari irachene, a Baghdad, Iraq, 8 ottobre 2021. - Sputnik Italia, 1920, 14.10.2021
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Sputnik Italia ha intervistato Marco Campomenosi, capo delegazione della Lega al Parlamento europeo e unico italiano a partecipare alla missione dell'Ue per il monitoraggio delle elezioni in Iraq.
Un voto arrivato mesi prima del previsto per effetto delle proteste del 2019, quando migliaia di giovani scesero in piazza per manifestare contro la corruzione, ma che è stato caratterizzato da un’affluenza al minimo storico, tanto che si è parlato di un vero e proprio boicottaggio delle urne.
Ad affermarsi, nella quinta consultazione elettorale che va in scena in Iraq dalla caduta di Saddam Hussein, è stato il partito del religioso sciita Moqtada al-Sadr. Ma tra la popolazione c’è chi denuncia l’impossibilità di realizzare elezioni davvero libere nella situazione attuale, caratterizzata da importanti criticità sul fronte politico, economico e della sicurezza. E in molti dichiarano di aver perso la fiducia nel futuro.
Sputnik Italia ne ha parlato con Marco Campomenosi, capo delegazione della Lega al Parlamento europeo e componente della delegazione per le relazioni con l’Iraq, di ritorno dalla missione di monitoraggio delle elezioni nel Paese.
- Lei è stato l’unico italiano a partecipare, ci racconta in che clima si sono svolte queste elezioni?
- Il clima in cui si sono svolte le elezioni, facendo le debite proporzioni rispetto all’Occidente, è stato buono. Certo, nel testo che abbiamo redatto contenente l’analisi della missione di osservazione elettorale dell’Ue abbiamo denunciato intimidazioni a donne, candidati indipendenti, rappresentanti delle minoranze. È emerso anche un limite della legge elettorale che non prevede una soglia massima per i fondi che possono essere spesi dai candidati, quindi c’erano sicuramente molti candidati svantaggiati.
Ma rispetto a periodi storici in cui a Baghdad esplodevano tra le dieci e le quindici autobombe al giorno, oggi possiamo dire che la situazione sia nettamente migliore. Va ricordato che se ci sono state elezioni anticipate lo si deve anche ai moti dei giovani, quindi si è trattato di una consultazione frutto del malcontento diffuso e manifestato dalle nuove generazioni contro la corruzione e dell’auspicio di un reale e concreto cambiamento che porti l’Iraq verso un futuro di sviluppo.
- Ad affermarsi alle urne è stato il movimento di Moqtada al-Sadr. Cosa significa per il futuro del Paese?
- L’affermazione di al-Sadr è stata netta, così come netto è stato il calo di alcune forze legate alle milizie e su posizioni ancora più vicine al mondo sciita. Sottolineo un altro dato: il Partito Democratico del Kurdistan (Kdp), in Kurdistan ha avuto un’affermazione forte, anche a Kirkuk, a differenza dell’ultima consultazione elettorale.
Ci sono varie ipotesi di lettura dei risultati, è chiaro che parliamo di un Paese dove non esiste un concetto di maggioranza e opposizione come nel mondo occidentale, ma si possono cogliere con cauto ottimismo le dichiarazioni dei sadristi che hanno aperto a uno scenario post-elettorale all’insegna della moderazione e della pacificazione, fondamentali per la formazione del nuovo governo.
- Alcuni commentatori hanno sottolineato come con l’affermazione dei sadristi l’influenza dell’Iran sul nuovo governo rimarrà preponderante, al netto delle proteste dei partiti pro-iraniani sui presunti brogli, è d’accordo?
- Sicuramente con il rafforzamento di al-Sadr l’influenza dell’Iran rimarrà preponderante, ma nessun esito elettorale avrebbe potuto far sì che questa realtà - l’influenza di Teheran e il finanziamento iraniano ad alcune forze e milizie - cambiasse drasticamente. Purtroppo, le influenze di paesi stranieri, non solo l’Iran ma anche la Turchia, fa sì che l’Iraq non sia veramente autonomo e indipendente nelle sue scelte.
Il fatto che alcune forze abbiano dichiarato di non accettare l’esito del voto è probabilmente derivato dalla frustrazione di un risultato che non è buono e speriamo che anche queste forze riescano nelle prossime settimane a fare ragionamenti più costruttivi verso la stabilizzazione, troppo importante per il futuro del Paese.
La legittimazione di queste elezioni è uno dei tanti strumenti che può aiutare ad avere maggiore stabilità, fermo restando che - come evidenziato nella nostra relazione - sul fronte dei diritti delle donne o della rappresentanza reale delle minoranze nel parlamento iracheno, c’è ancora molta strada da fare.
- Dopo le proteste contro la corruzione che hanno portato alle elezioni anticipate, l’affluenza alle urne è stata al minimo storico. Gli iracheni hanno perso la fiducia nel sistema democratico?
- Diverse organizzazioni, associazioni che si occupano di diritti per le donne, realtà giovanili alla base delle proteste degli anni scorsi ci hanno segnalato proprio questo, me lo hanno riferito anche alcuni presidenti di seggio, che non nascondevano una scarsa fiducia nel futuro. L’affluenza è stata più bassa che in precedenza. La popolazione più secolarizzata era quella che meno credeva nell’importanza di questo momento elettorale.
Il dato di partenza era di estrema critica da parte della popolazione, a cominciare dai giovani. Sicuramente questo ha influito sul calo dell’affluenza nelle quinte elezioni dopo la caduta di Saddam Hussein, ma devo dire che il dato del 41 per cento è comunque superiore alle previsioni peggiori fatte da alcuni osservatori e media.
Tuttavia, i candidati indipendenti hanno ottenuto un discreto successo e ci possono essere elementi affinché in futuro ci possa essere una maggiore fiducia da parte dei cittadini.
- Pensa che da questo voto potrà emergere un governo capace di affrontare le principali sfide che il Paese ha davanti, come la lotta alla povertà e al terrorismo islamista?
- A mio avviso ci sono tutti gli elementi per cui dopo queste elezioni l’Iraq possa prendere coscienza di sé stesso e creare un governo che porti a sviluppo, stabilità e maggiore distribuzione della ricchezza. È chiaro che per arrivare a questo occorre maturità da parte di tutti gli attori in campo.
Sono necessarie riforme vere per fare sì che i diritti delle donne, finora solo sulla carta, diventino reali e concreti, che la corruzione venga combattuta duramente con azioni mirate e che le minoranze vengano coinvolte nello sviluppo futuro dell’Iraq. Il grande tema è fare in modo che anche la popolazione possa trarre vantaggio dalle risorse energetiche: la costituzione irachena dice che il petrolio appartiene al popolo, occorre che anche i cittadini ne possano beneficiare.
È poi fondamentale lottare contro il traffico illegale di petrolio, che avviene attraverso le frontiere dell’Iran e della Turchia, di cui sono a conoscenza tutti ma contro cui non si fa nulla. Serve fare di più perché si giunga da una situazione che vede settarismo religioso e influenze tribali nelle zone rurali a un sistema dove la secolarizzazione sia un concetto accettato da tutti.
Sul terrorismo islamista, elemento decisivo sarà che alle milizie, che oggi sono di fatto delle forze politiche, vengano fatte deporre le armi. Per chi non conosce la situazione dell’Iraq può apparire assurdo che nello stesso albergo dove si trovavano gli osservatori internazionali Ue si sia recato a votare - in un seggio allestito per i leader delle fazioni per poter permettere loro di incontrare i media - anche Khazali, leader di una milizia considerata organizzazione terroristica da parte degli Stati Uniti.
In un Paese dove circolano milizie armate non si può pensare di giungere a breve a una soluzione paragonabile a quella di altri Paesi. Però è fondamentale ed è sicuramente uno strumento necessario per combattere la povertà, il disagio giovanile e il fatto che una larga fascia della popolazione non creda che l’Iraq abbia un futuro.
Il dato che l’Ue fosse presente con una missione di osservazione elettorale vuole essere anche un messaggio di fiducia per il futuro. Questo non significa per l’Iraq sottrarsi alle critiche inserite nel report, anzi chiediamo a gran voce miglioramenti delle normative, perché sui diritti delle donne, delle minoranze, e sulla corruzione non è stato fatto abbastanza.
- Che ruolo può avere il nostro Paese nel processo di stabilizzazione dell’Iraq?
- Mi ha fatto piacere constatare come l’Italia abbia una presenza importante, che non è solo quella di sfruttamento delle risorse energetiche, ma anche di formazione delle forze civili e di collaborazione nella lotta al traffico illegale di opere d’arte e di aiuto nella gestione e la catalogazione di un patrimonio storico di opere che va assolutamente preservato e deve essere una delle chiavi per lo sviluppo futuro di un Paese che è la culla di tutte le civiltà del mondo mediorientale e del Mediterraneo.
Aiutare l’Iraq in questa fase storica significa non solo fare il bene di quella popolazione e di quei territori, non solo sfruttare meglio e per tutti un patrimonio di risorse energetiche, ma anche tutelare un patrimonio culturale universale e di cui tutti siamo in qualche modo figli.
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